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Obama a Cuba, un primo passo

La visita ha dimostrato in modo palpabile che la tradizionale diffidenza del popolo cubano nei riguardi del potente vicino sia diventata simpatia e stima nei riguardi del presidente “afroamericano” degli Stati Uniti.


di Marco Calamai | 27 Marzo 2016

L’ultimo, prima di lui, era stato il presidente Calvin Coolidge. Ma 88 anni dopo, Barack Obama torna a Cuba, in una visita che può essere definita, senza dubbio, un evento storico soprattutto per l’evidente volontà del presidente Usa di consolidare la svolta nei rapporti con il regime castrista avviata con il reciproco riconoscimento diplomatico nel dicembre 2014.

La visita ha dimostrato in modo palpabile che la tradizionale diffidenza del popolo cubano nei riguardi del potente vicino sia diventata simpatia e stima nei riguardi del presidente “afroamericano” degli Stati Uniti, venuto per dichiarare davanti a tutti la sua volontà di operare affinché il Congresso Usa approvi al più presto la fine dell’embargo economico, il bloqueo, deciso nel lontano 1961, lo stesso anno, ancora un fatto simbolico, in cui è nato Obama.

Normalizzare i rapporti con Cuba
Si tratta di una posizione che ha meravigliato non pochi: gli Stati Uniti, affermano i sostenitori della mano dura con l’unico regime comunista dell’emisfero occidentale, cambiano politica prima ancora di vedere avviato a Cuba un processo di transizione democratica.

Obama, in effetti, ha operato proprio a Cuba una rottura radicale con la filosofia dei neoconservatori americani che era ed è tuttora quella dell’esportazione della democrazia con ogni mezzo, comprese le armi. Obama è infatti convinto che il dialogo pragmatico, l’apertura culturale, il rispetto della sovranità dell’altro, siano la strategia efficace per diffondere con successo i valori della democrazia americana.

La trasferta cubana di Obama, accompagnato da un’imponente delegazione d’imprenditori e deputati sia democratici che repubblicani, ha dimostrato l’efficacia di questa visione politica.

Evitando atteggiamenti arroganti e provocatori, affrontando con rispetto le questioni che tuttora separano i due paesi, chiarendo in modo netto che per lui la questione cruciale dell’embargo non deve essere strumentalizzata per imporre i diritti umani, Obama ha demolito l’eterna e comoda visione del vicino prepotente e aggressivo.

Gli Stati Uniti, ha detto, intendono normalizzare i rapporti con Cuba senza porre condizioni e ricatti, perché il futuro del loro Paese “lo possono decidere soltanto i cubani”. Il che non comporta, ha spiegato, la rinuncia da parte sua a difendere la centralità dei diritti umani, la libertà di espressione, le istituzioni democratiche.

Così facendo Obama ha messo all’angolo il leader cubano, chiuso nella difesa della sovranità nazionale, intesa come “diritto” ad amministrare il Paese secondo i criteri tradizionali del partito unico.

Castro e la difesa della rivoluzione cubana
La radicale diversità delle due visioni è diventata evidente durante la conferenza stampa congiunta. Raul Castro, di fronte a precise domande dei giornalisti presenti, ha difeso con malcelata stizza la “rivoluzione cubana” per le sue conquiste sociali (sanità e istruzione pubbliche per tutti, eguale salario per uomini e donne) presentate come una sorta di alternativa ai diritti civili americani.

È così emersa la vecchia visione comunista: prima l’eguaglianza sociale, poi le libertà “borghesi”. Come a dire: “Noi abbiamo risolto il problema storico della disuguaglianza mentre Voi, il paese più ricco e potente della terra, questo problema non lo avete ancora risolto”.

Una visione che tradisce la vecchia teoria marxista sulle libertà borghesi e sulla superiorità della società socialista. E che appare poco convincente proprio a Cuba dove l’indubbia riduzione delle disuguaglianze – la situazione sociale a Cuba non è certo quella di altre realtà caraibiche e centroamericane – ha comportato un generale appiattimento verso il basso delle condizioni di vita. Dal quale, oltre tutto, sarà difficile uscire senza nuovi traumi come già dimostrano le nuove disuguaglianze introdotte dall’accesso al dollaro di una parte, piccola ma crescente, della popolazione.

Trasformazione del regime castrista? 
Raul Castro, dunque, non ha fatto un passo indietro sulla questione politica di fondo. E ha dato la chiara impressione di non poterlo fare comunicando così l’impressione di una rigidità non solo personale (il fratello di Fidel era già iscritto al partito comunista pro sovietico cubano negli anni della guerriglia), ma collettiva del partito.

Il che pone una domanda di fondo: è immaginabile una trasformazione indolore del regime castrista con l’attuale gruppo dirigente, espressione diretta della generazione che vinse la rivoluzione del 1959? E ancora: che cosa pensano i quadri del partito comunista di fronte alla scadenza ormai vicina del 2018 quando, come previsto, Raul Castro passerà il testimone a una generazione più giovane?

Questi quesiti non sono stati certo chiariti nella visita di Obama che, in ogni caso, è servita a consolidare un quadro dei rapporti tra Cuba e il grande vicino che dovrebbe, si spera, rendere meno indolore – grazie anche alle nuove opportunità commerciali e finanziarie aperte da Obama – il cambiamento politico.

Le scadenze del 2017 (nuova presidenza Usa) e del 2018 (successione di Raul Castro) peseranno comunque non poco nei rapporti tra i due Paesi e in quelli interni cubani. Di ciò i due leader sono sembrati chiaramente consapevoli.

Pubblicato in : Primo pianoTag: anni, barack obama, calvin coolidge, Castro, conferenza stampa, Cuba, democrazia, diversità, espressione, Fidel Castro, futuro, impressione, nato, obama, processo, regime, sanità, stati uniti, usa

Info Marco Calamai

Marco Calamai è giornalista e scrittore.

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