Ferragosto dell’annus horribilis bis. Son tornati i talebani. Povere donne povere bambine.
“Noi tratteremo le donne come esseri umani”. Bontà loro! Desiderio di parlarne ma, ancora di più, di fare qualcosa per loro. Ma che cosa. Mentre cerco espressioni che non siano state ancora dette, mi accorgo che è impossibile. Ormai tutto è stato detto in questo agosto torrido orribile. E purtroppo fatto. Mi imbatto in un bel post di un’amica virtuale, Roberta Marina Bargigli, anestesista rianimatore dello Spallanzani, della quale condivido spesso i pensieri. Ma questa volta non si parla di pandemia e di vaccino italiano Reithera che speriamo veda presto la luce, nonostante i bastoni fra le ruote che gli sono stati messi, per la ricerca. “Il nostro pensiero va alle Donne di Kabul. Ai loro visi che saranno ricoperti, ai loro occhi che saranno spenti, ai loro corpi che saranno violentati, alle loro anime che saranno imprigionate. Il nostro pensiero va a loro, vittime predestinate, designate. Va alla loro intelligenza che verrà offesa, deturpata, estirpata. Va alla loro voglia di libertà, alla loro voglia di Vita. Il nostro pensiero è per loro, le Donne di Kabul”. Spose bambine, infibulazioni e tanti altri obbrobri continueranno. In modo esponenziale.
Kabul, addio. Dal tetto dell’ambasciata italiana, due immagini raccontano la situazione. Gli elicotteri statunitensi e una coltre di fumo che esce ininterrotta dalle ambasciate e dagli uffici consolari. Prima di uscire tutti hanno bruciato i documenti. A difesa di chi purtroppo rimane. Chi ha collaborato durante i venti anni di libertà duratura che si dissolve. Con velocità sorprendente i talebani entrano in città e gli abitanti di Kabul si riversano in strada, e a migliaia in aeroporto, rimasta ormai l’unica via di salvezza.. “Non vogliamo che i talebani possano trovare i nomi delle donne che abbiamo aiutato in questi anni, rischierebbero la vita” esordisce Pangea, la onlus che si occupa di diritti umani per le donne favorendo progetti di sviluppo e cooperazione in contesti di crisi, guerre e conflitti. Appena i talebani sono entrati a Kabul, infatti, l’associazione ha iniziato a distruggere tutti i documenti con i dati sensibili delle donne che in questi anni sono state aiutate dell’associazione. Donne, i cui diritti, sono nuovamente messi in pericolo dai fondamentalisti islamici. No alla guerra. Sempre e comunque? Forse questa era un’eccezione. Quella per i diritti che da oggi in Afghanistan tornano a essere sconosciuti: il diritto di andare a scuola, di vestirsi come si vuol, senza nascondersi in un burqa. Il diritto a professare la propria fede, alla luce del sole. Il diritto a giocare in costume su una spiaggia come oggi fanno milioni di giovani occidentali. Diritti per i quali tanti giovani anche in passato hanno dato la vita. Anche per noi. Oggi possiamo dire che ne valeva la pena, eccome. Forse come varrebbe la pena adesso combattere per Kabul.
Uniti dalla stessa furia iconoclasta. Niram Ferretti “Nel marzo del 2001, due monumentali statue del Budda costruite rispettivamente il 507 e il 554 dopo Cristo, capolavori scultorei dell’interazione culturale greco-buddista, vengono fatte saltare per aria a Bamiyan in Afghanistan dalla setta integralista islamica dei talebani, in quanto considerati simboli dell’idolatria e del passato pre-islamico impregnato di ignoranza e oscurità (jahiliyya), e dunque da cancellare definitivamente. ‘Ci vorrà del tempo per spazzare completamente tutti questi rifiuti’. Sì, ma se si persevererà si potrà farlo. Negli USA nl 2017, le statue del Generale Robert Edward Lee diventano, insieme ad altri simboli della Confederazione, oggetto di furiosi attacchi iconoclasti, in nome dell’’antirazzismo’ e, nuovamente, di un passato da rimuovere, da abbattere, perché considerato criminale. riminale in quanto troppo ‘bianco’ e dunque razzista in quanto tale come per Edward Said era intrinsecamente razzista lo sguardo bianco sull’Oriente. ‘Uccidere ritualmente una statua rappresenta una forma di pensiero magico, specificamente denominate ‘magia simpatetica’, la quale implica che si possa ferire, umiliare o uccidere una persona o danneggiare una sua immagine. E’ una espressione classica di iconoclastia politica: distruggi le statue del potere e rovescerai il loro controllo. Omero, Dante, Platone e Shakespeare sono da gettare anche loro, come Confucio ai tempi della ‘rivoluzione culturale’, nel cassonetto dei rifiuti, perché non più conformi alla vulgata risarcitoria che vorrebbe sugli altari della storia e della cultura i discendenti delle vittime della violenza “bianca”, “razzista” o “imperialista”. Così scrivevo, due anni fa, nel mio secondo libro dedicato a Israele, “Il Capro espiatorio: Israele e la crisi dell’Europa”. Oggi, con l’esito dell’Occidente dall’Afghanistan e il ritorno al potere dei talebani, quelli originari, si crea una simbolica sutura tra di loro e i cosiddetti “cultural warriors” o i talebani occidentali del “woke” dello stare svegli, contro l’ingiustizia, soprattutto il razzismo. Ciò che li accomuna è descritto sopra, l’odio per l’Occidente e ciò che ha prodotto, per la sua tradizione millenaria, vista come oppressiva e ingiusta oppure sacrilega e barbara. Desiderio di parlarne ma, ancora di più, di fare qualcosa per loro. Ma che cosa. Mentre cerco espressioni che non siano state ancora dette, mi accorgo che è impossibile. Ormai tutto è stato detto in questo agosto torrido orribile. E purtroppo fatto. Mi imbatto in un bel post di un’amica virtuale, Roberta Marina Bargigli, anestesista rianimatore dello Spallanzani, della quale condivido spesso i pensieri. Ma questa volta non si parla di pandemia e di vaccino italiano Reithera che speriamo veda presto la luce, nonostante i bastoni fra le ruote che gli sono stati messi, per la ricerca. “Il nostro pensiero va alle Donne di Kabul. Ai loro visi che saranno ricoperti, ai loro occhi che saranno spenti, ai loro corpi che saranno violentati, alle loro anime che saranno imprigionate. Il nostro pensiero va a loro, vittime predestinate, designate. Va alla loro intelligenza che verrà offesa, deturpata, estirpata. Va alla loro voglia di libertà, alla loro voglia di Vita. Il nostro pensiero è per loro, le Donne di Kabul”. Spose bambine, infibulazioni e tanti altri obbrobri continueranno. In modo esponenziale.
Kabul, addio. Dal tetto dell’ambasciata italiana, due immagini raccontano la situazione. Gli elicotteri statunitensi e una coltre di fumo che esce ininterrotta dalle ambasciate e dagli uffici consolari. Prima di uscire tutti hanno bruciato i documenti. A difesa di chi purtroppo rimane. Chi ha collaborato durante i venti anni di libertà duratura che si dissolve. Con velocità sorprendente i talebani entrano in città e gli abitanti di Kabul si riversano in strada, e a migliaia in aeroporto, rimasta ormai l’unica via di salvezza.. “Non vogliamo che i talebani possano trovare i nomi delle donne che abbiamo aiutato in questi anni, rischierebbero la vita” esordisce Pangea, la onlus che si occupa di diritti umani per le donne favorendo progetti di sviluppo e cooperazione in contesti di crisi, guerre e conflitti. Appena i talebani sono entrati a Kabul, infatti, l’associazione ha iniziato a distruggere tutti i documenti con i dati sensibili delle donne che in questi anni sono state aiutate dell’associazione. Donne, i cui diritti, sono nuovamente messi in pericolo dai fondamentalisti islamici. No alla guerra. Sempre e comunque? Forse questa era un’eccezione. Quella per i diritti che da oggi in Afghanistan tornano a essere sconosciuti: il diritto di andare a scuola, di vestirsi come si vuol, senza nascondersi in un burqa. Il diritto a professare la propria fede, alla luce del sole. Il diritto a giocare in costume su una spiaggia come oggi fanno milioni di giovani occidentali. Diritti per i quali tanti giovani anche in passato hanno dato la vita. Anche per noi. Oggi possiamo dire che ne valeva la pena, eccome. Forse come varrebbe la pena adesso combattere per Kabul.
Uniti dalla stessa furia iconoclasta. Niram Ferretti “Nel marzo del 2001, due monumentali statue del Budda costruite rispettivamente il 507 e il 554 dopo Cristo, capolavori scultorei dell’interazione culturale greco-buddista, vengono fatte saltare per aria a Bamiyan in Afghanistan dalla setta integralista islamica dei talebani, in quanto considerati simboli dell’idolatria e del passato pre-islamico impregnato di ignoranza e oscurità (jahiliyya), e dunque da cancellare definitivamente. ‘Ci vorrà del tempo per spazzare completamente tutti questi rifiuti’. Sì, ma se si persevererà si potrà farlo. Negli USA nl 2017, le statue del Generale Robert Edward Lee diventano, insieme ad altri simboli della Confederazione, oggetto di furiosi attacchi iconoclasti, in nome dell’’antirazzismo’ e, nuovamente, di un passato da rimuovere, da abbattere, perché considerato criminale. riminale in quanto troppo ‘bianco’ e dunque razzista in quanto tale come per Edward Said era intrinsecamente razzista lo sguardo bianco sull’Oriente. ‘Uccidere ritualmente una statua rappresenta una forma di pensiero magico, specificamente denominate ‘magia simpatetica’, la quale implica che si possa ferire, umiliare o uccidere una persona o danneggiare una sua immagine. E’ una espressione classica di iconoclastia politica: distruggi le statue del potere e rovescerai il loro controllo. Omero, Dante, Platone e Shakespeare sono da gettare anche loro, come Confucio ai tempi della ‘rivoluzione culturale’, nel cassonetto dei rifiuti, perché non più conformi alla vulgata risarcitoria che vorrebbe sugli altari della storia e della cultura i discendenti delle vittime della violenza “bianca”, “razzista” o “imperialista”. Così scrivevo, due anni fa, nel mio secondo libro dedicato a Israele, “Il Capro espiatorio: Israele e la crisi dell’Europa”. Oggi, con l’esito dell’Occidente dall’Afghanistan e il ritorno al potere dei talebani, quelli originari, si crea una simbolica sutura tra di loro e i cosiddetti “cultural warriors” o i talebani occidentali del “woke” dello stare svegli, contro l’ingiustizia, soprattutto il razzismo. Ciò che li accomuna è descritto sopra, l’odio per l’Occidente e ciò che ha prodotto, per la sua tradizione millenaria, vista come oppressiva e ingiusta oppure sacrilega e barbara.

Troppa foga mistica! I grandi maestri di pensiero citati (Confucio, Dante, ecc.) sono conosciuti dai Talebani, fondatori delle Madrasse più di quanto si possa da noi pensare. Ancora una volta l’euro-americano occidente persevera nel suo errore di guardare solo con i suoi occhi miopi i fatti degli altri, ritenendosi investito di una missione superiore non conferitagli da nessuno, nemmeno dalla Trascendenza, concettualizzata proprio al di fuori del pensiero occidentale.
No comment. Qui ognuno ha il diritto i esprimere il proprio pensiero. Vorrei altresì umilmente significare che la centralità dell’articolo non è propriamente questa.
Grazie per l’attenzione.