Tra le tante disgrazie in cui la sinistra è inciampata e impazzita sta l’onnipotenza di massa, il tempo, per dirla con Céline, in cui “Qualsiasi buco di culo si guarda allo specchio e si crede Giove”.
Il nostro tempo. L’onnipotenza di massa è ingovernabile, ingorda di tutto dà e chiede sempre più energia in simbiosi col tecnomercato per produrre e indossare a getto continuo i propri “stili di vita”.
Ma cos’è lo “stile di vita”? Lontanissimo estratto del “behaviorismo”, lo “stile di vita” è notoriamente calato nella psicologia sociale e nel marketing per l’acquisizione di comportamenti che individuano il target rispetto a un certo prodotto. Il meccanismo indicava una volta “stili di vita” standard per il riconoscimento di ceti e classi, finché le necessità del marketing hanno portato a una vera e propria fabbrica degli “stili di vita”, fino a invocare alla luce anche quelli un tempo ritenuti trasgressivi, ed oggi sacrosanta sequela di diritti nell’espansione delle libertà. Il passaggio dall’appartenenza a uno “stile di vita” alla valutazione della sua resa mercantile stabilisce la condizione per cui uno “stile di vita” può essere formulato come diritto da riconoscersi e difendere. A maggior titolo ciò è vero per gli “stili di vita” che abbiano impatto trasgressivo, in quanto espressioni di condizioni di minoranze discriminate, razziali, religiose, omosessuali ecc., e che devono rivendicarsi come diritti, poiché solo in questo caso producono impulso al consumo. Così ad esempio la maggior richiesta di case in affitto o in vendita per single o coppie omo, e quindi di arredamenti, e ancora di tipi di vita in cui la spettacolarità dell’io che trasgredisce vuole il bilanciamento in maggiore spettacolarità sociale convenzionata, del teatro, del cinema e del viaggio, di quanto con perdurante magnanimità è ancora detta cultura.
Proprio il confronto col mercato immobiliare e annessi e connessi permette anticipatamente di dimostrare la sostanziale ingenuità dei timori del nuovo presidente della CEI, infatti l’incesto una volta acquisito come “stile di vita” e diritto non sembra offrire al mercato le opportunità di crescita che invece promettono le coppie omo. Per questo, e non certo per ragioni etiche, l’incesto molto difficilmente diventerà appetibile per la fabbrica di “stili di vita”. Se ciò vale per lo “stile di vita” sessuale trasgressivo, uguale meccanismo si evince nei frutti del dialogo interculturale e interreligioso, dove a farla da padrona e vero beneficiaria resta sempre e comunque la promozione del mercato. Alla domanda fino a quando lo stile di vita ex trasgressivo sia legittimato a indicarci lo sviluppo sostenibile della sua trasformazione in diritti civili, la risposta sta solo nella capacità del mercato di affondare i suoi tentacoli per stuzzicare le mille diversità e le mille sfaccettature individuali, fenomeno questo in cui la psicologia si è servilmente adeguata anche attraverso le varie branchie del cognitivismo. Ad ogni mossa dell’input e dell’output si colloca un principio negoziale, ossia uno scambio, foss’anche su bancarella. Non si dà altro: la condizione perché gli “stili di vita” accedano ai propri diritti è la frantumazione infinita, la tomizzazione illimitata dell’immagine dell’uomo, il suo sbriciolarsi inarrestabile nelle libertà al punto che ciascun vivente possa affacciarsi e far valere il proprio “stile di vita”. Ecco invece dell’unicità della persona, avanzare le varianti di miliardi di “stili di vita” resi possibili dall’onnipotenza energetica del mercato fatto ormai tecnomercato.
Se poi lo “stile di vita” non può essere in pieno abbracciato, atteggiamenti, stranezze e sofisticherie varie bastano a ricomporre il mosaico dell’unicità individuale.
Ma siamo ben oltre il deprecato individualismo che già si giustificava col fluttuare della persona nelle tante disponibilità della libertà.
Il riconoscimento degli infiniti diritti degli altrettanto infiniti “stili di vita”, scorpora il comportamento da ogni realtà, e lo sposta nella pura astrattezza delle monadi incomunicabili perché onnipotenti.
Se facile è capire che il mercato instaura il primo collegamento tra stile di vita trasgressivo e insorgere del relativo diritto civile, molto più complesso è accettare che il mercato sia una fabbrica di diritti, di diritti a fondamento energetico produttivo, diritti che assumono la maschera di diritti naturali, in cui lo “jus naturae” è soppiantato dalla necessità di una catena produttiva e di profitto, dove le diversità sono concepite, cercate e volute per farne soggetti rivendicatori, ossia “target” per il consumo dei diritti.
Non si contesterà infatti che i diritti e le libertà derivati da uno “stile di vita” trasgressivo e a lungo costretto a nascondersi, non siano anche e soprattutto propulsori inauditi per il mercato, intestini voraci e enormi che pilotano nuovi consumi e tendenze, e là dove il libertario vede ancora una conquista etica e civile, si dà invece un grande affare, la vera arena dove si decide l’ammissibilità o meno del diritto, affidando al tecnomercato la guida di tutte le graduali ascese del buon vivere, fino alla meta suprema, la felicità. corto di emergenza la sinistra europea si è pedestremente allineata a questo andazzo, pur di non perdere il treno di quanto è chiamato nuovo, senza denunciare che al di là delle personali e astruse argomentazioni il gran discutere sui Pacs e sui Dico, appare inconcludente, quando sia avulso dalla denuncia della fabbrica degli “stili di vita”. E poi sta l’incerto ricorso a concetti accomodati e accomodanti di natura. Perché da parte della Chiesa ci si richiama a una natura istintuale, benedetta e vergine, maestra di comportamenti veri sulla scorta di S.Tommaso.
M come può il cattolico negare lo “stile di vita” omo con relativi diritti denunciando il degrado istintuale di simile coppia perché sterile e non in accordo col “crescete e moltiplicatevi”, pronunciato quando sulla terra stavano cento o duecentomila individui?
Da dove il cattolico ricava la discriminante dell’atto contro natura fra la coppia omo che si amasse d’amore non carnale e la coppia etero che ugualmente si amasse d’amore non carnale, quando la santità di simili “stili di vita” è stata da sempre benedetta dalla Chiesa?
Da parte laica si finge di credere che i diritti civili appartengano a conquiste etiche, culturali e politiche santificate dal progresso e non più ingessate nella natura precostituita che senza problemi ci si può buttare alle spalle. Mentre invece quelle conquiste restano il frutto di un particolare interregno materiale della storia umana, quello appunto presente, interregno che non dà la benché minima garanzia di materiale continuità. Il delirio di entrambi i contendenti non realizza i rispettivi sogni e sia la CEI che i laici mostrano una smaccata malafede sull’uso e il non uso del concetto di natura. Alla dilatazione degli “stili di vita” e dei relativi diritti rispondono male o a arte sia il nuovo presidente della CEI, sia il fronte laico, perché entrambi non prendono in considerazione i meccanismi di produzione degli “stili di vita” e dei diritti civili che ne inquadrano la fruizione, come e perché questi stili si espandono prima che etica alcuna possa intervenire senza metterli in gabbia. Di conseguenza entrambe le parti non considerano la necessità di governare la produzione di stili di vita e dei diritti relativi, la Chiesa perché li nega sul nascere mentre esistono, i laici perché da eterni “parvenu” li osannano acriticamente come manifestazione dell’uomo finalmente liberato. Diciamo che la CEI si appella alla natura nel momento elettivo delle sue forme definite e finalizzate, mentre i laici si appellano alla natura nella potenzialità delle sue forme indecise e non finalizzate. Se la Cei è colpevole di consapevole cecità, i laici sono colpevoli di voler introdurre astratti principi evoluzionistici instabili nel tessuto storico e sociale stabilizzato.
I laici sono cioè colpevoli di seminare mutazioni e non mutamenti sociali, sono colpevoli di attizzare i germi della biologia sociale, che la storia recente ha accolto a patto di farne mostri. Il coinvolgimento del corpo rispetto alla consuetudine è la vera discriminante tra mutamento e mutazione.
Gli “stili di vita” culturali e religiosi che impongono al corpo marginali trasgressioni appaiono ancora mutamenti capaci di diritti. Al contrario gli “stili di vita” sessuali che comportano un’alterazione radicale nell’uso del corpo, lungi dal doversi ostacolare, si inquadrano però come vere mutazioni artificiali e la loro copertura giuridica non può risolversi con la semplicistica estensione del diritto al consumo dei diritti, ma dovrebbe passare attraverso l’analisi delle incidenze probabili sulla filogenesi da parte delle mutazioni pilotate. Se questo potrebbe essere un approccio meno sbrigativo per la comprensione del problema, a entrambi i contendenti, CEI e fronte laico, si dovrebbe comunque ricordare che la natura non è l’autista per le personali scampagnate con Dio o con l’uomo.
Come già indicato agli “stili di vita” e alle battaglie per i diritti conseguenti dove la libertà si frantuma nelle libertà, non poteva sottrarsi la sinistra impazzita e vogliosa di maturare il proprio ulteriore snaturamento in sinistra “amerikana”. Alleata col motore che a getto continuo produce “stili di vita” e richiesta di diritti, tutta la sinistra europea nei suoi variegati intrecci ha svenduto la propria tradizione di rigenerazione della storia per addivenire alla coltivazione del più sereno giardinetto, la soddisfazione degli “stili di vita” sollecitati dal mercato, che dietro le battaglie per i neri negli USA furono e sono specialità della sinistra americana.
In realtà i diritti civili, che sembrerebbero andare al cuore delle esigenze più vere, una volta estrapolati dall’alfabeto dei bisogni sobillati dal tecnomercato, non dicono e non aspirano a niente più che non sia la codificazione del benevolo e antico chiudere gli occhi sui capricci individuali.
Questa la lezione sulle libertà all’inseguimento delle libertà scenario della democrazia americana, giudicata con molta miopia la più avanzata, una democrazia che si accontenta di distribuire “stili di vita”, di non incepparne la fabbrica, stili sempre più veri e irrinunciabili perché sempre più vuoti, astratti e imposti da minoranze in transito permanente da uno stile all’altro, ossia da momentanee e quindi plebiscitarie maggioranze mediatiche. Se nella labilità storica della cultura americana iniettare germi di biologia sociale non crea gravi rischi e fa prosperare il mercato, nella sinistra europea una volta che quella prosperità trovasse ostacoli i rischi della biologia sociale sarebbero enormi, forte sarebbe il pericolo di uno scontro tra “stili di vita” non più trattenuti da un principio mediatore.
Per questo la sinistra impazzita dovrebbe ritrovare un po’ di raziocinio prendendo le distanze dalle democrazie che si accontentano, dalle non più mitiche democrazie del nord Europa e d’oltre Atlantico, dove i rappresentati vedono rispettato il loro patto coi rappresentanti grazie all’elargizione di “stili di vita” e relativi diritti, grazie all’elargizione delle libertà infinite degli “stili di vita” buttati a bagnare il pozzo secco della libertà sempre assetata di progetto e storia perché nelle democrazie che si accontentano bassissima è la rendita della storia. Per le sinistre europee le libertà tomizzate negli “stili di vita” e la libertà di un progetto devono entrare in collisione fosse pure procurata, perché la fruizione a ruota libera degli “stili di vita” nel momento in cui crede di riempire la libertà la annulla, facendone merce di confronto e scambio.
Ma l’intollerabilità tra la libertà di un progetto e le libertà attuate si farebbe ancor più esplicita non appena l’altalena energetica del tecnomercato determinasse la chiusura in compartimenti stagno di “stili di vita” fino ad allora coesistenti, portando quindi al loro paventato scontro.
Non diversamente dalla fame che in altri tempi armò milizie d’ogni colore a scagliarsi contro la libertà, ora la bulimia delle libertà arma le nuove milizie, l’esercito degli infiniti “stili di vita” inquadrati e comandati dal Tecnomercato a marciare contro la libertà per fingere di esserne il progetto.
Marzio Siracusa

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