“Lui” era in tribuna, tra il pubblico, silenzioso e schivo a guardare quel palcoscenico che doveva essere, ancora una volta, luogo del suo successo specie in un’opera come Tosca che ha interpretato, da grande, infinite volte da ogni parte del mondo.
E invece la voce lo ha tradito e lui, con grande senso di dignità, da professionista qual’è, non ha voluto deludere il suo pubblico né dare, proprio dove Puccini era vissuto, una prova men che eccellente delle sue capacità e si è fatto da parte.
Certo, chissà quanti pensieri hanno affollato la sua mente durante le interminabili ore nelle quali la sua compagna di vita e di lavoro duettava con un altro tenore, il giovane Mirko Matarazzo, che ha frequentato nel 2014 l’Accademia del Festival Puccicniano debuttando nel ruolo di Luigi nel Tabarro del Trittico dello scorso anno a fianco del soprano Amarilli Nizza, del baritono Alberto Mastromarino e del direttore d’orchestra Bruno Nicoli.
Chissà se un pizzico di invidia si è fatta spazio dentro di lui o, come pensiamo, il suo professionismo e la sua generosità non hanno fatto prevalere l’apprensione per un “debutto” su un palcoscenico tanto accogliente e suggestivo quanto pieno di responsabilità per la vicinanza con la casa che contiene le spoglie di Puccini e con i luoghi a lui cari che ancora lo conservano vivo e immortale.
Fabio Armiliato ha comunque lasciato nel cuore dei presenti, anche nella sfortunata performance del 31 luglio, un affettuoso ricordo e gli applausi che hanno accompagnato il suo passaggio alla ribalta al termine dell’opera somigliavano a quelli tributati ad un atleta sconfitto che pure ha dato il massimo delle sue possibilità cosciente che nulla poteva fare di più in quell’occasione.
Applausi altrettanto affettuosi fin dal suo ingresso sul palco sono andati ancora una volta a “lei”, la diva indiscussa di questa opera, Daniela Dessì, che ad ogni recita regala indimenticabili momenti di grande emozione oltre che una incredibile professionalità vocale e scenica. Sembra quasi, in alcuni punti dell’opera, specie nel secondo atto, che il personaggio si confonda con l’artista creando un tutt’uno che affascina e conquista il pubblico.
Del resto, per interpretare Tosca, occorre in qualche modo esserlo davvero: forte, determinata, capace di controllare la propria fragilità e “moderna” al punto di non accettare in alcun modo che la propria dignità e il rispetto venga piegato dal ricatto di un potente. Del resto, personaggio e artista sono legate dall’identico amore per la musica e per il canto in particolare, ed entrambe sanno amare con generosità e passione la persona che hanno scelto al loro fianco, “nella buona e nella cattiva sorte”.
In gran forma anche Alberto Mastromarino, navigato barone Scarpia di moltissime tosche in giro per il mondo (ricordiamo solo alcuni dei teatri che lo hanno visto, con identico successo, grande interprete di opere verdiane e pucciniane: Teatro alla Scala Milano, Teatro dell’Opera di Roma, Arena di Verona, Teatro Regio di Torino, Teatro La Fenice di Venezia, Metropolitan Opera a New York, Wiener Staatsoper, Teatro Colon di Buenos Aires, National Centre for the Performing Arts a Pechino).
La sua raffinata interpretazione del perfido barone (“…Scarpia?! Bigotto, satiro che affina colle devote pratiche la foia libertina e strumento al lascivo talento fa il confessore e il boia!” dice di lui Cavaradossi rivolgendosi all’amico Angelotti) lo rende indimenticabile. Centellina le parole e gli sguardi simile ad un serpente (del resto come lui stesso dice: “Ha più forte sapore la conquista violenta che il mellifluo consenso. Io di sospiri e di lattiginose albe lunari poco m’appago. Non so trarre accordi di chitarra, né oroscopo di fior, né far l’occhio di pesce, o tubar come tortora! Bramo. La cosa bramata perseguo, me ne sazio e via la getto… volto a nuova esca. Dio creò diverse beltà e vini diversi… Io vo’ gustar quanto più posso dell’opra divina!”) certo che il suo potere e la sua fama faranno cadere ogni incertezza e ritrosia.
Mastromarino rende bene questa immagine senza scivolare nel macchiettistico: calibra voce e gesti a quel libretto e a quella partitura che contengono tutto e che attendono solo che venga restituito come il compositore ha desiderato. Lo fa, come del resto in Butterfly nel ruolo di Sharpless, con una leggerezza pienamente consapevole e tutto si fa realistico tanto da confondere, come è stato con la Dessì, personaggio e interprete.
Alcune, per non dire diverse, perplessità per il Cavardossi di Mirko Matarazzo, anche se non è nuovo al personaggio avendolo debuttato nel Settembre del 2006 al teatro Csokonaiszinhaz di Debrecen in Ungheria e successivamente, nel 2014, interpretato al Teatro del Giglio di Lucca e in una tournèe a San Pietroburgo con il Festival Puccini di Torre del Lago.
La voce non sembra sostenere sempre al meglio il non facile ruolo del pittore-patriota e più di una volta il silenzio preoccupato del pubblico ha stigmatizzato vistose inesattezze. Sembra un anno maledetto per quest’opera al Pucciniano dal momento che nessuno degli interpreti chiamati a interpretare Cavaradossi è uscito indenne dalla recita, ognuno col suo carico di inesattezze che, se non hanno provocato vistose reazioni del pubblico, non hanno certo soddisfatto i più esperti melomani.
Ci dispiace perché proprio Cavaradossi è il fulcro della storia e intorno a lui ruotano personaggi maggiori e minori; è il caso del sacrestano, personaggio decisamente interessante nell’economia dell’opera ben interpretato da un esperto Angelo Nardinocchi (ci ha detto qualche centinaio di recite nel ruolo).
Non da meno, pur se breve è il suo intervento, è Cesare Angelotti, il “console della spenta Repubblica romana”, in questa produzione interpretato dal basso Davide Procaccini anch’egli facente parte della squadra degli allievi selezionati all’Accademia del Festival Pucciniano. Per dovere di cronaca, sempre dall’Accademia, abbiamo anche gli altri personaggi: Ugo Tarquini, Spoletta, Velthur Tognoni, Sciarrone, Pedro Carillo, un carceriere. Se la cava più che onorevolmente il controtenore Marco Rimicci che interpreta la parte del pastorello.
La direzione di Valerio Galli ci è sembrata meno lenta delle passate recite e più attenta a rendere al meglio i colori della partitura pucciniana sfrondandola da ogni retorica, e questo ha restituito un po’ di dinamicità ad un opera, che proprio per la sua struttura, ha bisogno di muoversi con un ritmo che incalza come le ore che separano i due protagonisti al loro destino mortale.
Ultime notazioni, con il rischio di tediare risultando ripetitivi, sono sulla pessima regia che, replica dopo replica, evidenzia grottesche incongruenze che offendono il buon gusto anche dei meno esperti di opere. Ci dispiace prendere atto di una assoluta indifferenza alle numerose sollecitazioni e critiche che sono emerse fin dall’inizio e che tenevano a evidenziare verità lapalissiane che evidentemente non meritavano attenzione dal diretto interessato.
Per le scene restiamo dell’opinione che avevamo avuto in partenza: pur plaudendo al progetto “Scolpire l’opera” che ha dato a questo Festival allestimenti di grande valore ad opera di artisti internazionali, riteniamo che in alcuni casi, come in questo del grande Mimmo Paladini, si rischi di perdere “l’atmosfera” a cui probabilmente siamo legati. Ma, ripetiamo, qui siamo sul piano della soggettività nel quale il giudizio, o solo l’opinione, può essere opinabile.
Ne approfitto per chiedere scusa al tenore Salvatore D’Agata da me ingiustamente chiamato in causa in una replica di Madama Butterfly alla quale non ha partecipato. Si è trattato ovviamente di un banale refuso nella trascrizione del nome, ma era comunque giusto escluderlo da un giudizio che non gli apparteneva.










Lascia un commento