Si può avere la buona sorte, soggiornando qualche giorno a Firenze, di capitare in una deliziosa pensione, quasi d’altri tempi, che da un sobrio ingresso, a sua volta preceduto da un misurato esterno, introduce in poche camere ognuna adornata nel soffitto o sulle pareti da eleganti decorazioni a fresco di età settecentesca.
Non è insolito, mi direte, che Firenze accolga i turisti con capolavori o piccole chicche d’arte, ma è proprio su di esse, soprattutto quando sono sconosciute, che uno storico dell’arte ha il dovere di concentrare l’attenzione del pubblico, troppo spesso ammaliato solo dai noti, eccelsi splendori.
Eccoci dunque a pochi passi dalla basilica di San Lorenzo, chiesa di antichissima origine e cara alla devozione dei Medici che la elessero a sepolcreto di famiglia, affidando gli incarichi del suo abbellimento a artisti quali il Brunelleschi, Michelangelo, Pontormo, fino a concludere l’apologia della casata con quel Paradiso di Santi fiorentini nella cupola affidato dall’ultima Medici, l’Elettrice Palatina Anna Maria Luisa, al maggior frescante del Settecento locale, Vincenzo Meucci (1694-1766).
In una via che presenta non pochi palazzetti di rilievo, ma spesso di oscura proprietà, è situato questo hôtel de charme le cui camere, che non è difficile immaginare un tempo come salottini privati e alcove, si aprono su sfondati di cielo dove volteggiano putti e amorini che attorniano talora personificazioni allegoriche delle Stagioni, talaltra deità olimpiche.
In una di esse Flora, antica divinità italica della Primavera, trattenuta per la mano dalla salda presa di uno Zefiro dalle ali di angelo – e non di farfalla come da consuetudine – sparge sulla terra boccioli di fiori (Fig. 1), mentre gli amorini accorrono recandole altri ramoscelli e cestini ricolmi di variopinti boccioli nella luce tersa di un mattino appena offuscata da soffici nuvole che all’albeggiare si tingono di rosa, contrastando con la loro tenuità i colori accesi dei manti dei personaggi svolazzanti al vento (Fig. 2). Un piacevole risveglio per gli ospiti che soffermeranno i loro occhi appena aperti sul volto della dea rapito nello sguardo del giovane Zefiro, personificazione del benefico vento primaverile di ponente, chiamato Favonio dagli antichi Romani, che apporta il bel tempo e che col suo tepore favorisce lo sviluppo della vegetazione.
E’ ancora una giovane Flora con fiori e ramoscelli sorretti da puttini a comparire in un altro soffitto, stavolta accompagnata dalle altre stagioni (Fig. 3): l’Autunno coi tralci di vite, l’Inverno come un vecchio ammantato intento a scaldarsi al fuoco, l’Estate con la falce e le spighe di grano (Fig. 4). Campeggia al centro, circondata da una luce sfolgorante, l’antica dea frigia Cibele, che governava l’intera natura (Fig. 5).
Bacco accompagnato da satiri e putti, nonché dal leopardo, animale a lui sacro, domina la volta di un altro ambiente in un affresco assai compromesso purtroppo da lacune e da vecchie ridipinture (Fig. 6). Una donna con gesto pacato gli indica il suo regno: è Arianna, la figlia del re cretese Minosse, salvata dal dio dopo essere stata abbandonata sull’isola di Nasso da Minosse, che ella aveva aiutato a uscire dal labirinto consegnandogli il celebre filo.
A Marte, bardato di corazza, elmo, spada e scudo, è riservato invece il soffitto della vicina stanza che svela il dio della guerra domato dall’amore di Venere, la quale, ammantata di azzurro, lo trattiene dal proseguire i combattimenti (Fig. 7). Siede loro vicino Minerva, la dea della sapienza, che osserva l’evento: le sue armi le servono solo per mantenere la virtù e la pace, quella stessa che consente agli amorini di volteggiare suonando il corno e recando archi e frecce.
Più tarda e databile all’inizio del XIX secolo è la fascia ornamentale che attornia la scena, con ghirlande e trofei di armi e strumenti musicali, coeva alla decorazione di due altre sale, in una delle quali è inscenata la Favola di Perseo e Andromeda (Fig. 8) dalla forte enfasi narrativa.
Un ciclo decorativo dunque che si dipana lungo quasi un secolo, giungendo dal maturo barocchetto fino al pieno Neoclassicismo e svela l’interesse di diverse generazioni di committenti di mostrarsi aggiornati sugli sviluppi della decorazione di interni.
Ad un matrimonio e a un augurio di felice e numerosa discendenza sono con ogni probabilità riferibili gli affreschi settecenteschi che insistono su temi amorosi e sulla fertilità della terra che rinasce a nuova vita in primavera. Non è escluso che sia corretto, anche se finora privo di conferme, il tradizionale riferimento dell’edificio ai da Castiglione, un’antica casata iscritta al Gonfalone del Leon Bianco del quartiere di Santa Maria Novella che dal granduca Cosimo III aveva ottenuto il marchesato. Il marchese Dante, figlio di Cosimo e di Maria Anna di Leone Strozzi, nato nel 1691 e morto nel 1767, domiciliato nel popolo di San Lorenzo, il 25 novembre 1728 aveva impalmato Maria Caterina di Cesare del Ruota e dal matrimonio sarebbero nati due figli: nel 1730 Antonino Maria, che sposerà Alessandra Ganucci e nel ’35 Francesco Maria Antonio, che convolerà a nozze con Anna Papi, generando a loro volta nuove discendenze giunte fino ai nostri giorni.
Se dubbi permangono sulla proprietà del palazzo e sulla committenza degli ornati pittorici, è invece una certezza l’autore dei quattro soffitti settecenteschi, identificabile con Sigismondo Betti, uno dei numerosi artisti che nel corso del XVIII secolo popolarono la città di Firenze e che fino ad oggi non ha trovato il suo giusto riconoscimento. Nato nel 1700 nel popolo di San Simone, fu prima allievo dello scultore e architetto Giovacchino Fortini, poi del pittore Antonio Puglieschi per finire il proprio apprendistato presso Matteo Bonechi, uno dei maggiori esponenti della pittura ‘di macchia’ che faceva capo alla scuola di Giovan Camillo Sagrestani, rapida e sfrangiata, che tanto successo ebbe a Firenze nel primo quarto del secolo prima di essere soppiantata da un recupero via via sempre maggiore del classicismo.
Non sono molte le opere ad oggi note di questo maestro, autore a Firenze di decorazioni come quella quasi illeggibile della cupola della ex chiesa di San Pancrazio in via della Spada o della volta della chiesa sconsacrata di San Carlo dei Barnabiti in Oltrarno, nonché di un buon numero di dipinti su tela. Fuori dai percorsi turistici e spesso chiusa è poi la chiesa di San Giuseppe dei Frati Minimi, una vera e propria ‘bomboniera’ coi suoi affreschi e stucchi settecenteschi nella quale egli lavorerà negli anni Cinquanta del secolo dopo un lungo, proficuo soggiorno a Genova dove affrescava le pareti del transetto della chiesa di Santa Maria Maddalena dei Padri Somaschi con episodi agiografici di san Girolamo Emiliani (Fig. 9) e un soffitto con l’Allegoria del Tempo in palazzo Doria De Fornari (Fig. 10), confermando l’apprezzamento della nobiltà genovese per la sua pittura con la realizzazione nel 1738 dei ritratti a pastello di Ridolfo Brignole Sale, futuro Doge della Repubblica, e della moglie Pellina Lomellini (Figg. 11–12), oggi conservati nel Museo di Palazzo Rosso nella città soprannominata la “Superba”.
In Liguria lo ritroviamo alla decorazione della Cappella del Venerabile nel Duomo di Sarzana e nel ’41, su invito dei Padri Gesuiti di Savona, all’affrescatura della volta della chiesa di Sant’Ignazio, ora Sant’Andrea, al fianco di un altro fiorentino, il quadraturista Marco Sacconi (1685-1761), «bravo nell’Architetture, a fresco, e a tempera», un tipo assai stravagante al quale «piacque di vedere il mondo, onde un giorno partito repentinamente senza saputa dei suoi si portò a Vienna a piedi». Dopo avere soggiornato a Roma e a Venezia, narra l’erudito Francesco Maria Niccolò Gabburri che egli giunse a Genova, «dove finalmente accasatosi, formò colà la sua stanza; avendo sempre continue occasioni di operare ben veduto, e stimato da tutti»1. Tuttavia, né per lui né per il Betti il legame con la città natale dovette mai venir meno, pur mostrando al momento il catalogo di quest’ultimo numerose lacune temporali che solo a partire dagli anni Cinquanta tornano a colmarsi con opere come la Flora di palazzo Guadagni dell’Opera (Fig. 13), dove i colori dei manti sono chiari, lievemente cangianti nella luce argentea del primo mattino primaverile, i volti graziosi resi leziosi dalle piccole bocche rosate e dai nasini all’insù. Le medesime aggraziate fisionomie ritornano nei due putti alati sui sovrapporta della sala, uno dei quali rovescia con aria impunita da monello la composizione di fiori multicolori sistemata in un vaso (Fig. 14).
I confronti più stringenti con le nostre decorazioni si svelano con l’affresco della galleria di palazzo Mancini in via de’Benci eseguito nel 1735, che ancora il Gabburri ricordava in quegli stessi anni come un’opera nella quale il pittore aveva «posto tutto lo studio per farse onore», mostrandovi «correzione nel disegno, invenzioni, colorito, disposizione, e franchezza, onde ha meritato per ciò una lode totalmente distinta»2.
Ancora il Gabburri, raffinato collezionista d’arte, rammenta che «molte sono le sue opere in Firenze a fresco, a olio, e a Pastelli, nei quali opera con buon gusto», ma poche sono ad oggi quelle conosciute e la scoperta di questo ciclo decorativo solleva un lembo di velo sulla attività di Sigismondo Betti, proseguita in famiglia dai figli Giovan Battista, che nel 1758 avrebbe concorso per un posto di assistente «a i Lavori preziosi in Galleria»3 e Luigi, disegnatore, nonché dalla figlia Maria Maddalena, specializzata in ritratti, che nel ’69 ritraeva Maria Luisa di Borbone, moglie di Pietro Leopoldo di Lorena, ora nella collezione Corsi del Museo Bardini, e nel ’71 tutta la famiglia granducale4. All’arte della pittura si dedicava anche il cugino Pietro.
Nel 1764 Sigismondo era in Piemonte per decorare alcune statue di terracotta e lo sfondo di una cappella del Santuario del Sacro Monte di Varallo (Fig. 15), costruito alla fine del Quattrocento per ricreare sulle alture del vercellese i luoghi della Terra Santa, una “Nuova Gerusalemme” come la denominò Carlo Borromeo, lo stesso santo che il Betti effigiava in preghiera in una tela della chiesa. Un’opera importante, di grande risonanza, dopo la quale rientrava a Firenze continuando a versare la quota annuale all’Accademia del Disegno, dove risulta eletto ‘Consigliere’ nell’agosto 1783: è questa l’ultima notizia che possediamo sul pittore che di lì a poco dovette congedarsi dal mondo.
Carlotta Lenzi Iacomelli
Note
1) F.M.N. Gabburri, Vite di pittori, ms. Palatino E.B. 9.5., 1730-1742 ca., IV, c. 1865.
2) Ibidem, IV, cc. 2299-2300.
3) Archivio di Stato di Firenze, Miscellanea di Finanze, A, 322.
4) “Gazzetta Toscana”, 1771, n. 36, p. 142.
















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