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OLTRE IL PD: LA SOCIALDEMOCRAZIA PER LA SINISTRA ITALIANA

di Maurizio Ballistreri | 1 Ottobre 2022

Dopo la dura sconfitta alle elezioni del 25 settembre il Pd farebbe bene a tenere in conto il monito del “Grande vecchio” del socialismo italiano, Rino Formica, lanciato in un’intervista su “Il Riformista”, a proposito dell’esigenza di non essere, tra l’altro, il partito del “capitalismo imperiale”.

Ma i dirigenti di quel partito invece di interrogarsi sulle cause di una disfatta che ha attribuito al centro-destra la maggioranza assoluta nel Paese, continuano nel loro politicismo e in una dialettica che guarda solo all’occupazione di spazi interni di potere.

E così tra autocandidature alla segreteria, da Bonaccini a Elly Schlein, oltre a Paola De Micheli, Provenzano e chi più ne ha più ne metta, proposte retrodatate di cambio del nome, come quella di Cacciari di “democrazia progressiva”, nessuno parla di programmi e di riferimenti alla cultura politica della sinistra autenticamente riformista, né opera una severa autocritica sulla stessa esperienza del Pd, nato come esperimento di genetica politica dall’incontro tra post-comunisti e democristiani, con quest’ultimi ad avere assunto il controllo del partito, da Renzi a Letta.

Il Pd è allo stato una forza politica senza ideologia e senza classi di riferimento, il cui unico tratto identitario sono state le primarie viste come strumento di un plebiscitarismo che “incorona” il capo per praticare una “vocazione maggioritaria” dal significato fumoso, proposta da Veltroni e sostenuta in una prospettiva di liberalismo radicale, e il cui “nemico” è, paradossalmente, il conflitto sociale, relegato negli scantinati della storia. Un partito percepito come espressione di élites borghesi e del mondo della finanza, lontano dagli interessi popolari e da quel conflitto sociale che consentì al movimento operaio, base politica e sociale della sinistra nel Novecento, di imporre severe regole al capitalismo e di redistribuirne la ricchezza verso il basso, secondo l’efficace immagine non di un capo bolscevico dopo la presa del Palazzo d’Inverno in Russia, ma di un grande leader della socialdemocrazia mondiale: lo svedese Olaf Palme, che affermò “il capitalismo va tosato e non ucciso”.

Ma il Pd, al contrario, si è posto a partire dalla sua fondazione, come l’alfiere  della difesa del mercato e della finanza, come testimonia, d’altronde, il sostegno acritico al governo Monti, imposto dalla famigerata Troika, con i terribili provvedimenti anti-popolari dell’austerity, e quello a Draghi, visto come un novello demiurgo, sul cui altare è stato sacrificato il “campo largo” con i Cinque Stelle.

I temi – per una sinistra ancorata ad un riformismo dalle radici antiche aggiornate al nostro tempo, per il rilancio e la modernizzazione dei diritti sociali  – sono sotto gli occhi di tutti: precarizzazione del lavoro, a fronte dei vertiginosi processi di accumulazione capitalistica prodotti dall’economia 4.0, con i fenomeni del dumping sociale, della crisi salariale e delle politiche welfaristiche, dell’abbandono del lavoro, dello sfruttamento degli immigrati, del dramma delle morti sul lavoro, del ritorno del paternalismo datoriale. Senza dimenticare il Mezzogiorno, che l’autonomia differenziata sostenuta da importanti settori dei democrats, assieme alla Lega tornata alle origini di partito del Nord, relegherà sempre più in posizione marginale nello scenario economico e sociale nazionale.

La sinistra, rappresentata in Italia dal Pd, è segnata dall’inadeguatezza della sua azione, a fronte della straordinaria predicazione sociale di Papa Francesco, vox clamantis in deserto nell’orgia mercatistica generata da una globalizzazione, che, già in crisi dopo la bolla dei mutui subprime e il fallimento di Lehman Brothers e poi con la pandemia, sembra schiantarsi sul muro della prospettiva di una nuova divisione in blocchi militari ed economici, quello Occidentale e quello Euroasiatico, che il dramma dell’invasione russa dell’Ucraina sta generando, mentre il sogno europeista rischia di dissolversi definitivamente tra populismi autoritari e ritorno a politiche economiche monetariste della Bce, con l’autoreferenzialità della Germania che decide aiuti di Stato per la questione energetica al di fuori del necessario consenso dell’Unione Europea.

Si deve registrare nel nostro Paese, purtroppo, l’assenza di una vera forza di sinistra in grado di affrontare le drammatiche contraddizioni sociali del nostro tempo, contestando il mantra del postmoderno, che assegna alle logiche del mercato il primato.

Nella sinistra europea ed internazionale non mancano fermenti: i socialisti spagnoli di Pedro Sanchez e quelli portoghesi di Antonio Costa al governo dei rispettivi Paesi con un programma dai forti connotati sociali; le socialdemocrazie scandinave tranne quella svedese recentemente battuta; il socialismo americano di Berny Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez e lo stesso ruolo da protagonista della politica francese di Jean-Luc Mélenchon con un programma che ha visto al centro per il rinnovo dell’Assemblea Nazionale, la questione sociale e quella ecologica.

Un ventaglio di posizioni che pone al centro dell’agenda politica i diritti sociali, il lavoro, lo sviluppo eco-sostenibile e il contrasto all’egemonia della finanza globale.

Si guardi al premier spagnolo, il socialista Sanchez, che ha di recente riformato il mercato del lavoro contro la flessibilità, che vuole realizzare una riforma fiscale che incida sui grandi patrimoni e alleggerisca retribuzioni e pensioni di quella che definisce ancora “la classe operaia” – sparita invece dal lessico della sinistra italica – per affrontare la vera grande questione del nostro tempo: la diseguaglianza.

Insomma, c’è bisogno per la sinistra nel nostro Paese di diventare socialista e praticare le politiche di redistribuzione non solo della ricchezza ma anche del potere tra i ceti sociali, come è avvenuto nel passato con le socialdemocrazie europee, che hanno ripreso la loro funzione storica di rappresentare i ceti più deboli della società contemporanea.

Non serve riformare il Pd ma è necessario trasformarlo in una forza socialista. Così si potranno correttamente invocare il Programma di Bad Godesberg della socialdemocrazia tedesca di Willy Brandt nel 1959 e la Costituente socialista di Épinay di Mitterand del 1971.

Maurizio Ballistreri
da Nuovo Giornale Nazionale

*Professore di diritto del lavoro nell’Università di Messina, già deputato socialista al Parlamento siciliano

Pubblicato in : EditorialeTag: autocritica, bad godesberg, bce, capitalismo, consenso, crisi, cultura politica, draghi, elezioni, espressione, fallimento, germania, globalizzazione, governo, governo monti, italia, lavoro, lega, lehman, lehman brothers, mercato, mercato del lavoro, mezzogiorno, mondo, monti

Info Maurizio Ballistreri

Professore di diritto del lavoro nel Dipartimento di Scienze Politiche e Giuridiche dell’Università di Messina, ha insegnato alla Luiss, nell’Università di Extremadura in Spagna, in seminari alla Sorbonne-Pantheon di Parigi, all’Università di Santiago de Compostela, all’Università economica di Cracovia, nelle Università di Kiew e Zagabria, autore di libri e di pubblicazioni scientifiche sui temi del diritto del lavoro e delle relazioni industriali. Avvocato di Cassazione e Revisore legale dei conti.
Già deputato socialista nella XIV Legislatura all’Assemblea Regionale Siciliana e dirigente sindacale della UIL, ha svolto importanti incarichi istituzionali quale consigliere di amministrazione dell’IRCAC, l’Istituto per il credito alla cooperazione della Regione siciliana, dell’Università degli Studi di Messina in rappresentanza del CNEL, della Società “Stretto di Messina” Spa.

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