
La manifestazione No Tav ha portato in Val di Susa migliaia di persone che hanno esercitato legittimamente il diritto di protestare. Personalmente non condivido le loro posizioni ma difendo il loro diritto di esprimerle liberamente e pacificamente.
Da spezzoni della manifestazione, alcune centinaia di persone incappucciate e attrezzate con caschi, scudi e maschere antigas hanno assaltato i cantieri, lanciando pietre, bottiglie incendiarie, bombe carta e razzi contro le forze dell’ordine e dando alle fiamme alcuni mezzi di servizio. Prima di tutto dobbiamo esprimere la nostra piena solidarietà agli uomini e alle donne delle forze dell’ordine, in particolare a coloro che sono rimasti feriti.
Queste violenze non sono forme di dissenso, ma azioni criminali da condannare senza esitazione e da impedire prima che possano produrre conseguenze ancora più gravi.
Il pericolo di scontri non era imprevedibile. Nel luglio 2025 la stessa marcia si era già divisa in più tronconi, con azioni violente a Chiomonte, San Didero e Traduerivi e con il blocco dell’autostrada Torino-Bardonecchia. Anche nelle settimane precedenti alla manifestazione del 25 luglio si erano verificati tentativi di danneggiare le recinzioni dei cantieri.
È vero che le autorità avevano predisposto controlli, sequestrato materiale potenzialmente offensivo, disposto fogli di via e divieti di accesso e bloccato alcuni gruppi diretti verso i cantieri. Proprio per questo è legittimo chiedere come sia stato possibile che un gruppo così numeroso, chiaramente organizzato per lo scontro, sia riuscito a raggiungere il cantiere di Chiomonte, ad attaccarlo su più fronti, a penetrarvi e a incendiare i mezzi delle forze dell’ordine. Occorre sapere se la pianificazione, il numero degli uomini impiegati e la protezione dei punti più vulnerabili siano stati adeguati a un rischio ampiamente conosciuto.
Il ministro dell’Interno dovrebbe riferire in Parlamento sulla gestione dell’ordine pubblico, sulle disposizioni impartite e sulle ragioni per le quali una parte degli assalitori sia riuscita a raggiungere e a penetrare nel cantiere. Il dovere politico di fornire spiegazioni ricade sul ministro, mentre occorrerà accertare se, lungo la catena di comando, vi siano state carenze operative.
Infine, è gravissimo che uomini di governo utilizzino le violenze compiute da gruppi organizzati per mettere sotto accusa un’intera parte politica. Salvini ha parlato dei «frutti avvelenati e violenti della sinistra»; Tajani è arrivato a descrivere la sinistra come «tollerante, se non addirittura connivente» con teppisti, violenti e gruppi eversivi. Meloni non ha parlato di connivenza della sinistra, ma ha accostato gli scontri di Chiomonte ai fatti di Bologna, collocandoli nella stessa rappresentazione di un attacco allo Stato.
Quelle di Salvini e Tajani sono accuse generalizzanti, non sostenute da alcun elemento concreto che dimostri una connivenza politica. Sono inoltre contraddette dalle immediate e ferme condanne espresse dai parlamentari piemontesi del Movimento 5 Stelle e dal sindaco di Torino Stefano Lo Russo, esponente del Partito democratico. Parlare di un «assordante silenzio della sinistra» non corrisponde dunque ai fatti.
Non vi sono elementi per sostenere che esista un piano deliberato per limitare libertà costituzionali fondamentali. Possiamo però denunciare un rischio politico evidente: confondere i violenti con le migliaia di manifestanti pacifici, attribuire le responsabilità individuali a un’intera parte politica, rappresentare il dissenso come una minaccia per lo Stato significa voler creare un clima favorevole a nuove restrizioni del diritto di manifestare.
La violenza va fermata e punita con fermezza. Ma il compito di chi governa non è alimentare una guerra civile delle parole: è isolare i responsabili delle violenze e garantire a tutti gli altri, compresi coloro che contestano radicalmente le scelte del governo, il libero esercizio dei diritti sanciti dalla Costituzione.
Enrico Rossi

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