La Costituzione ha progettato uno Stato fondato sulla mediazione, non sullo scontro.

A molti di noi questo culto della mediazione piaceva assai poco. Ci pareva – come in parte era – un rifiuto implicito della logica dell’alternativa, la sinistra finalmente al governo, in condizione di realizzare il suo progetto di cambiamento, la Dc all’opposizione, e vincesse il migliore.
Eravamo, insomma, degli entusiasti, ante litteram, del bipolarismo. E però questo entusiasmo ci rendeva un po’ ciechi. Nessuno poteva certo chiederci di prevedere il futuro, ma eravamo tutti in condizione di leggere il passato. Di capire, nel caso specifico, che la nostra repubblica democratica era nata, e si era sviluppata, con i suoi vizi ma anche con i suoi grandi pregi, proprio grazie a un costante lavoro di mediazione. E tra forze diverse e potenzialmente opposte. E questa era l’unica via possibile. In una collettività che null’altro poteva tenere ragionevolmente unita. Né regole e istituzioni condivise e rispettate. Né la fiducia nello Stato. Né quelle classi dirigenti che, formatasi nell’Italietta e passate sotto il fascismo, stavano giungendo al termine della loro esistenza terrena. Né alcun tipo di cultura condivisa.
Rimanevano solo i partiti: e il riconoscimento reciproco, a partire da posizioni opposte, della necessità di conciliarne gli interessi sociali, i ruoli e le idee. Frutti di tale riconoscimento reciproco saranno costruzioni collettive che saranno un vero e proprio “unicum” nell’Europa nata dopo la seconda guerra mondiale: una Costituzione caratterizzata, più che dai suoi alati proponimenti, dalla rigorosissima tutela dell’autonomia delle Istituzioni e degli spazi dell’opposizione; un sistema economico segnato dal ruolo centrale delle partecipazioni statali nel processo di sviluppo; una logica di apertura e di inclusione che partorirà uno stato sociale aperto e generoso, proprio perché costruito, nel corsi del tempo, seguendo le richieste che venivano dalla società. In sintesi, una Repubblica fondata, almeno nei suoi propositi, sul lavoro, ma certamente costruita sulla mediazione, e cioè, per dirla come i politicanti da quattro soldi di oggi, sull’inciucio permanente. Una fondazione fragile. Per un edificio che avrebbe avuto bisogno, per i difetti della sua costruzione, di manutenzioni e ristrutturazioni costanti.
Nessuno però si è impegnato nella bisogna. Anzi, si è fatto di peggio. Perché, con l’arrivo delle prime serie difficoltà, si è abbandonata la costruzione fino a rinnegare i principi su cui era stata realizzata per adottare, in fretta e furia, le varie e mal digerite ricette presentate dal primo imbonitore di passaggio. Fondamentale, nella fiera campionaria del nuovismo, il rifiuto, che dico la condanna pregiudiziale della mediazione. E cioè di un metodo politico che, guarda caso, da Cavour in poi – e con la sola eccezione del fascismo – aveva assicurato la crescita della piantina liberal-democratica in un ambiente assai difficile per quel tipo di specie. E però, a quanto sembra, il lavacro di Tangentopoli doveva partorire un sistema nuovo e salvifico: “O di qua o di là, e vinca il migliore”. Da una parte un governo che, con maggioranze ampie e quasi bulgare, realizza un suo organico “piano quinquennale”, dall’altra un’altrettanto virtuosa opposizione che prepara tranquillamente il suo piano alternativo per il quinquennio successivo. In mezzo, i cittadini, felici di andare al letto, la sera delle elezioni, sapendo chi sarà il nuovo Presidente del Consiglio.
In questo nuovo universo efficienza e virtù vengono magicamente a coincidere, condannando al rogo, e senza un vero processo, il sistema della mediazione e del compromesso, non solo perché politicamente improduttivo, ma anche perché eticamente riprovevole. Il fatto è che poi la storia si è vendicata di quanti pretendevano di ignorarne le lezioni. Producendo un sistema strutturalmente incapace di qualsiasi tipo di inclusione. E basato sulla contrapposizione perversa tra un leader senza radici, senza cultura e senza etica, intento a costruire un Paese a sua immagine e somiglianza e un Partito sempre oscillante tra le sue aspirazioni a diventare il partito delle Istituzioni e le sue necessità di rimanere il partito del suo popolo (con il risultato di non essere credibile né sull’uno né sull’altro versante).
In conclusione, il rifiuto della politica come mediazione si è tradotto nel rifiuto della politica in quanto tale. Esito catastrofico, ma assolutamente logico.

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