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Mozambico: gas, grafite e grandi potenze

In Mozambico la coincidenza geografica tra ricchezza del sottosuolo e insicurezza strutturale è uno dei nodi centrali per comprenderne la realtà sul campo. Da un lato, infatti, il Paese dispone della terza riserva africana di gas naturale – dopo Algeria e Nigeria – e di alcune delle più importanti miniere di grafite al mondo. Dall’altro, queste risorse si concentrano nella provincia settentrionale di Cabo Delgado, la stessa in cui opera lo Stato islamico del Mozambico (ISM), gruppo jihadista presente nell’area da un decennio.

di Istituto Ispi | 27 Giugno 2026

di Elio Brando*

In Mozambico la coincidenza geografica tra ricchezza del sottosuolo e insicurezza strutturale è uno dei nodi centrali per comprenderne la realtà sul campo. Da un lato, infatti, il Paese dispone della terza riserva africana di gas naturale – dopo Algeria e Nigeria – e di alcune delle più importanti miniere di grafite al mondo. Dall’altro, queste risorse si concentrano nella provincia settentrionale di Cabo Delgado, la stessa in cui opera lo Stato islamico del Mozambico (ISM), gruppo jihadista presente nell’area da un decennio.  

Nel Paese convergono interessi esterni, con logiche distinte che spaziano dal controllo della filiera estrattiva alla diversificazione energetica, dalla proiezione securitaria alla cooperazione allo sviluppo. Esaminare il posizionamento del Mozambico nei mercati globali, il nesso tra crescita economica e sicurezza, e le implicazioni per gli attori esterni risulta dunque centrale, con particolare attenzione alla strategia italiana. 

Gas e grafite: il sottosuolo mozambicano nei mercati globali 

Con 2.800 miliardi di metri cubi di riserve accertate, l’architettura produttiva del Mozambico è articolata su diversi progetti. Coral South di ENI, primo impianto galleggiante per la produzione e liquefazione di gas naturale (o Floating Liquefied Natural Gas, FLNG) in acque profonde africane, è operativo dal 2022. Coral North, per cui ENI ha raggiunto la Final Investment Decision (FID) nell’ottobre 2025 con un impegno di 7,2 miliardi di dollari e una data di avvio prevista per il 2028. Il progetto Rovuma LNG di ExxonMobil, da 25 miliardi di dollari con capacità di 18 milioni di tonnellate per anno, attende la FID entro luglio 2026. TotalEnergies, dopo aver sollevato lo scorso novembre le condizioni di forza maggiore che avevano portato all’interruzione delle attività proprio a causa delle già citate condizioni di insicurezza, ha ripreso i cantieri ad Afungi il 29 gennaio 2026 (pur condizionando la piena operatività alla rinegoziazione di 4,5 miliardi di dollari di costi accumulati durante la sospensione). Le proiezioni di settore collocano il Mozambico tra i tre maggiori esportatori africani di GNL entro il 2029–2030, con un potenziale di ricavi stimato in 100 miliardi di dollari. 

Il gas, tuttavia, non è l’unica risorsa degna dell’interesse dei mercati globali. Il Mozambico detiene il 9% delle riserve mondiali di grafite naturale ed è tra i primi cinque produttori a livello mondiale. La miniera di Balama, gestita dall’australiana Syrah Resources sempre nella provincia di Cabo Delgado, produce fino a 350mila tonnellate annue, pari al 15% della produzione globale di grafite e, significativamente, al 40% dell’offerta non cinese. La catena del valore è integrata a livello transnazionale: il materiale estratto a Balama viene processato nello stabilimento statunitense di Vidalia, in Louisiana, e trasformato in materiale per anodi destinato ad aziende come Tesla e Lucid Motors. Si tratta dell’unico sistema di questo tipo operativo al di fuori della Cina. A queste risorse si aggiungono il titanio estratto da Kenmare Resources lungo la fascia costiera, i giacimenti di rubini di Cabo Delgado, che coprono circa l’80% dell’offerta mondiale, e il bacino carbonifero di Tete. 

In questo contesto si inserisce la riforma regolatoria più significativa degli ultimi anni. Il 3 giugno 2026 il presidente Daniel Chapo ha promulgato il nuovo codice minerario, che obbliga la partecipata statale Companhia Nacional de Mineração a detenere una quota minima del 15% in tutti i progetti estrattivi e che limita le esportazioni di minerali non trasformati o semi-lavorati senza autorizzazione ministeriale. L’obiettivo dichiarato è trattenere valore, occupazione e tecnologia internamente. La misura si inserisce in una tendenza più ampia ben rilevabile in vari Paesi africani, dall’Africa occidentale a Paesi limitrofi, come lo Zimbabwe. Nel caso del Mozambico, però, la sua applicazione in un contesto di stress fiscale e instabilità politica solleva interrogativi sulla certezza del diritto per gli investitori e sull’applicabilità ai contratti preesistenti. 

Crescita economica e insicurezza: una contraddizione strutturale 

Il caso mozambicano mette in evidenza una tensione strutturale ricorrente nelle economie estrattive africane: la crescita aggregata trainata dagli investimenti nel settore delle risorse naturali non si traduce automaticamente in sviluppo diffuso. La crescita del PIL reale, che tra il 2022 e il 2023 aveva registrato un tasso medio annuo superiore al 4% perché trainata proprio dagli investimenti nel comparto GNL, oggi invece risulta significativamente rallentata: le ultime stime del Fondo monetario internazionale prevedono una crescita minima nel 2026, di circa lo 0,5%, mentre la povertà colpisce più dell’80% della popolazione. Il settore estrattivo genera ricavi e attira capitali esteri, ma non produce occupazione su larga scala né diversificazione economica, condizioni necessarie perché la crescita si traduca in riduzione della povertà. 

A questo limite strutturale si è sovrapposta nel 2024 la crisi post-elettorale. Le elezioni dell’ottobre 2024, vinte dal Frente de Libertação de Moçambique (FRELIMO) con un contestato 70% dei voti dopo 51 anni ininterrotti al potere, hanno innescato mesi di proteste guidate da Venâncio Mondlane, il principale leader dell’opposizione. Le conseguenze economiche sono state dirette e misurabili: il costo diretto stimato ammonta a 4,4 miliardi di euro, con la perdita di circa 17 mila posti di lavoro. Il caso della chiusura della miniera di Balama tra dicembre 2024 e maggio 2025, determinata dalle proteste post-elettorali, illustra con precisione l’interconnessione tra la crisi economica e quella politica: l’interruzione ha causato un aumento del 15–20% dei prezzi della grafite sui mercati non cinesi, con effetti diretti sulle catene di fornitura di Tesla e Lucid Motors. 

Questa vulnerabilità è amplificata dall’insicurezza nel nord del Paese. Cabo Delgado, la provincia che ospita i principali giacimenti di gas e le più rilevanti miniere di grafite, è teatro di un’insorgenza jihadista condotta dall’ISM. Il gruppo ha colpito il centro di Palma, capoluogo del distretto, nell’autunno 2025, la prima volta dal 2021, a indicare una ripresa delle capacità offensive del gruppo. Il corridoio stradale N380, asse principale di collegamento nord–sud e via d’accesso ai siti estrattivi, rimane un’area ad alto rischio operativo. Il ritiro della missione SAMIM della Comunità di sviluppo dell’Africa australe (SADC) nel luglio 2024 ha eliminato l’unico meccanismo multilaterale regionale di contenimento dell’insorgenza, senza che fosse individuata una soluzione sostitutiva. Il risultato è un contesto in cui la principale fonte di crescita economica del Paese e la principale minaccia alla sua stabilità coesistono nella stessa area geografica, gestita da uno Stato con risorse fiscali gravemente compresse. 

Gli attori esterni: logiche di engagement a confronto 

La competizione per il posizionamento in Mozambico riflette logiche distinte, ma converge su un obiettivo comune: il controllo preferenziale delle filiere estrattive in un Paese con un governo negozialmente debole. 

La Cina è l’attore con la presenza più organica. La China National Petroleum Corporation (CNPC) detiene il 20% in Rovuma LNG. Nel distretto di Nipepe, nel nord-ovest del Paese, la società DH Mining ha inaugurato nel gennaio 2026 un impianto di lavorazione della grafite da 200mila tonnellate annue, con un investimento di 200 milioni di dollari. Nell’aprile 2026, durante la visita di Chapo a Pechino, i due governi hanno firmato oltre 20 accordi che includono la mappatura geologica di Cabo Delgado per grafite, litio e terre rare, e l’implementazione della Global Security Initiative cinese come cornice per la cooperazione antiterrorismo e di sorveglianza. L’insieme di questi accordi configura una partnership che cerca di trascendere il singolo progetto, ma che va in una direzione più sistemica: Pechino punta a controllare la filiera dall’estrazione alla lavorazione, replicando in Mozambico il modello già consolidato su scala globale per la grafite. 

Gli Stati Uniti operano con una logica speculare, orientata alla riduzione della dipendenza cinese sulle filiere critiche. ExxonMobil detiene il 40% di Rovuma LNG. La US Export–Import Bank ha approvato a marzo 2025 un finanziamento di 4,7 miliardi di dollari a supporto del progetto TotalEnergies. La Development Finance Corporation è in trattativa per un impegno diretto a Balama, mentre la US Trade and Development Agency sostiene il progetto di terre rare di Monte Muambe. La logica è quella di costruire catene di approvvigionamento alternative alle filiere cinesi per i minerali strategici. L’impegno statunitense in Mozambico segnala che, nell’ottica di Washington, il rischio regolatorio introdotto dal nuovo codice minerario è considerato inferiore al rischio geopolitico di lasciare spazio alla Cina. 

Seppur con una presenza meno marcata, anche India e Corea del Sud hanno interessi nel Paese sul piano energetico e minerario. Seul, attraverso l’azienda pubblica Kogas (10% in Coral South e North), punta sulla diversificazione energetica. Nuova Delhi sta costruendo una partnership con il Mozambico e altri quattro Paesi africani sulle terre rare, con interesse strategico nel titanio per i settori aeronautico e della difesa. 

L’Italia intrattiene con il Mozambico relazioni che si sviluppano su piani complementari: quello economico-commerciale e quello della cooperazione allo sviluppo. Sul primo, l’interscambio bilaterale ha sfiorato i 646 milioni di euro nel 2025, con una crescita di valore del 28% rispetto all’anno precedente, mentre ENI agisce come operatore tecnico di Coral South e Coral North, posizionando l’Italia come secondo investitore europeo nel Paese dopo i Paesi Bassi. Sul secondo, il Mozambico è tra i 18 Paesi partner del Piano Mattei per l’Africa, con tre progetti principali in corso: l’iniziativa ASCENT, fino a 100 milioni di euro del Fondo italiano per il Clima per l’elettrificazione rurale, con un obiettivo di quasi un milione di nuovi accessi; il CAAM, Centro agroalimentare di Manica, da 38 milioni di euro, orientato alla costruzione di un polo di trasformazione agricola lungo il corridoio di Beira; e la Digital Flagship, a supporto della transizione digitale della pubblica amministrazione. Gli accordi firmati da Giorgia Meloni e Chapo nel dicembre 2025 coprono cooperazione allo sviluppo, giustizia e protezione civile. 

Il quadro che emerge, in ogni caso, è quello di numerosi interessi esteri in un Paese con un contesto di governance fragile. A complicarlo strutturalmente è l’insorgenza jihadista nel nord: l’ISM opera a Cabo Delgado dall’ottobre 2017 e, nonostante le operazioni militari condotte negli anni con il supporto di forze regionali e internazionali, non è stato neutralizzato. Nel 2025 l’ISM ha intensificato le proprie operazioni nella provincia di Cabo Delgado, nella parte settentrionale del Paese, con una frequenza di attacchi superiore del 30% rispetto all’anno precedente. Le operazioni di contro-terrorismo, unite alla sicurezza perimetrale delle infrastrutture energetiche, sono affidate a circa 5mila tra militari e poliziotti del Rwanda.  

Il Mozambico rappresenta un caso in cui la ricchezza del sottosuolo non garantisce di per sé stabilità né sviluppo, ma diventa essa stessa un moltiplicatore delle fragilità esistenti: attrae capitali esterni, ma non risolve i deficit di governance, sicurezza e redistribuzione che ne condizionano la valorizzazione.  

Elio Brando

*Istituto Ispi

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Istituto Ispi

Istituto per gli studi di politica internazionale. L’attività dell’Ispi venne avviata ufficialmente il 27 marzo 1934 da un gruppo di giovani studiosi dell’Università di Milano e di Pavia che, anche in considerazione della forte presenza internazionale che caratterizzava il nostro paese in quegli anni, si proponevano di dotare l’Italia fascista di un centro di studio focalizzato sulla politica estera, ispirandosi al modello del Royal Institute of International Affairs di Londra e della Foreign Policy Association di New York.
ll rilancio dell’Istituto nel terzo millenio è stato completato dall’Ambasciatore Boris Biancheri (Presidente dal 1997 al 2011) dall’Ambasciatore Giancarlo Aragona (dal 2012 al giugno 2016) ed ha visto una ripresa e ampliamento di tutte le attività dell’Istituto, dalla convegnistica – con le conferenze internazionale quali ad esempio MED Dialogues, i fori di dialogo bilaterali con alcuni paesi di importanza strategica quali ad esempio Francia e Germania – alle iniziative per le imprese – con la conferenza scenari che si tiene all’inizio di ogni anno, i lunch talk e brief ad hoc – alle pubblicazioni diffuse sempre di più in modalità digitale alle attività della ISPI School che, oltre al tradizionale Master in preparazione al concorso per la carriera diplomatica, ha ampliato la propria offerta proponendo il Master in International Cooperation e corsi più brevi (Winter e Summer School) per avvicinarsi al mondo delle relazioni internazionali e della geopolitica.

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