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No tasse no privacy

di Davide Giacalone | 18 Marzo 2012

Bisogna che l’onestà dei cittadini venga data per certa fino all’eventuale dimostrazione del contrario

La privacy ha a che vedere con il contrasto dell’evasione fiscale, come con il contrasto del crimine, quanto i cavoli con la merenda. Il garante che ha taciuto sulle intercettazioni telefoniche, che non si muove quando gli atti giudiziari (non le sentenze, si badi) sono pubblicati a puntate, s’è svegliato. Sebbene io non abbia capito in che consista la privacy nell’aggirarsi su vetture che non ci si può ufficialmente permettere, avere un tenore di vita incompatibile con la dichiarazione dei redditi e movimentare in banca più soldi di quanti se ne dichiarano al fisco.

In un Paese in cui la pressione fiscale è intollerabilmente alta, al punto da rendere più grave la recessione, in cui il governo non ha altri rimedi che renderla ancora più opprimente, in cui i sistemi di riscossione sono da regime dispotico e in cui l’evasione fiscale è il degno compare di tale situazione, allarmarsi per la privacy mi pare l’ultima delle necessità. Non manca il rispetto per i dati personali, manca la giustizia. E’ evidente che evadere il fisco comporta un’offesa agli interessi di chi si comporta onestamente, ed è quindi evidente che tale comportamento va scoperto e sanzionato. Ma è altrettanto evidente che se tutti pagassero tutto noi avremmo un mercato ridotto alla miseria, una riduzione del lavoro e un crollo dei consumi. Tale constatazione non serve per giustificare l’evasione fiscale, ma per condannare la pressione esagerata. Né è minimamente credibile che se pagassimo tutti ciascuno pagherebbe meno, perché l’incapacità di controllare e comprimere la spesa pubblica, unita ai bisogni finanziari di uno Stato che è tanto gigantesco quanto inefficiente, oltre ad essere il più disonesto (non) pagatore in circolazione, fanno sì che l’aumento del gettito andrebbe a incremento della spesa o diminuzione del debito. Non, invece, dove è bene che vada: al calo delle tasse.

Non mi preoccupa minimamente che il fisco guardi i miei movimenti bancari, o valuti il modo in cui spendo i soldi. Visto che le macchine le compero dal concessionario, e non dallo spacciatore, non mi preoccupa che incroci il mio codice fiscale con il pubblico registro automobilistico (stando comodamente in ufficio). M’interessano due cose, del tutto diverse: a. che quelli restino rigorosamente affari miei, riservati, mentre l’amministrazione fiscale ha il diritto-dovere di chiedermi ragione di quel che, eventualmente, non quadra; b. che se mi contestano qualche cosa e io credo, invece, di avere ragione, a stabilire chi è nel giusto sia un giudice. Invece capita l’opposto: 1. la spettacolarizzazione della lotta all’evasione, in stile ampezzano, somiglia più ad una specie di educazione di massa, modello rivoluzione culturale maoista, che non al rispetto che si deve a cittadini la cui onestà deve essere data per certa, fin quando non si dimostra il contrario; 2. quando l’Agenzia delle entrate o Equitalia sostengono di avere ragione agiscono con inqualificabile violenza e arroganza, prendendomi i soldi anche dopo che ho già chiesto l’intervento di un giudice e prima che quello si pronunci. Questo è lo scandalo.

E’ lo stesso ragionamento che abbiamo svolto sulle intercettazioni telefoniche: non mi sento minacciato nella privacy se le forze incaricate della sicurezza pubblica ascoltano quel che dico, per prevenire reati, mi sento offeso nei miei diritti quando quelle carte finiscono sui giornali, passate e segnalate da procure il cui mestiere principale è inciuciarsi i giornalisti, farsi fare le interviste e farsi ritrarre in pose vigliaccamente eroiche. Non confondiamo, allora, la contestazione del sopruso con la giutificazione del reato o dell’evasione. E siccome vedo che la Corte dei Conti discetta di pressione fiscale, ma non contrasta il danno erariale che deriva dall’ingiustizia subita dai cittadini e il garante della privacy discetta sul nulla, dopo non aver fatto nulla per anni, ne deduco che ci sarebbe una prima cosa da fare, per favorire la diminuzione della spesa pubblica: chiuderli.

Pubblicato in : Primo piano

Info Davide Giacalone

Dal 1980 al 1986 è stato segretario nazionale della Federazione Giovanile Repubblicana e dirigente del PRI. Dal 1981 al 1982 è stato Capo della Segreteria del Presidente del Consiglio dei ministri, Giovanni Spadolini. Dal 1987 al 1991 è stato consigliere del Ministro delle poste e delle telecomunicazioni Oscar Mammì. È stato consigliere d’amministrazione e membro del comitato esecutivo delle società SIP, Italcable e Telespazio. Pubblicista dal 1985, lasciata la politica, è direttore de La Ragione e di Smoking, ed editorialista de L’Opinione. È stato anche consulente della Fininvest. Attualmente è una delle firme di Libero e collabora con l’emittente radiofonica nazionale RTL 102.5 dove ogni mattina, da lunedì a sabato, alle 7:10 circa durante la rassegna stampa contenuta nel programma Non stop news, commenta una notizia apparsa sulle prime pagine dei quotidiani nazionali. Da questa esperienza è nato il libro Diario Civile, edito nel 2005. Scrive inoltre articoli pubblicati sul suo sito www.davidegiacalone.it.

Nel gennaio 2010 il consiglio dei ministri (Governo Berlusconi IV) lo nomina presidente di DigitPA, nuova denominazione del “Centro nazionale per l’informatica nella pubblica amministrazione” [5]. Nel 2011 è nominato Presidente dell’Agenzia Nazionale per la Diffusione delle Tecnologie dell’Innovazione, creata da Renato Brunetta, allora Ministro della Funzione Pubblica e l’Innovazione.

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Sergio

    20 Marzo 2012 alle 23:41

    BELLE PAROLE MA UTOPICHE COLORO CHE ABBIAMO VOTATO SONO OGGI I NOSTRI AGUZZINI, CI HANNO VENDUTO NON SAPPIAMO NEPPURE A CHI !

    Rispondi

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