
Non inganni il blando clima natalizio. Anche a dicembre la frusta della parola può lacerare la dignità, eccome. E’ il verbo pecoreccio, bieco e rabbioso che ha fustigato l’avventore di una banca. Ore 16,15 circa di lunedì pomeriggio. Siamo agli sgoccioli e le febbrili movenze sui “banchi“ del credito stanno tramontando. Un uomo entra in una filiale in città – è ancora in tempo – e chiede di poter versare il proprio assegno. La risposta del cassiere ha del parossistico: “Io lei non la servo, perchè è finocchio“. Tant’è. Stridono gli occhi dei presenti, le orecchie si accartocciano: l’untore di “finocchiaggine“ è stato smascherato. Ma a quale prezzo? L’imbarazzo è presto risolto da un altro cassiere, donna, che espleta la pratica e scioglie l’intrigo. Ma il verbo, quello pecoreccio e sanguinario, discriminante e irriguardoso, ha colpito. Quando negli anni settanta l’allora segretario del Msi, Giorgio Almirante, al Mottagrill Cantagallo sull’Autosole, non venne servito dal barista, che gli diede del fascista, la “querelle“ politica del tempo permise di ammorbidire il battibecco. Oggi no. L’eticchettatura sociologica, prima ancora che sessuale, di “finocchio“ lascia impietriti. E’ anacronistica. Ma prepariamoci: in banca potranno anche non servirci perchè “uomini“ o “donne“.

sarebbe bello sapere come ha pagato l’insulto il tipo, qui in Francia avrebbe perso il posto e sarebbe finito in tribunale, esiste legge contro l’omofobia, severa, e chi pronuncia una frase del genere il posto di lavoro lo perde, e in Italia?!?