Lo vado a prendere al Raphael un quarto d’ora prima e, mentre ci avviamo, gli chiedo se ha la lista completa: ridacchiando mi risponde di no. Al portone del Quirinale un enorme guardia, in feluca e coda, ferma imperiosamente la macchina, si affaccia al finestrino anteriore dove sono seduto io, e rivolgendosi al sedile di dietro dov’è seduto Craxi scandisce a voce alta: «L’On. De Mita prega il Presidente incaricato di telefonargli prima di entrare in udienza dal Presidente della Repubblica». Io ho come un moto di reazione, meravigliato e quasi scandalizzato. Craxi non mi fa neppure fiatare e con voce stentorea replica calmissimo: «Naturalmente!». Entriamo, c’è una breve telefonata e poi l’udienza con Pertini: il gioco è fatto. La questione socialista? Era semplicemente che eravamo più bravi degli altri…
di Gennaro Acquaviva
Quando il giorno dopo entriamo a Palazzo Chigi siamo solo noi due, insieme a Nicola Manzi che guida la macchina. Il cortile è vuoto, tutto pieno del sole di agosto di una torrida estate romana. Dopo lo scambio delle consegne con Fanfani, Craxi mi passa una decina di smilze cartelline che gli ha dato l’uscente, e con un sorriso furbo mi sussurra: “Guarda che ce n’è una anche per te” mettendo il dito sul titolo di una copertina su cui è scritto: “Stato della trattativa per un nuovo Concordato con la Santa Sede”.
Arriverà nel pomeriggio Serenella Carloni a prendere possesso di una stanzetta piena di telefoni dietro quello dove mi ero collocato io, arredata con gusto prezioso dall’ultimo ospite, che era stato Andrea Manzella; e il giorno dopo, nominato dal primo Consiglio dei ministri, si insedierà nel suo ufficio al terzo piano, il sottosegretario Giuliano Amato.
Eravamo tutti qui, e non ne arrivarono altri per tutti i cinque anni successivi. Pochi ma buoni, potremmo aggiungere con una punta di nostalgia. Certamente soli non ci sentivamo né ci sentimmo mai isolati per tutti quei giorni. Craxi, come era nella sua natura, non aveva nessuna fretta di mettersi in casa persone che non conosceva e traccheggiò a lungo, pur se pressato da tutti noi, nel fare le nomine “istituzionali”. Il Capo di Gabinetto, caso unico nella storia dello stato unitario, non lo nominò se non dopo otto mesi; ed anche allora lo scelse tra i più giovani e meno “immanicati” con il potere romano. Per il Consigliere diplomatico rispedì al Ministero quello che c’era e utilizzò per lungo tempo i due diplomatici che erano già al lavoro, e poi, avendoli ben provati, scelse il più bravo dei due e lo mantenne per tutto il periodo. Per il Capo dell’ufficio legislativo, che considerava una dipendenza di Amato, seguì i suoi consigli e lo nominò subito, nella persona di un nostro vecchio amico e compagno, Nino Freni. Per il Cerimoniale non fece cambiamenti, sistemandosi con quello che passava il convento. Si aggiunsero subito dopo due vecchi amici, Antonio Ghirelli, come portavoce, e Franco Gerardi nella veste di “facitore principale” dei discorsi del Presidente e mio preziosissimo collaboratore.
Tutta l’amministrazione della Presidenza del Consiglio annoverava allora non più di quattrocento persone e a noi non sembravano pochi: nell’anno 2000 ho letto che erano divenuti quasi cinquemila.
Craxi rappresentava un partito minore, anche se era riuscito transitoriamente a renderlo decisivo; ma i rapporti di forza giocavano anche allora il ruolo che, da che mondo è mondo, giocano nella vita degli uomini. L’opposizione, che investì praticamente da subito il governo Craxi con una violenza inaudita, e che lo martellò tutti i giorni fin che visse, era guidata da politici carismatici, di grande esperienza, coscienti di essere a capo di una forza devastante, dotata di capacità di penetrazione e convincimento testata per almeno trent’anni (anche se questo li aveva resi colmi di orgoglio fino alla supponenza).
La questione era semplicemente che eravamo più bravi degli altri: che Craxi era un capo di gran lunga più in gamba degli altri, un uomo di grande levatura, carattere, equilibrio; e che si era circondato di personalità forti e competenti, cresciute con lui e che ora davano il meglio di sé, nel crogiolo della prova della vita.
A volte, negli anni successivi, uscito da Palazzo Chigi, mi sono interrogato su come si sentissero quei miei compagni d’allora nei ruoli di responsabilità crescente in cui li vedevo impegnati; come affrontassero, in prima persona, difficoltà e crisi, anche gravi, senza essere favoriti da quello stare insieme che ci aveva avvinghiato tra l’83 e l’87. Ne vedevo le esaltazioni, le parzialità e a volte i veri e propri errori, nella tensione di un protagonismo che era poi nella logica delle cose, che era il sale della vita. Uno di loro, il più vero, un giorno mi confessò: “Certo fare il secondo (o il terzo o il quarto) con Craxi lì davanti era più facile”. Era proprio così: tanta parte della forza di quel gruppo stava nella certezza di avere uno come Craxi “lì davanti”. E finché Craxi rimase integro così fu per molti di noi.
Concludo qui questo sintetico ricordo su Craxi e gli uomini che lavoravano con lui nel periodo della sua maturità. Tornato a lavorare al Partito dopo il 1987, e con in più l’esperienza di una campagna elettorale finalmente vincente, decisi di scrivere un libro su questa nostra avventura, che si era appena conclusa. Avevo in mente un titolo: “Siamo andati a vedere”; e lo articolai in una scaletta di due smilze cartelline che ho ritrovato ora tra le mie carte. Il titolo credo possa far capire il tono con cui avrei affrontato l’argomento: un bel po’ di sana dissacrazione del paludato tema del potere, visto dalla parte di un gruppo un po’ naif, che aveva dimostrato di saperci fare anche perché possedeva il gusto di far saltare bluff e poteri incrostati.
A ripensarci ora? Forse è veramente arrivato il momento di scrivere un libro su quegli anni. (9/9 – Fine)
SCHEDA BIBLIOGRAFICA – Gennaro Acquaviva ha promosso per Marsilio una collana di studi e documenti dedicati a “Gli anni di Craxi”, nei quali viene ricostruita un’epoca decisiva della nostra vicenda nazionale. Questi i dieci volumi, tutti gratuitamente consultabili e scaricabili in rete >>> vai al sito della Fondazione Socialismo:
LA POLITICA ECONOMICA ITALIANA NEGLI ANNI OTTANTA. A cura di Gennaro Acquaviva Prefazione di Piero Craveri. Venezia, settembre 2005, pagg. 358.
MORO-CRAXI. A cura di Gennaro Acquaviva e Luigi Covatta. Prefazione di Piero Craveri. Venezia, marzo 2009, pagg. 227.
LA GRANDE RIFORMA DEL CONCORDATO. A cura di Gennaro Acquaviva. Venezia, settembre 2006, pagg. 191.
LA “GRANDE RIFORMA” DI CRAXI. A cura di Gennaro Acquaviva e Luigi Covatta. Prefazione di Piero Craveri. Venezia, febbraio 2010, pagg. 412.
LA POLITICA ESTERA ITALIANA NEGLI ANNI OTTANTA. A cura di Ennio Di Nolfo. Venezia, settembre 2007, pagg. 347.
SOCIALISTI E COMUNISTI NEGLI ANNI DI CRAXI. A cura di Gennaro Acquaviva e Marco Gervasoni. Venezia, ottobre 2011, pagg. 398.
IL CROLLO. A cura di Gennaro Acquaviva e Luigi Covatta. Venezia, novembre 2012, pagg. 1038.
I PRIMI TRENT’ANNI DEL CONCORDATO CRAXI-CASAROLI (1984-2014). A cura di Gennaro Acquaviva e Francesco Margiotta Broglio. Prefazione di Alberto Melloni. Venezia, febbraio 2016, pagg. 237.
DECISIONE E PROCESSO POLITICO. A cura di Gennaro Acquaviva e Luigi Covatta. Prefazione di Piero Craveri. Venezia, luglio 2014, pagg. 393.
DEMOCRISTIANI, CATTOLICI E CHIESA NEGLI ANNI DI CRAXI. A cura di Gennaro Acquaviva, Michele Marchi, Paolo Pombeni. Venezia, giugno 2018, pagg. 611.
Volumi gratuitamente consultabili e scaricabili in rete al sito della Fondazione Socialismo.
(da L’avveniredeilavoratori)

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