In un recente saggio, Sergio Guarente va alla ricerca del rapporto che intercorre tra due filosofi, Friedrich Nietzsche e Carlo Michelstaedter, dalla rilevanza certamente ineguale.
L’Anticristo di Friedrich Nietzsche
Il primo ha segnato un’epoca, che per l’autore del saggio è la modernità, di cui anzi ne ha certificato la décadence nichilistica. Del filosofo di Röcken Guarente prende in esame L’Anticristo, un “manifesto filosofico-politico” contro il cristianesimo quale “summa” della modernità e causa di quella stessa décadence. Nel libro quest’opera diventa addirittura il contraltare aristocratico e

Pubblicato nel 1888 in una corsa frenetica per bruciare sul tempo la follia, che arriverà nel gennaio dell’anno dopo, L’Anticristo è dunque per Guarente se non lo “spartiacque” decisivo della storia dell’umanità, come preconizzava l’autore stesso, certamente comunque un contributo non da sottovalutare quando si consideri l’obiettivo che lo ispirava, la distruzione del cristianesimo. Una religione che è innanzitutto il risultato di un’elaborazione, anzi di un tradimento, che è la negazione della vita dello stesso Cristo, uno sviluppo fonte e causa, per come si è strutturato, della decadenza e del nichilismo che attraversa l’Occidente odierno, ma che ha radici antiche, nel campo religioso in quel Paolo di Tarso — il genio dell’odio, dell’odio ebraico contro Roma, dell’estremo e raffinato diffusore del «profondo risentimento ebraico nei riguardi della vita, della realtà e della storia» — che trasformò il messaggio originario dell’«interiorità» in un qualcosa che somigliava di più al suo opposto, e in campo filosofico nella metafisica socratico-platonica. In entrambi i casi si è teso a neutralizzare lo spirito dionisiaco, con il risultato di rendere la vita umana insensata, e, sul piano politico, come scriverà più tardi anche Heidegger in una sua opera, a far sprofondare progressivamente l’Occidente ne Il nichilismo europeo.
Sotto i colpi della dialettica abbiamo abbattuto Dio, lasciando l’uomo solo, sotto i colpi della morale corrente abbiamo svalutato i valori supremi. E così come con la lunga scia di fumo e di fuoco di un aereo, prima dell’avvitamento fatale, la distruzione è vicina: il pilota continua a dispiegare pratiche di volo tradizionali, sempre più inefficaci, del pari nella società le pratiche devozionali standard della religione proseguono senza grandi novità, anche se incapaci di portarci alla verità e alla salvezza.
Ma se la “malattia” è svelata, e sta tutta nel cristianesimo, la “cura” sta, anch’essa tutta, nella tradizione. Curioso modo di contrapporsi proprio alla Tradizione, tante volte invocata in ambito religioso e politico, curioso ma non privo di efficacia. Di contro al nichilismo e alla ideologie umanitarie e democratiche della modernità — la malattia — il rimedio sta nella riaffermazione della vita, nell’entusiasmo di assorbirla in tutta la sua pienezza, insomma nella riconquista dello stato di salute.
Nella furia iconoclasta di Nietzsche finisce non solo il cristianesimo, il mezzo dei deboli e dei sottomessi per contare di più trascinando tutti al loro livello, ma anche il buddhismo, il civile, bonario e senza nerbo spirito della normalità e del buon senso estremo-orientale. E tuttavia tra i due Nietzsche ritiene il secondo di gran lunga meno falso, e nella sua lotta al dolore anziché al peccato, nella sua rinuncia alla perfezione, più autentico.
Ma lasciamo alla lettura del libro la scoperta degli sviluppi di queste premesse, contenute nel primo capitolo del libro.
La persuasione e la rettorica di Carlo Michelstaedter
Nel secondo capitolo si passa ad esaminare un’altra opera, questa volta del goriziano Carlo Michelstaedter. Dicevo all’inizio del diverso peso dei due filosofi. Michelstaedter non va oltre la stesura della tesi di laurea, al termine della quale si suicida. Siamo nel 1910. Ma sarà proprio questo lavoro, salvato grazie all’impegno di un compagno di studi a lui molto caro, e ripreso di recente, a dargli una certa rilevanza, almeno come segno di un’epoca critica come quella degli inizi del secolo scorso.
Il titolo, La persuasione e la rettorica, non è tranchant come quello di Nietzsche, anzi a tutta prima piuttosto oscuro. Per semplificare, diciamo che la differenza tra le due accezioni è la medesima che corre tra la vita autentica e la vita inautentica, anche se, come precisa Guarente l’antitesi «non è direttamente esplicitata con tale terminologia nel testo». Sembrerebbe di capire che la ‘rettorica’, così nel libro, viene «dopo la ‘persuasione’ non prima» (Meroi), come la fanciullezza, aggiungo io, viene prima della maturità. Ma è la contrapposizione tra le due che domina tutto il pensiero di Michelstaedter, che è lotta tra le «“forze brute” (intese come bisogni, desideri, passioni) da un lato, e il disperato tentativo di padroneggiarle e “canalizzarle” dall’altro». Una ricerca dell’«equilibrio» che lo stesso Michelstaedter visse probabilmente in maniera vivissima sulla propria pelle.
Ma questo dramma, molto individuale, nel filosofo di Gorizia si innalza a riflessione filosofico-teoretica, intrecciandosi tuttavia sempre con la prassi. La ‘rettorica’ diviene così «la “malattia dell’epoca” che pervade la società e l’individuo, con l’infelicità costitutiva che la contraddistingue».
Nell’impossibilità di addentrarci nella trattazione dettagliata del capitolo, voglio qui ricordare solo la diversa valutazione che si riscontra nei due filosofi rispetto al nodo centrale del pensiero greco che rimanda inevitabilmente a Socrate – Platone – Aristotele. Mentre in Nietzsche: «Socrate è l’iniziatore della decadenza occidentale, in cui la corruzione del sapere filosofico falsa e tradisce la vita, Michelstaedter ne scorge l’origine in Aristotele, “traditore” del messaggio socratico (solo parzialmente continuato da Platone)».
Dalla diagnosi alla terapia
Nel terzo capitolo, L’Anticristo e La persuasione e la rettorica rappresentano, scrive Guarente «l’urgenza della vita autentica per l’affermazione della “grande salute” contro la “malattia” della modernità». Entrambi i filosofi, come nota Gianluca Prosperi nella Prefazione, assurgono a «profeti della deriva novecentesca (inaugurata dal catastrofico primo conflitto mondiale)». E se per Nietzsche la “salute” sta nella fedeltà alla terra dell’uomo ritrovato, e perciò superuomo, in Michelstaedter è piuttosto nel «viaggio rischioso ma inebriante verso il regno del mare». Un tema, questo del mare, ben trattato nel libro.
Conclude Guarente, essi hanno «assunto su di sé, fino all’estremo limite del pensiero e al sacrificio personale, il peso del tragico, il fardello dell’impossibilità costitutiva della vita, ma il loro messaggio profetico non è passato invano, perché la loro ricerca inaudita e sofferente scuote la nostra indifferenza e ci invita a procedere sino al fondo più riposto della nostra presenza nel mondo e nella storia».
Per Prosperi quello di Guarente è un contributo doveroso ai due filosofi: «Se non altro per ripensare l’idea stessa di “modernità infelice”, in cui è ben riconoscibile l’eco della “coscienza infelice”, avvertita nelle ascendenze hegeliano-kierke-gaardiane come costitutiva e lacerante separazione individuale dalla totalità che proprio la modernità ha disancorato dal cielo che ne assicurava l’anelato ricongiungimento».
Un libro senz’altro utile quindi questo di Guarente. A voler proprio cercare il pelo nell’uovo un paio di pecche le ho avvertite: un uso forse un po’ eccessivo del virgolettato e del corsivo, cui però alla fine ci si abitua, un po’ meno alla mancanza di un indice di nomi.
Luciano Priori Friggi
Nietzsche e Michelstaedter “terapeuti” della modernità infelice
Leggendo L’Anticristo e La persuasione e la rettorica.
Isbn: 9788860747464
Pagine: 156
Anno di pubblicazione: 2016
Collana: Saggi – Filosofia
Morlacchi Editore
€ 12,00
Nietzsche e Michelstaedter “terapeuti” della modernità infelice

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