
Il percorso della controversa riforma della giustizia in Israele è in una fase molto delicata. L’iniziativa, fortemente voluta dal governo di Benjamin Netanyahu, ha cessato da tempo di essere una questione meramente interna, tanto da influire in maniera concreta sulle relazioni tra lo Stato ebraico e il suo principale partner internazionale: gli Stati Uniti d’America. Se nella giornata di martedì, 12 settembre, i giudici della Corte Suprema israeliana hanno tenuto una storica seduta sulla “clausola di ragionevolezza”, che consente alla Corte di pronunciarsi sulla ragionevolezza delle decisioni del governo, nelle ore successive è arrivata da Washington una doccia fredda per il premier in carica. Il presidente statunitense Joe Biden lo incontrerà prossimamente a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York piuttosto che alla Casa Bianca, come avrebbe invece auspicato il capo del governo israeliano. La decisione, anticipata dalla stampa americana e confermata da fonti dello Stato ebraico al quotidiano The Times of Israel, non è questione da poco. Il sito d’informazione statunitense Axios parla di “un vero e proprio smacco” per Netanyahu, la cui riforma giudiziaria è stata più volte criticata – in modo non sempre velato – dal presidente USA e da esponenti di spicco della sua amministrazione.

La riforma non s’ha da fare?
L’udienza della Corte Suprema di martedì è stata definita storica dai media israeliani perché per la prima volta nella storia del paese tutti e 15 i giudici dell’Alta Corte di Giustizia si sono riuniti in consiglio. La seduta, durata ben 13 ore, aveva l’obiettivo di esaminare i ricorsi contro una legge approvata a luglio dalla Knesset, il parlamento monocamerale israeliano, che vieta ai giudici di intervenire sulle decisioni governative. Questo potere – definito “norma di ragionevolezza” – permetteva alla Corte suprema di invalidare decisioni del governo ritenute sbagliate o ingiustificate, o appunto irragionevoli. La questione, sebbene altamente tecnica, ha colpito profondamente l’opinione pubblica dello Stato ebraico, tanto che i primi mesi del 2023 sono stati segnati da enormi manifestazioni di protesta contro la riforma giudiziaria. L’emendamento approvato rientra nel corpus delle leggi definite semi-costituzionali: la Corte Suprema non ha mai annullato sinora una norma di questo tipo. Il presidente della commissione Giustizia della Knesset, Simcha Rothman, ha ammonito la Corte, descrivendola come “un’oligarchia” priva dell’autorità di ribaltare la volontà della maggioranza. La presidente del tribunale supremo, Esther Hayut, ha sottolineato che i giudici dell’Alta corte non possono annullare le leggi fondamentali “un giorno sì e l’altro no”. Il giudice Yitzhak Amit ha sollevato dubbi sul perché l’esecutivo abbia voluto modificare lo standard di ragionevolezza, quando la corte utilizza a malapena tale principio per rivedere le decisioni del governo (si parla di 1,6 sentenze all’anno)
Crisi di governo?
A spingere per la “linea dura” nei confronti della Corte sono soprattutto i partiti di estrema destra che sostengono il fragile governo Netanyahu. I dissapori fra le diverse anime dell’esecutivo sono emersi nuovamente nella giornata di mercoledì 13 settembre dopo che la Radio ufficiale delle Forze di difesa israeliane (IDF) ha riferito della fornitura, approvata dallo stato ebraico, di armi e veicoli blindati all’Autorità nazionale palestinese (ANP) da parte degli USA. Il ministero della Difesa ha prontamente smentito l’indiscrezione, riguardate in particolare circa 1.500 fucili. In precedenza, però, Netanyahu aveva attribuito la responsabilità della mossa al governo Bennett-Lapid, in carica prima dell’attuale esecutivo, di fatto confermando l’accaduto. I falchi della coalizione, però, non hanno perso occasione per attaccarlo. I ministri di estrema destra Bezalel Smotrich e Itamar Ben Gvir si sono scagliati apertamente contro il primo ministro, affermando che la mossa è stata fatta a loro insaputa. I due, inoltre, hanno accusato Netanyahu di complottare per gettare le basi per un governo alternativo insieme al leader del partito National Unity, Benny Gantz (dato primo nei sondaggi più recenti).
Malumore a Washington?
L’incontro, previsto a New York all’inizio della prossima settimana, sarà il primo di persona tra Netanyahu e Biden da quando il primo ministro israeliano è tornato in carica quasi nove mesi fa. Come evidenzia Barak Ravid sulle colonne di Axios, si tratta di “un ritardo molto insolito, considerando la stretta alleanza tra Stati Uniti e Israele”. Secondo quanto si apprende, il premier avrebbe preferito un bilaterale a Washington per legittimare sul piano internazionale la spinta del suo governo per la riforma giudiziaria. L’iniziativa, oltre che da molti israeliani, è avversata anche da ebrei americani, democratici al Congresso e dall’amministrazione Biden stessa: tutti questi attori temono che uno sbilanciamento dei poteri a favore dell’esecutivo possa indebolire la democrazia del paese. Netanyahu è a capo di quello che lo stesso Biden ha definito “il governo israeliano più estremo che abbia mai visto da quando ho iniziato a lavorare con i primi ministri israeliani 50 anni fa”. Il leader israeliano, frustrato per non essere stato invitato alla Casa Bianca, avrebbe fatto pressioni sull’ambasciatore a Washington, Michael Herzog, per propiziare il prima possibile una visita. Alla fine, la scelta sarebbe ricaduta su un incontro a margine dell’Assemblea Onu, ma funzionari statunitensi, citati dalla stampa USA, assicurano che Netanyahu sarà invitato a Washington in un altro momento, presumibilmente entro quest’anno.
Il commento
di Mattia Serra, ISPI MENA Centre
“Gli eventi degli ultimi giorni sono forse la più alta espressione del cortocircuito istituzionale innescato dalla riforma costituzionale promossa dal governo Netanyahu. Una Corte Suprema riunita per esprimersi sulla validità di una norma che ne riduce i poteri. Un ministro della Giustizia che si rifiuta di convocare il comitato per le nomine giudiziarie fino all’approvazione della riforma che ne cambierà la composizione, di fatto ostacolando il funzionamento delle istituzioni che sarebbe chiamato a guidare. È difficile immaginare una via d’uscita da uno scenario così inedito e da una crisi istituzionale così profonda da aver lacerato il tessuto sociale di un paese. A ciò si aggiunge poi la contraddizione di una coalizione di governo in disaccordo su tutto, tranne che sull’espansione delle colonie e la volontà di ribaltare l’assetto istituzionale del paese”.
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A cura della redazione di ISPI Online Publications

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