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Missili che sparigliano la scena  

di Jean-Pierre Darnis | 9 Aprile 2017

Il bombardamento della base aerea di al Shayrat da parte degli Usa risuona come il tuono di un fulmine in un cielo (non) sereno. Richiama in modo diretto l’agosto 2013, quando Barack Obama rinunciò a un’azione del genere nei confronti del regime di Assad dopo l’uso ripetuto di armi chimiche nel conflitto in Siria. La Russia fece allora da garante, spingendo per uno smantellamento delle armi non convenzionali.

Quel disarmo è stato ufficialmente completato nel 2016, ma i recenti episodi mostrano che s’è trattato di un’operazione perlomeno incompiuta, il che mette in evidenza la poca affidabilità del regime siriano e della Russia. Con l’accordo sullo smantellamento dell’arsenale chimico, Mosca s’era garantita un rinnovato ruolo nel gioco mediorientale. L’investimento era poi proseguito con l’invio di caccia e truppe per spalleggiare Damasco, un regime che deve la sua sopravvivenza all’aiuto russo ma anche iraniano.

All’epoca, il boccone risultò a molti amaro. Possiamo ricordare la posizione francese, talmente convinta della necessità di contrastare militarmente il regime di Assad da accarezzare l’idea di un intervento nazionale. Tra l’altro, il fatto di non avere punito tempestivamente la Siria per l’uso di armi chimiche nel 2013 è rimasto un rammarico costante della presidenza di François Hollande, convinto che quell’impunità abbia lasciato troppo spazio al regime di Assad e abbia anche sminuito la credibilità dell’Occidente di fronte a una Russia bellicosa.

Trump fa rispettare l’altrui linea rossa
E quindi assai paradossale costatare oggi che il presidente Donald Trump punisce la Siria per avere superato una linea rossa fissata dal suo predecessore. La logica della campagna per le presidenziali statunitensi sembrava consegnare la presidenza Trump a un relativo isolazionismo, con l’aggiunta d’una buona dose di pragmatismo internazionale, lasciando spiragli di convivenza se non di intesa con russi e siriani.

Ma dopo una prima fase di spoil sistem ieratica, l’inserimento di ex generali nei posti chiavi della difesa e della sicurezza ha dato un volto decisionista all’Amministrazione Trump. Nella decisione dell’attacco della notte tra giovedì e venerdì, c’è anche una componente psicologica collegata al piglio autoritario del neo-presidente statunitense, che ha iniziato a manifestare insofferenza nei confronti di regimi percepiti sia come ostili sia come inadempienti ai richiami americani.

Ed è particolarmente il caso della Corea del Nord che, con lo sviluppo delle capacità missilistiche, viene percepita come una minaccia intollerabile da parte degli Usa.

Segnali in molte direzioni
Vari nodi sono dunque venuti al pettine per la presidenza Trump, con un problema di fondo: la credibilità degli Stati Uniti e la loro influenza diretta sugli affari del Mondo. Trump non ha fatto altro che manifestare la sua insoddisfazione nei confronti di una serie di situazioni internazionali.

Il bombardamento di civili a Khan Sheikun è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, ma ha anche aperto una finestra di opportunità per affermare il nuovo corso della politica americana. La dittatura di Assad, prigioniero della sua arroganza, ha fatto un passo falso, proprio quando era giunto il momento per Washington di calare le carte per uscire dalla spirale di messe in guardia delle ultime settimane.

Non va sottovalutato l’effetto psicologico, con un Trump che nella sua conferenza stampa notturna dichiarava di essere stato colpito dalle immagini di bambini soffocati dai gas. Gli Stati Uniti tornano, dunque, a colpire con lanci di tomahawk; e il loro attacco raggiunge vari bersagli.

Prima di tutto, rafforza la credibilità della presidenza. Poi, colpisce la Siria, ma manda anche un segnale forte sia alla Russia che all’Iran. E il messaggio viene anche inviato ai nord coreani, e più in generale a tutti coloro con cui gli Usa hanno rivendicazioni aperte. Tra l’altro la decisione di lanciare i missili è stata presa ai margini di un vertice con il presidente cinese Xi Jinping, un’utile coincidenza.

Una batosta per Mosca, scenari europei
Anche se la Russia è stata avvisata dall’attacco americano, si tratta di una batosta per Mosca che certamente protesterà, ma che alla fine dovrà assorbire il colpo, avendo assimilato l’informazione che il presidente Trump ha il grilletto facile. Mentre nel periodo precedente il regime di Putin aveva interiorizzato che poteva usare la forza per ricattare un’Occidente percepito come debole, adesso il rischio di risposta militare si alza notevolmente, il che riduce in modo automatico gli spazi di azione della Russia.

Ma anche dal punto di vista europeo questo intervento apre nuovi scenari. La presidenza Trump è stata osteggiata da parte della stragrande maggioranza dei governi e delle opinioni pubbliche europee. Questa ostilità poggia su motivi comprensibili come la politica restrittiva di Trump in materia di visti e immigrazione, la sua volontà di smantellare il sistema di sanità pubblica creato da Obama nonché la posizione contraria alla tutela dell’ambiente di un presidente che di fatto abbandona gli accordi di Parigi sul clima.

Nel caso del bombardamento in Siria gli Stati Uniti si sono però mossi in sintonia con le opinioni pubbliche europee, anche quelle più pacifiste e inclini al rispetto dei diritti dell’uomo. S’è così potuto constatare un contenuto ma sostanziale sostegno sia da parte dei singoli governi europei che dell’Unione che individua nella Siria il colpevole. È pure ovvio che alcune capitali, come Parigi, abbiano espresso soddisfazione per il colpo inferto ad Assad.

Quest’episodio non risolve la questione siriana. Potrebbe anche avere effetti collaterali negativi se il regime di Assad riuscisse ad apparire come vittima di un’aggressione degli Usa. Non chiarisce nemmeno il ruolo di Washington nella zona, in quanto l’operazione sembra destinata a restare isolata. Però riporta gli Stati Uniti a un ruolo attivo e a una valutazione più articolata delle situazioni complesse: una svolta nei confronti dei toni della campagna elettorale.

 

Jean-Pierre Darnis   (affarinternazionali.it)

Jean Pierre Darnis è Direttore Programma Sicurezza e Difesa IAI.

Pubblicato in : Primo pianoTag: barack obama, campagna elettorale, capitali, conferenza stampa, convivenza, effetti collaterali, governi europei, immigrazione, mondo, nuovo corso, obama, parigi, politica americana, punto di vista, putin, regime, sanità, siria, sostegno, stati uniti, sviluppo, usa, valutazione

Info Jean-Pierre Darnis

Jean-Pierre Darnis è professore associato all’università di Nizza e direttore del Programma di ricerca su sicurezza e difesa dello IAI (Twitter: @jpdarnis).

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