• Passa al contenuto principale
  • Skip to after header navigation
  • Skip to site footer

Iscriviti alla newsletter

  • Facebook
  • Twitter
  • YouTube
Pensalibero.it, Informazione laica on line

Pensalibero.it, Informazione laica on line

Quotidiano on line indipendente di area laica dove parlare di politica e tanto altro

  • Editoriali
  • Primo piano
  • Cultura ed eventi
  • Blog
    • AttuoPoesia (L’attualità letta dalla Poesia)
    • CornerBlog
    • Metamorfosi
  • Dossier

  • Editoriali
  • Primo piano
  • Cultura ed eventi
  • Blog
    • AttuoPoesia (L’attualità letta dalla Poesia)
    • CornerBlog
    • Metamorfosi
  • Dossier

Nel nome di Dreyfus. La storia pubblica di un  caso di coscienza nel recente saggio di Clotilde Bertoni

Una intervista di Gabriele Parenti a Clotilde Bertoni, docente dell’Università di Palermo ed autrice del saggio “Nel nome di Dreyfus. Storia pubblica di un caso di coscienza” uscito recentemente per il Mulino.

di Gabriele Parenti | 6 Marzo 2024

Il caso Dreyfus è considerato l’esempio del modo in cui i pregiudizi sociali, amplificati da una violenta campagna di stampa, abbiano potuto condizionare una vicenda giudiziaria, costruendo un “colpevole ideale”.  Tuttavia, anche la ricerca della verità fu resa possibile dalla pressione dell’opinione pubblica: le prove a discarico sarebbero state ben presto archiviate e Dreyfus sarebbe morto in carcere se non fossero state sostenute da eventi mediatici, come il J’accuse di Zola.

Il recente ampio volume Nel nome di Dreyfus. Storia pubblica di un caso di coscienza (Il Mulino 2024) di Clotilde Bertoni docente di Letteratura italiana e Teoria della letteratura nell’Università di Palermo offre una dettagliata panoramica su questa vicenda dai mille volti, dove si uniscono antisemitismo, spirito di casta dell’esercito, il ruolo dei giornali, la progressiva presa di coscienza di larga parte dell’opinione pubblica, la ricerca del vero colpevole, come emerge da questa conversazione con la Prof. Clotilde Bertoni  

Fu  dunque un clamoroso errore giudiziario….

 La condanna di Dreyfus è più che un errore: come viene constatato presto, è un vero e proprio crimine giudiziario. Dreyfus è incriminato e arrestato in base a un solo, labile indizio (la somiglianza tra la sua grafia e quella di una lettera – il cosiddetto bordereau – che attesta un’azione di spionaggio); il ministro della Guerra in carica lo dichiara colpevole pubblicamente, mentre l’istruttoria è ancora in corso; dopo un processo a porte chiuse, un Consiglio di Guerra di sette membri lo condanna all’unanimità unicamente in virtù, oltre che dell’indizio di cui sopra, di testimonianze senza basi, e di altri documenti che però non hanno niente di probante (e oltretutto gli sono stati sottoposti illegalmente, all’insaputa della difesa). 

Clotilde Bertoni

Quanto fu rilevante l’antisemitismo ?

Sicuramente la frangia antisemita della stampa e dell’opinione cavalca furiosamente la storia, autorizza i militari a perseverare nel loro crimine, li monta, li incoraggia ulteriormente. Però, resta minoritaria. Una buona parte della società e dei giornali è estranea all’antisemitismo: nondimeno, è a lungo colpevolista, perché crede a quanto l’esercito si accanisce ad asserire, seguita a vederlo come la principale roccaforte di onestà, il solo centro di potere che non si può assolutamente mettere in discussione. L’antisemitismo è la piaga più sconvolgente dell’Affaire; ma è il militarismo quella nevralgica davvero.

Lei ha scritto che in senso lato, l’Affaire è anche una storia d’amore.  Perché? 

Come ho provato ad argomentare nel libro, l’Affaire è una storia d’amore a più facce: è una storia di amore fraterno, perché il vincolo di sangue sentito con l’anima da Mathieu Dreyfus – “il fratello indistruttibile”, inizialmente unico a non rassegnarsi – si dilata via via tra i combattenti (Zola lo nota presto) in un senso di fraternità ideale, provvisorio ma indimenticabile; è una storia di amore generoso, di solidarietà, di sodalizi, di abnegazione; è una storia di amore per l’umanità e per la giustizia, vissuto nel fondo della carne.

  Lo provano tanti esempi. Innanzitutto, l’ardore con cui il Mathieu appena citato e Lucie, la moglie del condannato, combattono per lui incessantemente (Mathieu rinunciando per anni a tutta la sua vita). Oppure, il coraggio dello scrittore ebreo Bernard Lazare, il primo intellettuale sceso in campo, che cerca di sensibilizzare gli interlocutori più vari, sbattendo contro muri di scetticismo e noncuranza, con quella che un articolo uscito in occasione della sua scomparsa prematura definirà “meravigliosa testardaggine”. 

   O ancora, il processo Zola: lo scrittore anziano, fragile, ma fermamente coraggioso, che entra e esce dall’aula subissato da contumelie e assalti degli antisemiti, ma circondato da amici che gli fanno scudo con il loro corpo; lo scienziato Édouard Grimaux, che testimonia caldamente in favore suo e di Dreyfus (senza conoscerli affatto), mentre già sa che il ministro della Guerra (da cui dipende la Scuola Politecnica dove lui insegna) lo punirà facendolo destituire, sottraendogli la cattedra e il laboratorio sua ragione di vita; il socialista Jean Jaurès che, testimone a sua volta, trasforma la propria deposizione in un comizio talmente trascinante da disarmare per un istante persino il severissimo presidente della Corte (e che sarà poi tra le anime principali della battaglia, perché capace come nessuno di intrecciare strategia politica e appassionata umanità).

Un’ondata di solidarietà che cresce progressivamente

Come nell’incandescente fase successiva seguitano a mostrare altri momenti: lo scrittore Octave Mirbeau, penna al vetriolo e dolce cuore, che mentre Zola è forzatamente lontano dalla Francia, si occupa delle sue vertenze giudiziarie e delle spese a esse legate, prontissimo a rimetterci di tasca; i dreyfusardi che si stringono le mani esultanti nell’udienza di Cassazione che dispone una nuova inchiesta; Séverine, giornalista di punta della “Fronde” (giornale dalla redazione interamente femminile, in prima linea nella lotta), che, dopo aver affrontato un’operazione rischiosa confortata dall’affetto delle colleghe, si informa sui nuovi passaggi del caso appena uscita dall’anestesia e riprende a scriverne ancor prima di iniziare la convalescenza; il senatore Auguste Scheurer-Kestner, altro pioniere della battaglia, che, definitivamente relegato fuori scena da una malattia irreversibile, chiede notizie degli sviluppi letteralmente fino all’ultimo respiro. 

Lei parla anche dell’atteggiamento di Alfred Dreyfus. Che aveva affrontato con grande dignità l’iniquità di una condanna infamante  e una detenzione durissima  nell’Isola del Diavolo  ma cosa accadde dopo ?

   Tornato dall’Île du Diable fisicamente distrutto ma prontissimo alla lotta, fronteggia nel processo di Rennes le calunnie che, secondo le sue parole, tornano a “strappargli il cuore e l’anima”; e che, anche dopo la grazia, seguita a combattere per la riabilitazione totale, rinunciando per amore della giustizia pure all’amor proprio, seguitando a dimostrare intensa gratitudine anche agli alleati che, come il colonnello Georges Picquart, arrivano a trattarlo con freddezza e quasi con disprezzo.

   Particolare interessante, poi, Dreyfus resta militare fino in fondo: se si oppone ai suoi persecutori, nell’esercito continua a credere; certo, dopo essere stato reintegrato, rassegna presto le dimissioni, specie perché il rifiuto di riconoscergli la promozione a cui avrebbe diritto gli ha ormai precluso una carriera dignitosa; ma quando scoppia la guerra, chiede e ottiene di andare al fronte, partecipa a diverse battaglie, rimane in servizio il più possibile.

   E tra i suoi congiunti e discendenti, tutti patrioti altrettanto appassionati, parecchi, in modi vari, si sacrificano per i destini collettivi: alcuni figli dei suoi fratelli (il figlio di Mathieu tra l’altro) cadono  nella prima guerra mondiale; vari dei suoi nipoti si impegnano nella Resistenza, e una di loro, Madeleine Lévy, arrestata e identificata come ebrea, muore ad Auschwitz  (cfr. pp. 454-9).

Una vicenda che cambiò la storia della Francia ?   

 Come chiarisco nel libro, la storia segna sicuramente una svolta: Léon Blum, allora giovane dreyfusardo, esagererà parecchio nel dire che, passato “il ciclone”, la Francia si ritrova identica a com’era. Di conseguenze rilevanti ce ne sono: il fronte radicale e quello socialista (che contribuiscono alla lotta dreyfusarda, anche se in tempi diversi e fra divisioni varie) ne escono rafforzati; a causa delle sue responsabilità nella vicenda (innegabili, ma a volte troppo enfatizzate), la Chiesa cattolica è bersagliata di attacchi, di cui si avvantaggiano le leggi che a inizio Novecento ridurranno massicciamente il suo peso in ambito francese; molti intellettuali cercano di incanalare il senso dell’impegno maturato in nuove iniziative (ad esempio le Università popolari). 

Tuttavia Lei ha scritto che i mutamenti, furono meno drastici di quelli auspicati al momento.    Perché?

Malgrado alcune riforme che ne limitano un po’ gli arbitri, l’esercito, vero principale colpevole, non vede intaccato il suo prestigio; gli intellettuali non riescono a raggiungere un ruolo stabile, e abbastanza autonomo dalla politica; le speranze di radicale metamorfosi finiscono frustrate, la pur già contestatissima società borghese e liberale resiste alla scossa. 

   D’altra parte, se nell’immediato non arriva a incidere abbastanza sul corso della grande storia, l’Affaire diventa subito e per sempre un riferimento ideale indimenticabile, non solo in Francia, ma in tutta l’Europa e oltre: seppur in effetti sbiadito nella memoria, ricordato vagamente e confusamente, non smette mai di costituire un incitamento e un modello per le battaglie contro i regimi totalitari e per quelle contro le trame dei regimi democratici, per tutte le sfide al potere, per tutte le denunce scomode .

Ma quando fu che la  vicenda mediatica arrivò  “fino alla stravaganza”?       

 L’Affaire è tal tempo stesso una tragedia e uno spettacolo: probabilmente è la cifra di ogni scandalo moderno ma in questo caso spinta a livelli estremi. 

   Da un lato, è una storia di lacrime e sangue, vero e proprio calvario per Dreyfus, dolore terribile per i suoi familiari; è costellato di tragedie satelliti, di altri dolori, di lutti, delitti, scontri; è combattuto non solo a suon di processi, scontri parlamentari, articoli e libri, ma pure di duelli, pugni e schiaffi; promuove divisioni feroci e alleanze ardenti, forma molte coscienze giovani, scuote molte coscienze già formate. 

   Ma d’altro lato, è una storia mediatica, fonte inesauribile di conversazioni, pettegolezzi, intrattenimento, curiosità morbosa: se per parecchie vite è una sterzata sconvolgente, per parecchie altre non è che un irresistibile diversivo, un gradevole condimento della quotidianità; è disseminato, oltre che di tragedie, di banchetti e mondanità; se molti personaggi diventano famosi in sua virtù, altri cercano di sfruttarlo per ricavarne fama o status. 

   Le stravaganze che lo punteggiano sono innumerevoli.  Intanto, ci sono le stravaganze effettive, dall’unica prova trovata (almeno probabilmente) in un cestino dell’Ambasciata tedesca, alla condanna spropositata, alle morti misteriose. Poi ci sono le millanterie dell’esercito e dei colpevolisti: la storia della dama velata che avrebbe soccorso Esterhazy, parlandogli di un complotto a suo danno (è identificata con i personaggi più vari, si crede pure che fosse Du Paty de Clam travestito; ma molto semplicemente non è esistita mai); quella di un autentico bordereau sparito subito, a cui si sarebbe interessato personalmente Guglielmo II, apponendovi annotazioni di suo pugno; le varie leggende imbastite sulla morte del colonnello Henry, autore (forse su mandato) di una prova a carico creduta cruciale e poi riconosciuta falsa, che gli antidreyfusardi trasformano in eroe e martire. 

   E ancora ci sono gli aspetti tipici di quella che è già a tutti gli effetti “una società dello spettacolo”, caratterizzata dagli aspetti che i social e i reality show dei giorni nostri non hanno affatto creato ma solo ingigantito: gli ufficiali Schwartzkoppen e Panizzardi, tanto implicati nella storia ma sempre assenti dai suoi passaggi pubblici  , classici gaudenti della belle époque, (in piena esplosione dell’Affaire, Panizzardi si trova coinvolto in un processo per adulterio, in cui si parla delle sue capacità amatorie);  un’avventuriera che prova a spacciarsi per la fantomatica dama velata; una signora invece realmente esistente ma misteriosa, che assiste a tutti i processi pubblici, e, a causa del suo abbigliamento, diventa nota come “la dama bianca”; il presidente Félix Faure che perde la vita in una situazione da pochade (fonte, oltre che di gossip, di altre leggende); le persone in realtà indifferenti che in società si mostrano dreyfusarde o antidreyfusarde a seconda delle convenienze; il business fiorito sugli eventi, che va dai cappelli con il ritratto di Dreyfus ricamato sulla fodera, ai posacenere che sfoggiano citazioni del J’Accuse, a una versione del gioco dell’oca incentrata sull’accaduto; il processo di Rennes in cui gli spettatori si litigano i posti, sui biglietti si fa disinvolto bagarinaggio, da ogni parte del mondo accorrono reporter di grido (alcuni dei quali non sanno una parola di francese), i prezzi degli alberghi salgono alle stelle, l’allora notissimo attore André Antoine, sentendo Dreyfus replicare al generale Mercier suo accusatore, sbuffa che lui avrebbe saputo gridare quelle parole con un tono assai più commovente.   

Perché tanta pervicacia anche nel processo di revisione, quando la verità ormai era venuta a galla?

. La pervicacia dello Stato Maggiore e di quasi tutti i militari coinvolti nel rivendicare la legittimità del giudizio reso deriva probabilmente da quanto già detto sopra: il rifiuto di ammettere un errore, la volontà di affermare a tutti i costi la propria reputazione di integrità e infallibilità. Nel secondo processo a Dreyfus, quello a Rennes, il nuovo Consiglio di Guerra ha difficoltà a confermare una condanna ormai vistosamente senza basi, come del resto ha già dimostrato il processo di revisione svoltosi in Cassazione (in cui i magistrati, peraltro uomini per lo più abbastanza moderati, hanno riconosciuto e dimostrato l’insussistenza dell’accusa, senza farsi spaventare dalle minacce degli antisemiti e dalle pesanti manovre di una parte del potere politico); ma non vuole disconoscere l’operato dei generali, non concepisce di far torto al potere militare; da qui la soluzione compromissoria (non unanime, per cinque voti su sette) della condanna a dieci anni, in virtù di fantomatiche circostanze attenuanti; che però risulta assurda e provoca tale indignazione da portare subito alla soluzione, comunque insoddisfacente, della grazia. 

Comunque, come pure sì è già detto, il carisma dell’esercito sopravvive alla vicenda. Anche una buona parte degli innocentisti seguitano a credere alla sua grandezza, ad affermare che gli errori, persino i crimini di pochi singoli non possono e non devono muovere all’istituzione nel suo insieme; rifiutano di considerare che tra gli ufficiali e i soldati, pochissimi hanno avuto il coraggio di confutare  apertamente la condanna e molti ne hanno anzi sempre affermato la validità.

Gabriele Parenti

Pubblicato in : Cultura ed eventiTag: anni, battaglia, casta, chiesa, chiesa cattolica, costi, dimissioni, discendenti, disprezzo, figlio, francia, giornali, giovani, gossip, guerra mondiale, mondo, palermo, personaggi, persone, prima guerra, processo, riforme, scontri, scuola, senatore

Info Gabriele Parenti

Giornalista professionista e scrittore, ha svolto per numerosi anni, all’interno della RAI, attività di progettazione e conduzione di programmi radiotelevisivi per le reti nazionali e per la Sede Rai Toscana.

Interazioni del lettore

Lascia un commento Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Sidebar

Iscriviti alla nostra Community WhatsApp

Ultimi commenti

  • Antonio di Meco su Fermare le macchine per salvare la democrazia
  • Angioletta Massimino su Sánchez chiude il ciclo e porta la Spagna alle urne: la casa fa saltare la maggioranza!
  • Angioletta Massimino su Miccichè, la Corte dei Conti condanna l’ex presidente dell’Ars: oltre 42 mila euro per l’uso dell’auto di servizio
  • Luca Bagatin su Trump e Putin, l’asse dell’arroganza contro un’Europa che non si piega
  • Luca Bagatin su Spagna e Francia in piazza, l’Italia bipopulista: Europa a rischio sfascio…
  • Gianni su Emergenza casa: tra legalità calpestata e la distorsione del welfare nazionale
  • Luca Bagatin su Nobel a Pillay, uno schiaffo alla lotta contro l’antisemitismo
  • Enzo Baccioli (Nuvola Rossa) su Giorgia, credimi: pace impossibile con la jihad
  • Leone Vincenzo su Miccichè, la Corte dei Conti condanna l’ex presidente dell’Ars: oltre 42 mila euro per l’uso dell’auto di servizio

Argomenti

aduc anni berlusconi cina commissione consenso conti costi costituzione crisi democrazia dichiarato elezioni euro europa firenze francia futuro germania giovani governo italia lavoro lega mercato merito milano mondo movimento nato natura notizia parlamento pd persone processo renzi repubblica roma scuola soldi stati uniti sviluppo toscana usa

Gli articoli pubblicati da Pensalibero non sono retribuiti ed il sito non raccoglie pubblicità.
Le foto sono tratte in larga parte da internet attraverso i più diffusi motori di ricerca e considerate di pubblico dominio.
Qualora si ritenessero violati diritti d’autore di immagini qui pubblicate, preghiamo di contattare la redazione (redazione@pensalibero.it) che provvederà a rimuoverle.

Pensalibero.it

REDAZIONE

Direttore Responsabile
ad interim
Cesare Mannucci

Vice Direttore
ad interim
Claudio Tirinnanzi

WebMaster
Claudio Tirinnanzi

redazione@pensalibero.it

Rimani aggiornato

Attraverso la nostra newsletter riceverai settimanalmente tutti i nostri aggiornamenti

Iscriviti ora

Chi siamo

  • Chi siamo
  • Credits
  • Autori
  • Accesso autori

Note

Gli articoli pubblicati da Pensalibero non sono retribuiti ed il sito non raccoglie pubblicità.
Le foto sono tratte in larga parte da internet attraverso i più diffusi motori di ricerca e considerate di pubblico dominio.
Qualora si ritenessero violati diritti d’autore di immagini qui pubblicate, preghiamo di contattare la redazione (redazione@pensalibero.it) che provvederà a rimuoverle.

Copyright 2004 © Tutti i diritti riservati. Iscrizione al Tribunale di Firenze n. 5418 del 21-4-2005. I contributi al sito non sono retribuiti