Il “leghista” Guicciardini a lezione da Ferdinando il Cattolico
Ferdinando il Cattolico, già sovrano di Aragona, confidò al fiorentino Francesco Guicciardini (1483-1540) il segreto del Regno di Spagna: “solo la nazione può compiere grandi imprese se si mantiene unita e in ordine”. Era il 1512. Il mondo stava rapidamente cambiando. Vent’anni prima Cristoforo Colombo era approdato a San Salvador. Poco conta se nativo di Genova o di un paesino del Monferrato, cattolico fervente o di sangue ebreo. Meno ancora importa dove avesse sbirciato o persino trafugato carte geografiche e portolani altrui e se avesse fiutato il vento soggiornando a Madera. Il punto è che fu lui per primo a “cruzar el charco” al comando di tre navicelle e a vincere la partita da tanti sognata: “Buscar el Levante por el Poniente”. Non arrivò a Cipango, ma aprì alla Spagna (e quindi all’Europa cattolica) le Indie Nove. Era al servizio di una Corona che stava ampliando i raggi del suo compasso, dai Caraibi all’America centro-meridionale e di lì a poco al Messico. Il Re aveva alle spalle il coronamento della “reconquista”, compiuta a fianco di Isabella di Castiglia, pari a lui nelle visioni e nella concezione dei metodi, talora brutali, necessari alla loro realizzazione. Il Potere è tanto più saldo e fattivo quanto più deciso a impiegare i mezzi necessari per liberarsi da nemici interni ed esterni e imporre unità e ordine.
Nel 1512 Guicciardini aveva 29 anni. Genio del pensiero politico come il concittadino Niccolò Machiavelli (1469-1527) e fondatore della storiografia scientifica, il giovane ambasciatore di Firenze in Spagna era il frutto maturo della finissima diplomazia cresciuta alla scuola di Lorenzo de’ Medici, morto nel 1492, quando l’Italia intera ne aveva più bisogno che mai. Signore di Firenze, il Magnifico, scettico come rivelano alcune sue “canzoni”, era stato l’“ago della bilancia”. Anno dopo anno aveva mediato tra i cinque Stati principali del mosaico italiano: il regno di Napoli (ne era sovrano un Aragona, la cui Casa dal 1282 regnava sulla Sicilia), la repubblica di Venezia (il doge era emanazione del Consiglio dei Dieci, espressione dall’aristocrazia), il Ducato di Milano (sottratto ai Visconti dagli Sforza) e lo Stato pontificio, da poco restaurato col ferro e col fuoco e forte di pontefici di statura grandiosa, da Sisto IV ad Alessandro Borgia, che tracciò la “raya” per appagare gli opposti appetiti di Spagna e Portogallo nella conquista delle Americhe. E poi vi era appunto Firenze, ricca, colta, mirabile ma stretta fra nemici infidi e affacciata su un Tirreno che, al sicuro da scorrerie dei barbareschi grazie ai valorosi Cavalieri dell’Ordine di Santo Stefano, le stava sempre più stretto.
Guicciardini percepì il messaggio di Re Ferdinando ma non poté metterlo a frutto. Il suo era e rimaneva il piccolo mondo antico di un’Italia sull’orlo del precipizio, tra guerre franco-ispaniche per l’egemonia sull’Europa passando per l’Italia e la faglia che si stava aprendo nella chiesa d’Occidente. In passato erano pullulate eresie, prontamente rimosse con l’eliminazione, anche in forme crudeli, dei loro estemporanei profeti. Dagli albigesi (o càtari), i dualisti d’Occidente impareggiabilmente narrati da Emmanuel Le Roy Ladurie, rimanevano poche frange nascoste in lande marginali, destinate agli ultimi roghi. Stava invece per esplodere la Protesta di Martin Lutero, la Grande Riforma, che sconvolse la Chiesa cattolica proprio quando la Croce veniva innalzata nelle Americhe e in Asia dai massimi esploratori-conquistatori, da qualche tempo dipinti quali criminali assoluti da chi giudica il mondo dai “valori” odierni anziché sforzarsi di conoscere il percorso effettivo della storia.
Guicciardini era troppo assorbito dallo scacchiere italiano per cogliere a pieno il cambio epocale. Nel 1512 l’ottantenne papa Giulio II della Rovere capeggiò un’effimera lega italiana per cacciare dall’Italia i francesi di Luigi XII con un’insegna che non chiedeva traduzioni: “Fuori i barbari”. Ma tre anni dopo il suo successore, Francesco I, piombò in Italia e vi menò stragi. Dopo la prematura morte del Magnificò Firenze aveva vissuto la ventata di follia di frate Gerolamo Savonarola (inviso a Guicciardini come a Machiavelli). Al culmine della sua fanatica lotta contro il lusso, la bellezza, la poesia, la filosofia, il brodo primordiale dal quale scaturiscono l’esibizione dei corpi, la lussuria, i sette vizi capitali…, quel frate finì bruciato in piazza della Signoria, previo strangolamento.
Come Machiavelli (torturato con tratti di corda, emarginato e finito a indossare vesti “di fango e di loto” e a meditare sui Principati e sulla Prima Deca di Tito Livio), anche Guicciardini visse a lungo tra speranze di riscatto e constatazione dell’arroganza dei de’ Medici, usi a preferire i cortigiani. Estromesso dalla macchina del potere lasciò la Storia d’Italia che lo rese immortale.
A differenza di Spagna, Francia e Inghilterra, l’Italia non era nazione, non aveva né unità né ordine. Dei cinque Stati dell’età del Magnifico solo Venezia rimase indipendente. Gli altri decaddero a dominio diretto o indiretto dell’imperatore Carlo V e dei suoi discendenti e successori, da Filippo II d’Asburgo a Francesco II di Borbone, sconfitto da Giuseppe Garibaldi nell’ottobre 1860 e cacciato da Vittorio Emanuele II nel febbraio 1861. Papa Clemente VII, Giulio de Medici, tardò più di Guicciardini a capire il cambiamento in atto. A chiarirglielo fu il “sacco di Roma” del 1527, al quale seguì l’assedio di Firenze, i cui difensori (scrisse poi Guicciardini) erano animati dalla “fede”, che è irrazionale, suscita eroismi (Francesco Ferrucci) e protrae oltre ogni limite ragionevole i tempi della sconfitta finale. Nel 1530 il papa andò a Bologna per incoronare Carlo V Sacro Romano Imperatore. Dopo di lui si susseguirono sul Sacro Soglio esponenti di grandi Casate (i Farnese), di Ordini (Sisto V) e dell’aristocrazia, ma in una visione sempre più circoscritta della Missione degli Apostoli. I sovrani pontefici (come Urbano VIII Barberini, il Chigi e altri molti) abbellirono Roma, ma si guardarono dal rischiare il martirio di Pietro e Paolo.
L’Italia rimase in massima parte dominata e in piccola parte “a noleggio”, pedina di scambio tra l’Impero e Francia. Lo insegnano la sorte di Mantova, la “guerra del Casale”, la liquidazione della repubblica di Siena e altre vicende del tutto secondarie mentre la flotta di Francis Drake compiva la seconda circumnavigazione del globo, dopo quella del portoghese ispanizzato Ferdinando Magellano, il cui quinto centenario è ignorato in un’Italia con l’occhio reso opaco tra contemplazione del golfo della Sirte e le sbirciatine al reggiseno di Carola Rackete.
L’unificazione d’Italia per la pace europea e l’ordine interno
Quasi quattro secoli dopo la catastrofe di fine Quattrocento-inizio Cinquecento, il “miracolo” del Risorgimento dette all’Italia i beni più preziosi di cui una nazione di antica cultura e civiltà può andare fiera: indipendenza, unità, libertà. Un patrimonio inalienabile, da custodire con cura amorevole per le generazioni venture.
Come nacque e come venne completata l’unificazione nazionale? Per quanto superfluo va ricordato che essa ha richiesto un secolo, dai primi moti costituzionali del 1820-1821, dalle cospirazioni di carbonari e massoni, dalla Giovine Italia di Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi (1831-1834), e settant’anni di guerre per l’indipendenza, dalla prima (marzo 1848-marzo1849) contro l’impero d’Austria, alla vittoria (4 novembre 1918), ancora contro l’Austria e i suoi alleati. Un cammino di tre-quattro generazioni.
Lasciando tra parentesi il lungo, faticoso e persino tortuoso percorso è la meta che infine conta. La nazione italiana unita e in ordine, precorsa dall’“opinione nazionale” di Massimo d’Azeglio e dalla Società Nazionale di Daniele Manin e del “fratello” Giorgio Pallavicino Trivulzio, compì grandi imprese grazie alla monarchia sabauda, che ne conciliò unità con Tradizione e Legittimità, cardini del Congresso di Vienna del 1815 (mentore Metternich) ammodernati da quello di Parigi del 1856 (ispirato da Napoleone III). La Nuova Italia nacque dal consenso dell’Europa del tempo, che plaudì la lunga transizione dal mosaico degli Stati esistenti, debellati da insorgenze, moti, colpi di mano, invasioni a tutela delle libertà conculcate…, sempre con l’avallo di plebisciti (1848-1870). Questi possono essere irrisi da nostalgici degli “Stati” preunitari, ma vennero accettati dall’Europa, che conta più delle chiacchiere di revisionisti filologicamente calvi. Quella stessa Europa non batté ciglio quando l’Esercito italiano irruppe in Roma e la tolse al Papa che la possedeva da 1.100 anni (donazione di Sutri). Dal canto suo l’Italia di Raffaele Cadorna col garibaldino Nino Bixio schierato nella retroguardia, a Roma non andò per fare dell’anticlericalismo spicciolo. Lo stesso Giosue Carducci dei “Giambi ed Epodi” solo nei suoi ultimi anni cominciò a usare il termine “laico”, succhiato non dalla Lupa di Roma ma dai seni avvizziti di Marianne, dal mito della Rivoluzione francese, usato dalla borghesia d’Oltralpe come giustificazione per la strage dei comunardi (1871) e la deportazione dei sopravvissuti nell’inferno della Nuova Caledonia.
Le due Italie: il Paese che lavora e i “malpancisti”
Lì si aprì il divario tra l’Italia dei letterati, dei rimatori, dei visionari e quella degli artefici, della cultura di Stato, di gran lunga più fattiva e meritevole dell’altra. Militari di alta cultura (Federico Menabrea e Luigi Pelloux, per esempio), ingegneri ferroviari e minerari (come Quintino Sella), giuristi, economisti, clinici, agronomi, fisiologi… una folla di liberi professionisti, talvolta appena diplomati (geometri, ragionieri, tecnici), che costruirono il Paese e lo traghettarono dallo squallore originario al decoro. Un cammino lento, che chiedeva alto “senso dello Stato”.
Ma proprio l’“altra” cultura non ne fu affatto soddisfatta. Gli “scapigliati” avevano fretta e quindi sentivano il bisogno infantile di agitare il vessillo della Rivoluzione, l’ideologia posticcia che accomunava il “proletariato senza rivoluzione”, emarginati e supposti seguaci di Giuseppe Mazzini, via via sino alla “Rivolta ideale” di Alfredo Oriani.
“Rivoluzione” divenne la parola d’ordine dei tanti che, frustrati dalla deludente quotidianità, invece di rimboccarsi le maniche e fare (sull’esempio di inglesi, tedeschi, svizzeri, austriaci…), si rifugiavano in sogni alternanti malinconie e furori. Meno facevano per il prossimo, più pretendevano dagli altri, dallo Stato, dipinto come padre-padrone, esigente (chiedeva persino il servizio militare obbligatorio e imponeva la scuola elementare gratuita, la vaccinazione, l’igiene personale maschile e femminile, l’educazione fisica…). La minoranza rumorosa prevalse sulla maggioranza operosa, non nei fatti, che sono ostinati, ma nella rappresentazione, che è fantasiosa e deformante. Per decenni andò in scena la sacra rappresentazione dell’Italia delusa, riscoperta dal Sessantottismo perenne germinato nel Novecento, per molti versi ancora serpeggiante.
Lo spaccio della bestia trionfante
Nel 1919 “Rivoluzione” divenne l’insegna anche del Grande Oriente d’Italia con la gran maestranza di Domizio Torrigiani, un avvocato toscano di ampia cultura, arguto come Ferdinando Martini (biografato da Guglielmo Adilardi), ma tentato di usare il lessico altrui per svuotarne la pericolosità. Invano. Chi, come Benito Mussolini, arrivava dal socialmassimalismo, massimalista rimase anche da fascista e dopo l’ascesa a presidente del Consiglio e tornò a esserlo all’indomani della sua defenestrazione dal comando della guerra, deliberata il 25 luglio 1943 dal Gran Consiglio del fascismo (pomposamente denominato “organo della rivoluzione”). Tra il 1922 e il 1943 il regime non ebbe la grandezza nibelungica del nazionalsocialismo che nella notte dei lunghi coltelli, il 30 giugno 1934, massacrò le SA, prendendone a pretesto i costumi dissoluti, in realtà per disfarsi del loro sinistrismo. Mussolini rimase l’uomo che, uscendo dal PSI nell’agosto 1914, aveva promesso ai “compagni” che si sarebbero nuovamente incontrati. Quando? Con quali scopi? Accelerare il corporativismo caro Giuseppe Bottai, l’antico massone espulso dalla loggia per morosità, e a Farinacci, “il più fascista”?
Luigi Federzoni: i conti con la storia
Nel “Diario inedito, 1943-1944”, curato da Erminia Ciccozzi dell’Archivio Centrale dello Stato con illuminante saggio introduttivo di Aldo G. Ricci e pubblicato da Pontecorboli (Firenze), Luigi Federzoni aiuta a capire che l’Italia non ebbe mai rivoluzioni. Tra le centinaia di citazioni possibili da un “Diario” che in 500 pagine nomina Giulio Cesare appena tre volte e mai Augusto, basti una sua riflessione sull’abuso di Mazzini attuato dal duce, issato a capo della Repubblica sociale italiana ma ridotto a “morto che cammina” sotto il controllo di Hitler e dei suoi manutengoli. Nel “mare magnum” delle meditazioni vergate nel “Diario d’un condannato a morte” (titolo autografo, parallelo a quello del barone e “fratello” Giacomo Acerbo: “Tra due plotoni di esecuzione”) Federzoni, per molti aspetti a lungo “numero due” del regime, osservò: “Il Risorgimento? Una leggenda sfatata: si salva appena Mazzini come precursore della repubblica mussoliniana. La costruzione legislativa, amministrativa ed economica dello Stato unitario? Un’oscura fatica di avvocati e di burocrati senza genio e senza gloria. La prima campagna d’Africa? Un misero conato di grandezza, abortito perché ad attuarlo invece di Crispi, sarebbe occorso un Mussolini. La guerra italo-turca? Una piccola impresa sabauda, in cui l’unico episodio di rilievo fu il coraggioso tentativo del segretario della sezione socialista di Forlì (cioè Mussolini, col concorso del repubblicano Pietro Nenni, NdA) di fare svellere le rotaie per impedire la partenza delle truppe per la Libia. La guerra 1915-1918, con le 11 battaglie dell’Isonzo, il Piave, Vittorio Veneto? Un odioso termine d confronto, adoperato tendenziosamente dagli avversari del regime per sostenere che l’Italia di Salandra e di Cadorna, di Orlando e di Diaz sapeva combattere e vincere meglio dell’Italia mussoliniana. ‘Fornitore di vertebre’ è forse uno degli epiteti espressivi e pseudo-originali con cui Mussolini amerebbe restare nella storia. Ma per condurre la nazione alla guerra e alla vittoria bisognava fornirle non tanto le vertebre quanto alcune altre cose meno metaforiche: i cannoni, i carri armati, gli aeroplani. Senza delle quali cose un uomo di Stato, dirò meglio un patriota vero, aveva un solo dovere: non fare la guerra…”.
Acutamente Federzoni (monarchico, conservatore, autoritario, conciliatorista, sempre e comunque liberale) osservò che gli strali di Mussolini contro l’Italietta giolittiana e sabauda erano speculari a quelli degli antifascisti di matrice gramsciazionista (termine felicemente coniato da Dino Cofrancesco), che accomunò Luigi Salvatorelli, Carlo Sforza, persino qualche guizzo di Benedetto Croce contro Vittorio Emanuele III, e trovò poi lunga eco negli scritti di Antonino Repaci, salveminiano in ritardo.
Quel che resta dell’Italia?
Dopo il 1946 l’Italia non conobbe né transizioni né, meno ancora, Rivoluzioni, ma solo segmenti discontinui, ascese e crolli improvvisi, eterodiretti, sui quali oggi ci si interroga in termini sempre più lontani dalla scienza storica di cui Guicciardini fu Maestro insuperato (ebbe anche il pregio di additare la centralità degli Archivi: perciò chi voglia scrivere di storia d’Italia deve andare in Spagna, a Salamanca e a Simancas) e sempre più inclini al complottismo: quello, per esempio, che tratteggia Carola Rackete quale agente occulta di una cospirazione massonica mondiale… Una “dirigenza” raccogliticcia e storiograficamente digiuna è condannata a cibarsi di panzane, altra cosa (del tutto opposta) delle fiabe d’antan che la maggior parte dei parlamentari bene farebbe a leggere. Di certo oggi l’Italia rimane “nazione non ancora del tutto disunita e in disordine” solo grazie al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e a una minoranza, sempre più esigua, di politici ancora nutriti di senso dello Stato. Grazie a questa “legione sacra” ancora può compiere grandi imprese, nell’ambito di alleanze che nessun improvvisatore può mutare senza passare dal confronto alla luce del sole con gli attuali alleati e dal Parlamento.
Aldo A. Mola

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