
di Emanuele Giordana*
Benché il 3 aprile scorso il capo della Giunta birmana, il generale Min Aung Hlaing, sia stato eletto undicesimo presidente dal Parlamento bicamerale del Myanmar, l’Assemblea Nazionale, non è l’unica novità politica da registrare. Ce ne è una importante anche nel campo delle opposizioni, che hanno siglato un accordo che prefigura la transizione verso un governo e uno Stato federali e un più saldo coordinamento militare.
L’elezione del generale era scontata: l’Assemblea, organo che nomina il Presidente, è dominata dai militari e dal loro Partito dell’Unione per la Solidarietà e lo Sviluppo (USDP), anche grazie alle quote riservate per Costituzione all’esercito. Inoltre, proprio la prospettiva della presidenza del Myanmar sembra sia stato uno dei motivi che indussero il generale, il cui partito nel 2020 aveva perso le elezioni, a mettere in atto il golpe del febbraio 2021. A distanza di cinque anni, con oltre 90mila morti alle spalle, una feroce campagna di raid aerei, una tornata elettorale giudicata fraudolenta e una possibile incriminazione della Corte penale internazionale dell’Aia, Min Aung Hlaing è comunque riuscito ad assicurarsi la posizione. Ora che vestirà abiti civili, spera che la Comunità internazionale finisca per riconoscere una forma di legittimità al suo governo, cosa che Russia, Cina e India hanno sostanzialmente già fatto. Un riconoscimento più ampiopotrebbe consentirgli di tentare una sorta di pacificazione dall’alto, un negoziato sotto egida militare come già avvenuto in passato nel Paese. Si tratta per ora di una speranza incerta ma alimentata da un racconto, sposato anche da molti media occidentali e non, secondo cui l’esercito birmano (Tatmadaw), sta riconquistando posizioni a fronte di un’opposizione frammentata, debole e divisa sia sul piano militare sia su quello politico. Ma è davvero così?
Testa a testa sul piano militare
Sul piano militare il Tatmadaw ha fatto effettivamente passi avanti riconquistando posizioni e approfittando delle pressioni esercitate dalla Cina, soprattutto sull’Esercito dell’Alleanza Democratica Nazionale del Myanmar (MNDAA), un gruppo di resistenza armata “etnica” della regione di Kokang (nel Nord dello Stato Shan) nato alla fine degli anni Ottanta da una sezione locale dell’ex Partito comunista birmano. Le pressioni cinesi hanno di fatto contribuito a incrinare il fronte della cosiddetta Alleanza delle Tre Fratellanze (Three Brotherhood Alliance), che riuniva i due gruppi armati dello Shan – MNDAA ed Esercito di Liberazione Nazionale Ta’ang (TNLA) – e l’Arakhan Army (AA), formazione etnico-autonomista che controlla quasi tutto lo Stato Rakhine (Arakan). Con l’Operazione 1027 nel 2023, la Fratellanza – col sostegno attivo delle Forze di difesa popolare (PDF) del governo clandestino di unità nazionale (NUG) – aveva dato una spallata formidabile alla Giunta, che aveva sofferto una delle sue maggiori sconfitte militari. Poi però la Triplice è entrata in difficoltà perché TNLA e MNDAA, confinando con la Cina, hanno dovuto fare i conti con le pressioni di Pechino per limitare tensioni vicino al confine e hanno poi iniziato a litigare tra loro su questioni territoriali. Questo problema si somma ad altri che riguardano le formazioni militari PDF che si sono allontanate dal nucleo originario o scissioni nei gruppi etnici di lunga data – come nel caso della Karen National Union, nello Stato orientale Karen. Nonostante una campagna di raid aerei e la distruzione sistematica di villaggi da parte della Giunta, sostenuta dall’intelligence russa sia come fornitore militare sia come impostazione strategica, la Resistenza in molti casi ha riguadagnato posizioni. Nell’area di confine nordoccidentale del Paese, ha in sostanza creato una solida fascia di controllo territoriale negli Stati Kachin, Chin e Arakhan mentre, a Est, Karen, Karenni e Mon hanno continuato a dare filo da torcere alla Giunta. Nel centro del Paese, il Sagaing vede intere zone sotto il controllo, anche amministrativo, dell’opposizione mentre nel Magway le PDF stanno combattendo a fianco dell’AA per la conquista della pianura dove si fabbrica gran parte del munizionamento birmano.
Le novità sul piano politico: lo SCEF
Se sul piano militare continua il testa a testa, sul piano politico c’è invece una novità rilevante. Finora il NUG – il governo in esilio nato in seguito al voto popolare delle precedenti elezioni (2020) – si era presentato come la forza legittimata a rappresentare la Resistenza. Vi aveva inglobato anche alcune figure degli eserciti etnici (ERO) – e in parte anche del Movimento di disobbedienza civile (DCM) – e aveva tentato un coordinamento nazionale senza che la cosa abbia poi dato frutti sufficienti. In questo contesto, per il NUG si tratta ora di accettare di limitare i suoi poteri (e di conseguenza quelli della rappresentanza Bamar, la comunità più forte del Paese sempre vista con sospetto dalle altre: minoritarie, montane e lontane dai centri decisionali) e di favorire al contempo la nascita di un vero coordinamento che prefiguri il governo di un nuovo Stato federale. Questa parola – federalismo – è sempre stata indigesta per i generali ipercentralisti del Tatmadaw. Ma adesso compare nuovamente, in maniera più formale, inclusiva e strutturata, attraverso la formazione dello Steering Council for the Emergence of a Federal Democratic Union (SCEF), un Consiglio di coordinamento per la formazione di un’Unione Democratica Federale reso pubblico il 30 marzo scorso.
Secondo quanto si apprende da un documento interno, la struttura si dovrebbe articolare su più livelli funzionali e di coordinamento. Al vertice si colloca il Comitato guida per la strategia e gli affari politici (7 membri di cui 2 in capo al NUG) con funzioni di indirizzo generale. Gli si affianca un Segretariato (12 membri) – vero organo esecutivo – che svolge funzioni di coordinamento operativo. Ci sono poi segreterie (24 membri) responsabili delle politiche in 4 diversi ambiti: politica estera, sicurezza interna e difesa, affari federali, finanze. Sul piano militare nasce un Comitato di coordinamento strategico e di indirizzo che riunisce le principali forze armate della Resistenza, tra cui la Kachin Independence Organization, il Chin National Front, la Karenni Army, la Karen National Liberation Army e le People’s Defense Forces, sigle che hanno sottoscritto col NUG il documento istitutivo dello SCEF, nato ufficialmente il 30 marzo ma che ancora deve essere dettagliato in un incontro pubblico in agenda nei prossimi giorni.
Novità, aspettative e scogli
La nascita dello SCEF rappresenta una novità significativa nello scenario birmano, segnando il passaggio da una galassia d’opposizione frammentata e non sempre in sintonia col NUG a una struttura più esplicitamente federale, inclusiva e condivisa tra attori etnici, politici, civili e militari. Per la prima volta, le principali organizzazioni etniche armate e le autorità interinali locali entrano in un quadro decisionale comune, riflettendo un riequilibrio reale dei rapporti di forza maturato sul terreno negli ultimi anni. Le aspettative sono elevate: lo SCEF dovrà dimostrare di poter migliorare il coordinamento politico e militare, ridurre la frammentazione operativa e trasformare i successi sul campo in una credibile architettura federale di transizione. Inoltre, è chiamato a diventare un interlocutore riconoscibile per la comunità internazionale, superando la centralità esclusiva del NUG. Non mancano però dei punti di criticità: nello SCEF non c’è la Fratellanza e in particolare l’AA (per ora attendista), così come altre formazioni minori. Questo nuovo equilibrio tra NUG, organizzazioni etniche e componenti civili richiederà negoziati continui e compromessi, soprattutto in materia di comando, rappresentanza e distribuzione del potere territoriale, superando divergenze che durano da quasi 80 anni. Resta anche il rischio di iniziative parallele promosse dal regime sotto la retorica della “riconciliazione”, che possono frammentare il fronte. Dunque, ilprocesso è avviato e uno dei suoi padri teorici e pratici è Zaw Wai Soe, dell’ufficio centrale del NUG ma personaggio chiave del Movimento di disobbedienza civile, che è rimasto un polo di riferimento ineludibile della “Rivoluzione di Primavera”.
Emanuele Giordana
*Istituto Ispi

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