Toccato il fondo, il sistema pubblico USA torna verso l’alto e da ossigeno proprio al ceto medio. Da noi invece le politiche pubbliche lo trascurano, perché sono ceto medio esodati, precariato, soprattutto partite Iva.
Il discorso solenne con il quale i presidenti degli Stati Uniti all’inizio di ogni anno solare fanno il quadro sullo “stato dell’unione”, apparentemente non ci riguarda, specie se – come quello di Obama di mercoledi – parla poco di noi europei, e ci lascia quasi soli nell’inquietudine che ha seguito i fatti di Parigi.
Eppure ci sono elementi che meritano riflessione, e non solo per l’ovvia importanza del ruolo guida USA, e neppure per l’esemplare tono, patriotticamente unitario, che caratterizza questi incontri tra il Presidente eletto direttamente e un Congresso che nel frattempo è pur diventato di colore politico opposto al suo.
Basterebbe questo, in verità, per aiutarci ad essere più costruttivi nella vigilia tanto tormentata dell’elezione di un Presidente, il nostro, che è “solo” il garante dell’unità nazionale.
Ma c’è un dato comune tra il discorso di Washington e i nostri problemi che deve farci riflettere, e cioè la crisi del ceto medio in Occidente. Obama ha centrato qui l’aspetto programmatico saliente del suo ultimo biennio, riesca o no a realizzarlo.
Eravamo abituati all’idea che il ceto medio in espansione fosse il frutto di una specie di ineluttabile crescita sociale complessiva, e che dopo la giusta fine del classismo ideologico, si andasse verso un ceto unico, che copriva quasi tutta la popolazione, con idee e sentimenti comuni. Il terzo stato che si fa stato, alimentato da conoscenza, competenza, creatività, spirito weberiano dell’industria, del commercio, delle professioni, dell’intellettualità.
Non è andata così, perché con la crisi è cessata la spinta verso l’alto e vi è stato uno schiacciamento di massa verso il basso, con diseguaglianze sempre più impressionanti. Un ceto minoritario, attorno addirittura all’1%, si è arricchito sempre più, accentuando la distanza con un corpo sociale di grandi dimensioni, che non solo ha perso di vista l’agiatezza, ma con numeri crescenti rischia una vera e propria povertà, perché in Italia sono 8 milioni le risorse umane inutilizzate. Per il Censis, il 60% pensa che possa capitare a chiunque di finire in povertà, che è entrata in casa, attraverso la disoccupazione giovanile e l’anomalia del ruolo dei nonni a cui la previdenza dà (pochi) soldi per mantenere i nipoti.
Da qui, la “paura del futuro” di cui ha parlato sempre il Censis, che produce effetti un po’ surreali, come ad esempio la crescita del risparmio privato e dei conti correnti, in tempi di caduta degli investimenti e di rinuncia a comprare casa o beni durevoli.
Di fronte a questo, che sta diventando un dato universale, la fortuna di Obama è innanzitutto quella di non dover rispondere a nessun populismo come da noi, perché semplicemente – e lo ha detto – non ha più campagne elettorali da fare, ma soprattutto la sua politica economica espansiva ha ridato spinta all’economia, con crescite del 4/5%, rispetto al nostro meno zero qualcosa. Anche lui ieri in crisi di popolarità, ma che ha riguadagnato 10 punti solo per la caduta del prezzo della benzina, a seguito di quello del petrolio (da noi, con il barile a 45 dollari, nessuno se n’è accorto).
Certo, gli americani considerano “di sinistra” aspetti del welfare che noi abbiamo conquistato da decenni, e che sono il parapetto europeo sul baratro, sia pur con costi spaventosi. Ma Obama – a cui chiedono passi indietro sulla sanità – può sfidare la sua opposizione, ora maggioranza, incidendo sulle tasse dei ricchi per 320 miliardi di dollari in 10 anni, aumentando al 28% il prelievo sui guadagni e colpendo anche i “trust” fatti per rendere esentasse gli eredi facoltosi. E così dà 235 miliardi alle famiglie, garantisce il college gratuito, tre mila dollari per figlio fino a 5 anni. Toccato il fondo, il sistema pubblico USA torna verso l’alto e da ossigeno proprio al ceto medio. Da noi invece le politiche pubbliche lo trascurano, perché sono ceto medio esodati, precariato, soprattutto partite Iva verso cui persino Renzi ha ammesso di aver sbagliato facendo salire la tassazione al 29,7 e in prospettiva al 33,7. Altro che Obama e incoraggiamento all’autonomia. Non vorremmo davvero che la nostra kennediana nuova frontiera, sia alle spalle. O avanti, ma nella nebbia.

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