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Mosca, il mistero di Ratcliffe

La visita di John Ratcliffe a Mosca è durata appena poche ore, ma non è passata inosservata. Non capita spesso che il direttore della Cia raggiunga la capitale russa nel pieno di una guerra per la quale non risultano negoziati diretti in corso. Da giorni la stampa internazionale si interroga su cosa sia andato a fare a Mosca il funzionario scelto da Donald Trump per guidare la principale agenzia di intelligence statunitense, e perché proprio ora.

di Alessia De Luca | 28 Agosto 2026

La visita di John Ratcliffe a Mosca è durata appena poche ore, ma non è passata inosservata. Non capita spesso che il direttore della Cia raggiunga la capitale russa nel pieno di una guerra per la quale non risultano negoziati diretti in corso. Da giorni la stampa internazionale si interroga su cosa sia andato a fare a Mosca il funzionario scelto da Donald Trump per guidare la principale agenzia di intelligence statunitense, e perché proprio ora. Di certo si sa solo che Ratcliffe è rimasto in Russia otto ore, non ha incontrato Vladimir Putin – lo ha confermato il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, parlando di uno scambio “tra servizi segreti” – ed è arrivato a bordo di un aereo militare che aveva fatto scalo a Riga, in Lettonia. Non si è trattato però di un viaggio segreto: secondo il Financial Times, nei giorni precedenti l’amministrazione Trump aveva chiesto a Kiev di sospendere per tre giorni gli attacchi a lungo raggio contro Mosca, San Pietroburgo e le regioni settentrionali russe, in coincidenza con la missione. Kiev ha acconsentito. Dalla Casa Bianca e dal Cremlino, tuttavia, non è arrivata alcuna spiegazione ufficiale. L’ultima volta che un direttore della Cia si era recato a Mosca risale al novembre 2021, quando William Burns tentò, senza successo, di dissuadere Putin dall’invasione di cui l’intelligence americana aveva già individuato i piani.

Avvertimento o apertura?

Mentre la stampa americana si interroga, il Wall Street Journal prova ad offrire una prima spiegazione. Ratcliffe sarebbe andato a Mosca per mettere in guardia il Cremlino dal testare le difese di un Paese Nato, secondo un’ipotesi di escalation russa che circola con insistenza tra i funzionari occidentali. A sostenerla concorrono i ripetuti incidenti nei cieli e nei mari europei delle ultime settimane – sorvoli di droni, ritrovamenti di esplosivi, il drone navale intercettato dalla Romania nel Mar Nero – e una valutazione dell’intelligence Usa secondo cui Mosca potrebbe preparare, entro pochi mesi, un attacco limitato contro un Paese dell’Alleanza. Anche Politico ha formulato la stessa ipotesi citando fonti anonime. Durante un’intervista con il conduttore radiofonico Glenn Beck, il presidente Trump ha descritto il viaggio come “quasi di routine” e ha virato il discorso sulla guerra lasciando intendere che qualcosa si starebbe muovendo sul fronte dei negoziati. “Potrebbe venirne fuori qualcosa” ha detto. “Stiamo lavorando sodo per porre fine a questa guerra e, francamente, entrambi vogliono che finisca a questo punto”.

Uno stallo che pesa?

Le aspettative create dalle dichiarazioni del presidente americano, tuttavia, non sembrano poggiare su basi solide. In quattro anni e mezzo di guerra, il Cremlino ha sempre mantenuto una posizione massimalista sulle proprie rivendicazioni, mentre sulla linea del fonte nelle ultime settimane il conflitto si è ulteriormente inasprito. Dall’inizio del 2026 i droni ucraini a lungo raggio hanno colpito quasi duecento volte le raffinerie russe, mettendo fuori uso diversi impianti del Paese, a diverse centinaia di chilometri dal confine. Sul fronte opposto, Mosca ha intensificato gli attacchi missilistici e con droni contro le infrastrutture civili ucraine, causando un numero crescente di vittime. È una guerra di logoramento reciproco: l’Ucraina dispone dei mezzi per colpire duramente la Russia ma non per piegarla, mentre la Russia può far soffrire l’Ucraina ma senza riuscire a sottometterla. Su questo stallo il negoziato langue. L’ultimo round trilaterale, con la partecipazione di rappresentanti americani, risale a febbraio; da allora Washington ha mantenuto canali separati con Kiev e Mosca, senza più riunirli attorno allo stesso tavolo.

Putin alza la posta?

Se le aspettative di Trump vacillano, al contrario, secondo Foreign Policy, Putin ha tutte le ragioni per alzare la posta in gioco. La Russia è entrata nel quinto anno di guerra sotto una crescente pressione di bilancio, con pesanti perdite sul campo e senza essere riuscita a piegare la resistenza ucraina: mentre l’esercito russo arranca, le raffinerie e le infrastrutture energetiche del Paese restano sotto tiro e il deprezzamento del rublo continua a pesare sui conti pubblici. Colpire l’Europa, osserva la rivista, “resta per il Cremlino la mossa più immediata in un ventaglio di opzioni di escalation ormai limitato”. Da mesi i rapporti dell’intelligence occidentale confermano un quadruplicamento delle operazioni di sabotaggio russe in tutta Europa, con un’impennata nel 2025 e nel 2026. Per Putin la guerra permanente è anche una necessità di sistema: giustifica i sacrifici richiesti alla popolazione e rinvia la resa dei conti sul declino interno. Più le prospettive di vittoria si allontanano, più il Cremlino potrebbe considerare di avere poco da perdere nell’alzare il livello della minaccia. Eppure, l’Europa continua a tergiversare – osserva un’analisi di Carnegie – mantenendo una postura sostanzialmente difensiva anche di fronte all’intensificarsi della campagna russa. È in questa cornice di incertezza che va ricollocata la missione di Ratcliffe. Se il suo viaggio fosse davvero un avvertimento, confermerebbe che Washington considera concreto il rischio di un salto di scala russo in Europa; se fosse invece un canale per riaprire il negoziato, indicherebbe che qualcosa si muove sotto la superficie. Il fatto che Washington abbia scelto di far arrivare il proprio messaggio a Mosca fuori dai canali diplomatici resta il dato più eloquente: segnala che, sull’Ucraina, in questa fase la partita non si gioca più ai tavoli ufficiali.

Il commento

Di Eleonora Tafuro Ambrosetti, Co-Head Osservatorio Russia, Caucaso e Asia Centrale ISPI

“Secondo Sergei Naryshkin, direttore del Servizio di intelligence estera russo (Svr), la riunione con Ratcliffe non sarebbe stata ‘nulla di speciale’, una visita di routine. Eppure, nei giornali russi, l’attenzione rispetto alla visita – e la speculazione sulle sue motivazioni – è massima. Qualunque fosse l’obiettivo del funzionario americano, però, nei giornali russi regna anche un legittimo pessimismo sull’utilità dell’incontro e sullo stato del processo di pace in generale: gli Stati uniti di Trump non sono riusciti a concludere un accordo che soddisfacesse le condizioni massimaliste russe – l’unico tipo di ‘compromesso’ che il Cremlino è disposto ad accettare”.

Alessia De Luca

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Alessia De Luca

Journalist, Advisor for Online Publications, Responsabile ISPI Daily Focus
Relazioni Translatantiche. Alessia de Luca is a professional Journalist and an expert of US politics, in charge of the daily newsletter ISPI Daily Focus and of the Focus USA2024. She has served as Middle East and Northern Africa correspondent from 2005 to 2009. Previously at Skytg24, she also contributed for RAI and Radio Vaticana. Her works were published among others by La Stampa, Lifegate, Nigrizia, Avvenire and EastWest.

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