Dice che la politica deve tornare a parlare alla gente comune, ai diseredati, ai nuovi poveri, ma in novanta secondi pronuncia tre volte la parola “fenomenologia” che tutto è meno che un termine di uso comune e comprensibile ai più.
Dice che la sinistra deve fare una volta per tutte i conti con il proprio passato, con gli orrori del comunismo, con le storture di un sistema che non può funzionare e che è la negazione stessa di ogni principio di libertà e di diritto, ma poi sostiene che “l’Italia ha un disperato bisogno di sinistra per ritrovarsi”.
Dice di sognare un paese dove tutti hanno eguali diritti ed eguali opportunità, ma poi disegna una società civile dove compaiono solo gli operai, mentre tutti gli altri sono un’indistinta classe agiata che deve pagare per tutti con nuove tasse sulle rendite da capitale.
Dice che con l’eolico, in Puglia, ha dato una risposta definitiva ed oppositiva all’utilizzo dell’energia nucleare, ma si dimentica di estendere questo dato a livello nazionale e spiegarci come si dovrebbe far fronte al nostro fabbisogno energetico senza più dipendere dalle forniture degli altri paesi europei.
Dice che la politica deve essere “una grande narrazione popolare”, una sorta di epica applicata alla quotidianità, ma nella trama di questo vasto racconto tralascia di inserire i ruoli ed i personaggi che tale epica dovrebbero incarnare e, se possibile, tradurre in realtà nell’amministrazione quotidiana della cosa pubblica.
Qualcuno, con geniale sintesi, lo ha ribattezzato “il favoliere delle Puglie”, icastica definizione che racchiude perfettamente la natura e la propensione di Nichi Vendola, nuova icona di una sinistra agonizzante che pare non avere altra via di sopravvivenza che quella della fuga nel sogno: raccontaci una favola, Nichi, e non avremo paura del buio che ci avvolge, di questa oscurità di tempi, di idee, di capacità e di risorse che è calata su di noi e non sappiamo come dissolvere.
La sua immagine è perfettamente modellata su quella di un suo grande conterraneo, Carmelo Bene. La stessa pettinatura, la stessa capacità di affabulazione, la stessa forza onirica, ma l’uno aveva scelto il luogo giusto per esprimersi, ovvero il palcoscenico di un teatro dove è normale e persino scontato che la realtà trascolori nel sogno, mentre Vendola sta sulla ribalta politica che esigerebbe il contrario, ovvero la concretizzazione del sogno in più banale quotidianità. La sua storia personale è affascinante al punto da sembrare quella di un romanzo di formazione capace di narrare i passaggi evolutivi, od involutivi, dell’Italietta bacchettona negli ultimi cinquanta anni: un piccolo paese di provincia nel Sud agricolo ed arretrato, una famiglia comunista di stampo rigoroso dove etica e morale sono pane quotidiano e si affacciano sulla porta della chiesa, a mescolare diritti e principi, insegnamenti evangelici e lotta di classe, ed infine l’ingrediente di maggior spicco, quello che determina una vita controcorrente: la diversità intesa come omosessualità, dichiarata da subito e dunque declinata in tutte le forme dell’incomprensione, della discriminazione, della prova sofferta in un microcosmo chiuso e provinciale dove di certe cose neanche si parlava, figuriamoci dunque cosa potesse significare dichiararle apertamente come stile e scelta di vita.
Con questa storia da romanzo popolare, con la sua capacità di narrarla in prima persona elevandola al rango di grande racconto non più individuale ma di classe, di portarla dal vissuto al mito, e dunque farne un modello a tutti gli effetti, Nichi Vendola affascina, attrae, ed infine confonde. Perché nel flusso joyciano del suo narrare, tutto si mescola e tutto si perde nella vaghezza di parole che sono suono ma non contenuto, che sono affabulazione ma non progettazione, che sono sogno ma non realtà. Manca, in questa operazione di costruzione di una nuova epica nazionalpopolare, la forza concreta e pragmatica dell’eroe, dell’Ulisse spaccone e bugiardo che però poi stringe i denti di fronte alle avversità ed al Fato ostile e riconquista la sua terra, ristabilisce una regola precisa di vita, di valori, di governo, dove non c’è più spazio per il viaggio ma solo per la ricostruzione sopra le macerie causate da una prolungata assenza di responsabilità. Manca, a Nichi Vendola, che pure è per molti aspetti migliore degli altri, ciò che oggi manca all’intera fallimentare, corrotta, deviata e non più sostenibile classe politica italiana: un approccio non di parte, una visione delle cose pragmatica e concreta, una messa in campo di risorse analitiche, progettuali ed operative. Manca, in sintesi, il cruciale fondamentale passaggio dal sogno alla realtà. Passeremmo volentieri una sera a parlare con Vendola, certi che ne uscirebbe un confronto interessante, ma mai gli affideremmo la guida del nostro paese che, molto più umilmente, molto più realisticamente, molto più disperatamente, non ha bisogno di eroi ma di persone disposte a ripartire da zero nella ricostruzione non di un mito ma di una realtà sociale, civile, amministrativa, politica che oggi si è completamente sfaldata. Non è tempo di sogni, questo, ma solo di sane e realistiche assunzioni di responsabilità.
ChiBo

Cartoni, la tua omofobia si puo’ curare, non intervenire se non hai niente di meglio da scrivere.
Cara Paulette, purtroppo,come ben sai…nessuno è perfetto ! E poi scusa ,ma toglierli per metterli dove ??? Tutti a Parigi ?E se i parigini si…inalberano?
Purtroppo Vendola non é il sindaco di Parigi, purtroppo Vendola gira col rosario in tasca, purtroppo Vendola é un catto-comunista.
Dov’é una persona, gay o eterosessuale, che sia laica e che abbia tra i primi 5 punti la necessità di togliere i gay italiani dal ghetto?!?
Cara Chiara, ho cercato qualcuno adatto per la ricostruzione. Non ho trovato niente altro…
cari saluti
ps- hai mai letto L’orologio, di Carlo Levi? bellissimo
Valerio, ho l’impressione tu abbia postato il tuo commento sotto il pezzo sbagliato…
Il Governo Parri è stato in carica dal 21 giugno 1945 al 10 dicembre 1945 per un totale di 172 giorni, ovvero 5 mesi e 19 giorni.
Ministero della Ricostruzione, istituito con decreto luogotenenziale del 21 giugno 1945, n. 378:
Ministro Bartolomeo Meuccio Ruini (PDL)
Sottosegretario Ernesto Rossi (PdA), dal 5 luglio 1945