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Mistero Libia

di Alberto Pasolini Zanelli | 16 Marzo 2014

Una “primavera di sangue” che ha coinciso con la disgregazione dell’ordine pubblico, un po’ ovunque ma soprattutto a Bengasi, luogo in cui la rivoluzione è nata e da cui ha prevalso.

bengasiNon tutte le notizie che arrivano dalla Libia sono precise e sicure. Non è confermato, ad esempio, che una petroliera carica di greggio sia in fiamme dopo essere stata presa a cannonate da una nave da guerra al largo di Bengasi, né che una battaglia terrestre sia in corso in conseguenza di un’offensiva di “milizie” partite da Misurata per attaccare Bengasi. Quello che si sa di certo è però più che sufficiente per farsi un’idea del caos che regna in Libia. Truppe separatiste hanno fatto il pieno di greggio a una petroliera che batte bandiera nordcoreana ma che potrebbe essere una nave pirata senza nazionalità e lo ha fatto nonostante precisi, recisi e minacciosi veti del governo di Tripoli. E che, di conseguenza, il primo ministro libico è stato deposto da un voto della Camera, ha fatto immediatamente le valigie ed è scappato in Germania.

Sono solo episodi di una marcia verso il caos in cui il Paese è impegnato fin dall’indomani della defenestrazione e uccisione di Gheddafi, salutata come una “liberazione” non solo dai ribelli ma anche dai governi di una vasta alleanza occidentale, che vi hanno visto una felice continuazione della promettente ondata “democratica” che ancora va sotto il nome di Primavera Araba. Le notizie ufficiali dalla ex colonia italiana sono che il posto del dimissionario Ali Zeidan è stato preso da Abdullah al Thinni, che deterrà il potere per due settimane, in attesa che si trovi qualcun altro disposto a servire più a lungo.

Ma non è solo il premier che manca a Tripoli. Il dicastero dell’Interno, ad esempio, è vacante da lunghi mesi. Si parla di nuove elezioni quasi immediate, ma andrebbe precisato che più ci si appella alle urne meno si scomodano per andarci. All’ultima consultazione ha partecipato solo un quinto dei cittadini che si erano iscritti nei registri elettorali, che già erano un terzo del totale. I libici sanno che la partita si gioca altrove e con altri metodi. Dal giorno della cattura ed esecuzione di Gheddafi, violenze, uccisioni, scontri tribali e altre gesta di guerra civile hanno causato quasi duemila morti. I primi erano guardie e “collaborazionisti” in una resa di conti che purtroppo spesso accompagna le “liberazioni”; ma ancor di più sono state le vittime delle faide fra i “liberatori”, che fin dall’inizio erano divisi e rivali. Una “primavera di sangue” che ha coinciso con la disgregazione dell’ordine pubblico, un po’ ovunque ma soprattutto a Bengasi, luogo in cui la rivoluzione è nata e da cui ha prevalso. Negli ultimi due anni vi sono stati assassinati oltre cento esponenti politici, militari, magistrati e semplici attivisti. Con l’aggiunta, non dimenticata a Washington, dell’ambasciatore americano Christopher Stevens e di tre suoi collaboratori assassinati da una folla che aveva assaltato la sede diplomatica. Stevens era noto per avere prestato tutto l’aiuto possibile alla “rivoluzione democratica”. La misura del disordine pubblico lo ha dato, nelle ultime ore, la risposta del capo della fazione dominante in Bengasi, comandante militare della città: “Non ce ne importa niente di quel che dice il governo. Che facciano quello che vogliono”. E che possano, che si riduce poi allo sguainare rumorosamente una sciabola da un fodero arrugginito e vuoto.

Che questo ultimo incidente sia avvenuto a proposito del petrolio è indicativo e particolarmente grave, in quanto il greggio è l’unico oggetto di esportazione della Libia, la sua linfa vitale senza alternative. È più di un dettaglio. È un esempio di quelli che si moltiplicano in altri Paesi visitati da quella “primavera”, non solo nel mondo arabo. Si pensi alla Siria, ma anche all’Ucraina e, magari, al Venezuela

Pubblicato in : Primo piano

Info Alberto Pasolini Zanelli

Alberto Pasolini Zanelli, giornalista e scrittore da anni residente a Washington.

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