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“Non importa che cosa pensa, tanto ha il cancro e sta morendo”.

di Alberto Pasolini Zanelli | 21 Maggio 2018

Così si estende, con più rapidità che prudenza, il “mondo nuovo” che Donald Trump sembra deciso a costruire sulle ipotetiche rovine di quello vecchio, forgiato in settant’anni da altri presidenti americani. Egli mostra di avere fretta, come se non si fidasse dei suoi concittadini e dei politici. Se il numero dei cambiamenti fosse l’unica forma di giudizio, Trump avrebbe già superato non solo Barack Obama, ma anche inquilini più antichi della Casa Bianca: due Bush, George H., che con prudenza seppe costruire il nuovo mondo dopo il crollo del comunismo e George W., che diede la prima scossa a quel prudente disegno cacciandosi nell’avventura irachena. E Reagan, Kennedy, Eisenhower, con iniziative fortunate e felici. Può darsi che la principale ambizione di Trump sia fare le cose in fretta e questa capacità non gli si può negare. Anche se è costruita con una serie di capovolgimenti.

 

La più accelerata è il disegno riguardante la Corea del Nord e il suo presidente Kim Jong-un, passato in meno di due settimane dal ruolo di Diavolo incarnato a quello di amico ben intenzionato. Così il suo angolo di Asia sembra essere diventato un modello da imitare per tutti quei Paesi che in qualche modo disturbano o irritano gli Stati Uniti. La “strategia degli abbracci” non può però essere applicata proprio a tutti: c’è chi ci guadagna, ma anche chi ci rimette. Il paragone più visibile è quello del confronto fra la Corea del Nord e l’Iran. La prima di cui si è avuta paura per un paio di mesi è stata il pericolo numero uno, mentre del secondo si parlava relativamente poco. Poi in pochi giorni Kim Jong-un è diventato un esempio di ragionevolezza, mentre Rouhani ha recuperato la corona del Male. Ci si chiedeva quando, o se, sarebbe scoppiata una guerra nucleare nell’Asia Orientale. Invece è arrivata la pace che fra pochi giorni sarà solennizzata da un abbraccio fra i due nuovi “soci”.

 

Gli annunci sono venuti addirittura a distanza di poche ore: la rinuncia dell’America a mettere con le spalle al muro la Corea del Nord e di metterle invece al più presto possibile all’Iran. In parte vi si è già proceduto con il ritiro di Washington da un trattato internazionale firmato da sette Paesi: America e Iran. Ma anche Cina, Russia, Francia, Gran Bretagna e Germania. Una decisione unilaterale senza un impegno concordato con i soci: con tutte le conseguenze nel Medio Oriente. Quasi ad imitazione di un altro gesto solitario: il ritiro di Washington dal patto stipulato a Parigi mesi fa sul terreno dell’economia mondiale. Più altri gesti di proporzioni e conseguenze minori. Due dei quali ci riguardano da vicino come europei e non sembrano contenere clausole che possano agevolare una ripetizione a rovescio del caso coreano.

 

Ma questa “assenza” ha pochi precedenti fra alleati: le poche volte che si è profilata per poi rientrare, riguardava uno o due “soci”. Questa volta a protestare sono stati tutti i Paesi colpiti ma soprattutto quelli dell’Europa occidentale. In questo Trump è stato fedele, più alle minacce che non alle promesse: anche il suo primo gesto di politica internazionale è venuto a poche ore dal suo insediamento e ha riguardato soprattutto l’Europa. I suoi leader le hanno provate tutte per ottenere se non una cancellazione almeno una revisione. Il più “coraggioso” è stato il presidente francese Emmanuel Macron, che è volato in fretta e con Trump ha scambiato parole ma anche abbracci e carezze. Letteralmente e inutilmente. Inglesi e tedeschi sono stati meno coraggiosi ma più prudenti, due qualità fortunatamente non richieste in questo momento a un’Italia senza governo. Qualcuno l’aveva prevista questa “dichiarazione di guerra” istantanea e indicativa delle intenzioni di Trump, delle sue convinzioni e del suo carattere. I benevoli entusiasmi sono riservati a Pyongyang; che Londra, Berlino e Parigi si arrangino e così gli europei “minori”.

 

Molti se lo aspettavano, americani più che europei. Le critiche sono state e sono aspre anche se condite da argomenti meno direttamente politici che la “guerra di difesa” della “vecchia America”. L’America politica ha usato parole crude e senza precedenti. Compreso uno scrittore famoso e raffinato come George Will. Egli ha inventato la parola “leccasputi” per deplorare come servilismo la fedeltà verso Trump proclamata dal vicepresidente. Un senatore repubblicano, eroe di guerra pluridecorato, catturato dai nordvietnamiti, prigioniero per cinque anni e torturato, ha richiesto che ogni forma di tortura venga messa al bando dalle agenzie di spionaggio americane; altrimenti voterà contro. Gli hanno risposto che non importa che cosa egli pensi, dal momento che ha il cancro e “sta  morendo”.

 

Alberto Pasolini Zanelli

Pubblicato in : Primo pianoTag: anni, barack obama, bush, cambiamenti, casa bianca, cina, comunismo, francia, germania, governo, gran bretagna, iran, mondo, obama, parigi, senatore, stati uniti

Info Alberto Pasolini Zanelli

Alberto Pasolini Zanelli, giornalista e scrittore da anni residente a Washington.

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