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New York alla prova Mamdani

L’ascesa di Zohran Mamdani candidato progressista e grande favorito per l’elezione a sindaco di New York interroga i vertici democratici e promette di ridefinire il volto politico della città più iconica d’America. Le elezioni per il nuovo sindaco di New York, il prossimo 4 novembre, potrebbero presto trasformarsi nell’avvenimento politico dell’anno. Negli Stati Uniti, e non solo, gli occhi sono puntati sui candidati in corsa, ma a concentrare attenzione e curiosità è soprattutto uno di loro: Zohran Mamdani, exploit di questa campagna, che secondo i sondaggi ha già quasi la vittoria in tasca.

di Alessia De Luca | 1 Novembre 2025
Democratic candidate for New York City Mayor Zohran Mamdani holds an egg and cheese sandwich while he speaks to the media during a campaign event in the Bronx borough of New York City, U.S., October 29, 2025.

Le elezioni per il nuovo sindaco di New York, il prossimo 4 novembre, potrebbero presto trasformarsi nell’avvenimento politico dell’anno. Negli Stati Uniti, e non solo, gli occhi sono puntati sui candidati in corsa, ma a concentrare attenzione e curiosità è soprattutto uno di loro: Zohran Mamdani, exploit di questa campagna, che secondo i sondaggi ha già quasi la vittoria in tasca. Il suo profilo – 34enne socialista, musulmano, nato in Uganda da genitori indiani – non basta però a motivarne l’improvviso e inaspettato successo, che va invece ricercato in un messaggio semplice quanto inedito per un democratico americano: Mamdani non attacca Donald Trump, ma il costo della vita con cui deve fare i conti chi vive a New York. E lo fa attraverso una comunicazione brillante sui social e una capacità notevole di mobilitare giovani volontari per il porta a porta. Nella sua agenda, propone il congelamento degli affitti per quattro anni, autobus gratis e assistenza all’infanzia garantita per tutti. Per permetterselo, l’aspirante primo cittadino propone di aumentare le imposte all’1% dei newyorkesi più ricchi, con redditi superiori a 1 milione di dollari, che genererebbe 4 miliardi di dollari di entrate fiscali. E di aumentare l’aliquota alle aziende all’11,5%, per eguagliare quella del New Jersey, generando circa 5 miliardi di dollari all’anno. Un programma che ha un solo nemico dunque, il carovita, e che non propone battaglie culturali né ideologiche ma che è bastato a trasformare un deputato locale, noto a malapena agli elettori del suo collegio di Astoria, in uno sfidante capace di travolgere l’ex sindaco Eric Adams, ritiratosi dopo vari scandali e lo stesso ex governatore Andrew Cuomo, sconfitto nelle primarie democratiche e azzoppato da delle accuse per molestie sessuali, senza però rinunciare a correre da indipendente. Oggi, secondo le rilevazioni, Mamdani lo stacca di oltre 10 punti. Il terzo rimasto in lizza è Curtis Sliwa, repubblicano, con poche chance in una città a maggioranza democratica.

Un outsider contro il carovita?

La battaglia per New York va ben oltre i confini della città, che rimane un motore economico, politico e culturale cruciale per l’America. Con un’economia metropolitana da oltre 2,3 trilioni di dollari, più grande di quella del Canada, la Grande Mela rappresenta da sola circa il 9% del Pil americano. Anche in politica, New York ha un’influenza netta. I suoi donatori stanziano più fondi per le campagne federali di quelli di qualsiasi altra città, fatta eccezione per l’area metropolitana di Washington D.C. Alla Casa Bianca oggi siede un newyorkese d’accezione, Donald Trump, circondato da concittadini: Steve Witkoff e Howard Lutnick, il suo inviato per la pace e il suo segretario al commercio. Altri due newyorkesi, Chuck Schumer e Hakeem Jeffries guidano i Democratici rispettivamente al Senato e alla Camera. Tuttavia, il suo modello di crescita è sotto pressione. L’1% più ricco dei newyorkesi rappresenta oltre il 40% delle entrate fiscali della città. Ma la città non crea più così tanti posti di lavoro di alto livello e alcuni dei suoi residenti più ricchi se ne stanno andando. Allo stesso tempo, per i residenti ‘comuni’ la Grande Mela è diventata inaccessibile. Gli affitti medi sono più del doppio della media delle 50 città più grandi d’America. Il costo degli asili nido è aumentato di oltre il 40% negli ultimi cinque anni. Non stupisce che Mamdani concentri la sua retorica sull’idea di “riprendersi la città”: un messaggio che ha attecchito in una metropoli dove la polarizzazione economica è divenuta insostenibile e il ceto medio si sente sempre più escluso.

Sfida a Trump?

Che lo stesso Trump guardi a Mamdani con sospetto è cosa nota. Il presidente ha già minacciato di ‘mettere a ferro e fuoco’ la città nel caso in cui consegni le sue chiavi a quel “comunista” e poi ha suggerito che gli avrebbe strappato la cittadinanza (Mamdani, nato in Uganda, è naturalizzato americano dal 2018). Il tycoon ha intuito un pericolo reale: come lui, Mamdani è un maestro della comunicazione, con un talento nel far sentire compresi gli elettori comuni.  L’ultima settimana di campagna ha visto un suo raduno nel Queens con oltre 13mila persone – insieme ad Alexandria Ocasio-Cortez e Bernie Sanders – in quello che il New York Times ha descritto come un evento “più simile a una campagna presidenziale che municipale”. Allo stesso tempo, Mamdani divide: è criticato dai mondi del business e della finanza, e dagli attivisti pro-Israele per le sue posizioni vicine ai palestinesi. I miliardari della città hanno speso milioni nel tentativo di fermarlo, finanziando Cuomo o campagne per attaccarlo. Ma hanno ottenuto l’effetto opposto: Mamdani è diventato il volto dell’anti-sistema, il candidato che parla per chi non si sente rappresentato. Lui, comunque, dopo aver vinto le primarie ha incontrato anche banchieri, ceo, leader delle istituzioni culturali e ogni genere di elettori scettici: lo ha fatto per consolidare il suo potere e presentarsi come un politico di sinistra pronto ad ascoltare, a riconoscere la propria mancanza di esperienza e a cercare un terreno comune.

New York, laboratorio democratico?

Mentre l’establishment del Partito democratico americano spera ancora in un colpo di scena dell’ultimo minuto, spaventato dalla popolarità di un leader così vicino all’area più radicale del partito, l’ala socialista è in fermento. “Zohran aveva l’1% nei sondaggi, ora è in testa. Questo movimento dà speranza non solo a New York, ma a tutto il mondo”, ha suonato la carica Bernie Sanders. È vero, come lo è il fatto che, proprio per questo, la corsa di Mamdani rappresenta molto più di un test municipale: è un banco di prova per un Partito Democratico in crisi d’identità, incerto su come rispondere al trumpismo e diviso tra pragmatismo centrista e nuova spinta progressista. Dopo anni di scarsa incisività, il successo di Mamdani mostra che il dissenso al presidente Trump può assumere forme diverse: meno ideologiche, più sociali ed economiche. E, forse, più efficaci. Il voto del 4 novembre non dirà soltanto chi guiderà New York: potrebbe indicare la via al resto del Paese che punta a una versione di sé diversa da quella che il tycoon, asceso per la seconda volta alla Casa Bianca, sta forgiando a colpi di martello. 

Il commento

Di Mario Del Pero, ISPI e Sciences Po

“È facile, come taluni fanno, liquidare il fenomeno Mamdani come espressione di un radicalismo di sinistra che troverebbe terreno fertile in una città, e in un elettorato, come quelli di New York. In realtà, nella sua vittoria alle primarie e nella sua probabile elezione a sindaco convergono fattori diversi, che hanno anche una rilevanza e dei riverberi nazionali: la frattura generazionale dentro il partito democratico e l’irritazione di molti verso una leadership ritenuta debole, impotente e conservatrice; la capacità di utilizzare con efficacia nuove forme di comunicazione politica che nel 2024 Trump e repubblicani dimostrarono di saper maneggiare molto meglio; l’attenzione a temi – su tutti il costo della vita e la questione abitativa – oggi particolarmente sentiti dagli elettori”.

Alessia De Luca

Pubblicato in : Editoriale, EsteriTag: elezioni sindaco NY, Mamdani, New York, sindaco

Info Alessia De Luca

Journalist, Advisor for Online Publications, Responsabile ISPI Daily Focus
Relazioni Translatantiche. Alessia de Luca is a professional Journalist and an expert of US politics, in charge of the daily newsletter ISPI Daily Focus and of the Focus USA2024. She has served as Middle East and Northern Africa correspondent from 2005 to 2009. Previously at Skytg24, she also contributed for RAI and Radio Vaticana. Her works were published among others by La Stampa, Lifegate, Nigrizia, Avvenire and EastWest.

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