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Mondiale 2026: gli USA di Trump e il calcio come specchio del mondo

Il calcio d’inizio è previsto oggi all’Azteca di Città del Messico, ribattezzato Banorte Stadium. Segnerà l’inizio del campionato del mondo più grande di sempre: quarantotto squadre e sedici città ospitanti distribuite in tre paesi, Stati Uniti, Canada e Messico, per cui sono previsti oltre un milione di visitatori. Ma se anche la Fifa ripete orgogliosa il suo mantra, “Il calcio unisce il mondo”, il mondo che si presenta a questo torneo è attraversato da fratture che nessuno stadio potrà dissimulare. La vigilia ha già prodotto il primo caso simbolico: Omar Artan, arbitro somalo e selezionato tra decine di altri è stato respinto alla frontiera di Miami sabato scorso. Il Dipartimento della Homeland Security ha confermato che è stato “ritenuto inammissibile per motivi di sicurezza”, senza fornire ulteriori dettagli. Artan, eletto miglior arbitro africano nel 2025 dalla Confederazione africana (CAF), sarebbe stato il primo somalo a dirigere una partita in un Mondiale di calcio maschile.

di Alessia De Luca | 11 Giugno 2026

Il calcio d’inizio è previsto oggi all’Azteca di Città del Messico, ribattezzato Banorte Stadium. Segnerà l’inizio del campionato del mondo più grande di sempre: quarantotto squadre e sedici città ospitanti distribuite in tre paesi, Stati Uniti, Canada e Messico, per cui sono previsti oltre un milione di visitatori. Ma se anche la Fifa ripete orgogliosa il suo mantra, “Il calcio unisce il mondo”, il mondo che si presenta a questo torneo è attraversato da fratture che nessuno stadio potrà dissimulare. La vigilia ha già prodotto il primo caso simbolico: Omar Artan, arbitro somalo e selezionato tra decine di altri è stato respinto alla frontiera di Miami sabato scorso. Il Dipartimento della Homeland Security ha confermato che è stato “ritenuto inammissibile per motivi di sicurezza”, senza fornire ulteriori dettagli. Artan, eletto miglior arbitro africano nel 2025 dalla Confederazione africana (CAF), sarebbe stato il primo somalo a dirigere una partita in un Mondiale di calcio maschile. Ma la Somalia figura nella lista dei paesi colpiti dal travel ban di Trump, che impedisce alle persone provenienti da determinati paesi di entrare in America. In poche ore, la vicenda ha acquisito una eco globale, confermando i timori per un mondiale ‘ad alta intensità geopolitica’ che produrrà effetti ben oltre il rettangolo di gioco. Un funzionario del governo somalo ha definito il diniego “un’offesa non solo ad Artan, ma all’intero continente africano”.

Visti, travel ban e prezzi alle stelle?

Il caso Artan non è un’eccezione. L’amministrazione Trump ha implementato un travel ban che colpisce parzialmente o totalmente i cittadini di ben 19 paesi. Quattro di questi – Haiti, Iran, Costa d’Avorio e Senegal – hanno squadre qualificate al Mondiale. I tifosi di quei paesi non potranno assistere alle partite giocate negli Stati Uniti. Per i cittadini di Algeria, Capo Verde, Costa d’Avorio e Senegal è stata inoltre introdotta una cauzione da 15mila dollari come condizione per il visto non-immigrante, una soglia che molti non potranno permettersi. Ma anche chi non è tecnicamente soggetto a restrizioni formali dovrà fare i conti con un sistema di controlli capillare che prevede la consegna di cellulari e dispositivi di vario genere per il controllo della cronologia dei social media come condizione per l’ingresso. Il risultato potrebbe rispecchiare quanto già avvenuto in ambito turistico, dove molti visitatori nell’ultimo anno hanno rinunciato a viaggiare negli Usa anche per paura di essere sottoposti a perquisizioni eccessive e sgradite.

L’Iran e la guerra dentro il torneo?

Il caso geopoliticamente più complesso riguarda l’Iran. La nazionale iraniana è atterrata a Tijuana, in Messico, dopo settimane di trattative: il campo base era originariamente previsto in Arizona, ma l’incertezza sui visti ha spinto la federazione a negoziare il trasferimento. I giocatori hanno ricevuto i visti americani solo venerdì scorso, dieci giorni prima della prima partita, fissata per il 15 giugno a Los Angeles contro la Nuova Zelanda. Quindici membri dello staff tecnico e amministrativo sono stati invece esclusi. Il contesto è quello di un conflitto aperto che, nonostante i ripetuti annunci del presidente Donald Trump, non sembra trovare una soluzione: nelle ultime ore, al contrario, Stati Uniti e Iran si sono scambiati attacchi incrociati che fanno temere per la prosecuzione del negoziato. Gli iraniani giocheranno, ma in un clima di tensione senza precedenti in un torneo sportivo moderno. E il calendario prevede un potenziale match Iran-USA agli ottavi di finale, il 3 luglio ad Arlington, Texas.

La Fifa tra interessi e silenzi?

In questo quadro, la posizione della Fifa è quella di chi sceglie di non scegliere. La Federazione ha respinto ogni richiesta di spostare le partite iraniane in Messico, invocando impedimenti logistici. E quando i media hanno chiesto spiegazioni sulla vicenda Artan, un portavoce ha risposto che “è il governo ospitante che determina in ultima istanza chi riceve il visto e chi viene ammesso nel paese”. Una formula che scarica ogni responsabilità ma che non dissimula l’ambiguità nei confronti dell’amministrazione americana. I motivi sono, al tempo stesso politici ed economici. Quasi l’83% dei ricavi Fifa del quadriennio 2019-2022 è arrivato dal solo Mondiale del Qatar, e le previsioni per il 2026 sono ancora superiori. Il presidente Gianni Infantino è notoriamente un alleato e sostenitore di Trump, ha partecipato alle riunioni della task force della Casa Bianca per la preparazione del torneo, siede nel contestatissimo Board of Peace per Gaza e, quando il comitato per il Nobel non gli ha assegnato il premio per la Pace, ha provveduto personalmente ad istituire il “FIFA Peace Prize” consegnato allo stesso Trump i per i suoi “instancabili sforzi per la pace”.

La diplomazia dello sport?

A margine delle tensioni, però, il Mondiale porta in campo anche delle novità. È l’edizione della partecipazione record delle nazionali africane, classificatesi in dieci. Ma la storia simbolo è sicuramente quella della Repubblica Democratica del Congo, che torna alla fase finale della competizione a 52 anni di distanza dall’ultima volta, quando si chiamava ancora Zaire. E poi quattro nazionali che debuttano in coppa per la prima volta: Capo Verde, Curaçao, Giordania e Uzbekistan. Inoltre, il formato a 48 moltiplicherà gli incroci inediti tra paesi che non si sono mai affrontati, aprendo spazi per nuove narrative di soft power e qualche sorpresa sportiva. Peccato che la cornice rischi di essere quella di una competizione avvolta da polemiche permanenti, specchio fedele del momento internazionale. Un arbitro respinto alla frontiera, una nazionale che si allena oltre confine perché non si fida di uno dei paesi ospitanti, tifosi esclusi per decreto. Il calcio che “unisce il mondo”, purché il mondo riesca ad entrare.

Il commento

Di Antonio Missiroli, ISPI Senior Advisor

“Nonostante la retorica ufficiale la politica internazionale ha sempre condizionato e influenzato – talvolta sullo sfondo, talvolta irrompendo negli stadi – quella che è da tempo diventata la più seguita manifestazione (solo sportiva?) a livello mondiale: la finale del 2022 è stata vista da un miliardo e mezzo di persone. E, a differenza delle Olimpiadi, che combinano discipline collettive e prove individuali, i Mondiali di calcio sono per antonomasia una competizione fra squadre nazionali, che i tifosi di ciascun paese tendono a sostenere al di là delle loro preferenze a livello di club. La popolarità e, oramai, la quasi universalità dello sport rendono quindi la Coppa del Mondo un’arena unica per misurare non solo la ‘ricchezza delle nazioni’ – almeno in termini calcistici – ma anche lo stato delle relazioni internazionali”.

Alessia De Luca

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Alessia De Luca

Journalist, Advisor for Online Publications, Responsabile ISPI Daily Focus
Relazioni Translatantiche. Alessia de Luca is a professional Journalist and an expert of US politics, in charge of the daily newsletter ISPI Daily Focus and of the Focus USA2024. She has served as Middle East and Northern Africa correspondent from 2005 to 2009. Previously at Skytg24, she also contributed for RAI and Radio Vaticana. Her works were published among others by La Stampa, Lifegate, Nigrizia, Avvenire and EastWest.

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