«Le immagini, i simboli, i miti non sono creazioni irresponsabili della psiche; così rispondono a una necessità e adempiono una funzione importante: mettere a nudo le modalità più segrete dell’essere» (cfr. Immagini e simboli).
Mircea Eliade (1907-1986) fu uno dei più insigni esponenti della diaspora intellettuale rumena. Fu battezzato col nome di alcuni principi rumeni di Valacchia, mentre il cognome sembrerebbe richiamare a un etimo vagamente ebraico. Fu amico di Emil Cioran e di Eugène Ionesco. Da vero poliglotta si esprimeva con proprietà in rumeno, italiano, tedesco, francese, inglese e sanscrito. Amò la cultura italiana e si laureò in filosofia nel 1928 con una tesi su “La filosofia italiana da Marsilio Ficino a Giordano Bruno”. Grazie a una borsa di studio ebbe la possibilità di recarsi in India subito dopo la laurea e vi si trattenne fino al 1931 viaggiando da Calcutta e giungendo anche alle pendici dell’Himalaya dove frequentò un ashram. Appassionatosi alle religioni e alle tradizioni di pensiero orientali, preparò la sua tesi di dottorato su “La psicologia della meditazione indiana” che discusse a Bucarest nel 1933. Dal ‘33 al 1940 fu docente di filosofia all’Università della capitale rumena. Fu in seguito consigliere culturale dell’Ambasciata di Romania prima a Londra poi a Lisbona.
Alla fine della Seconda guerra mondiale, non riconoscendosi nel materialismo storico che veniva imposto nei paesi del blocco sovietico, colse l’occasione del momento in cui la Cortina di Ferro non era ancora calata definitivamente, per trasferirsi a Parigi ove ebbe un incarico alla Sorbona.
Condivise l’antica ipotesi e illuminazione della filosofia greca, in particolare stoica, dell’“Eterno Ritorno” (la apocatastasi). Questa teorizza il riformarsi e il ritornare allo stato originale dell’universo dopo la sua distruzione, che pare confermata dalle ipotesi della fisica moderna (teoria delle stringhe) e dell’astronomia (buchi neri). Secondo le moderne teorie ad una fase, come la attuale, di espansione dell’universo seguirebbe poi una fase di contrazione. In una sua personale reinterpretazione, Eliade scrisse: «L’eterno ritorno alle sue forme iniziali, la periodicità senza fine fanno sì che la Luna sia per eccellenza l’astro dei ritmi della vita».
Il mito letto come caleidoscopio di interpretazioni metastoriche di (ir)realtà non solo virtuali. Descrisse visioni riferibili a pulsioni etniche ancestrali, articolate in modi diversi ma forse comuni al subconscio dei popoli fino dall’antichità.
Dal 1957 fu cattedratico di Storia delle Religioni all’Università di Chicago, città in cui morì nel 1986. Un film potente e magnifico, sul suo romanzo parzialmente autobiografico Un’altra giovinezza, fu realizzato nel 2007 dal regista Francis Ford Coppola. Tim Roth dà volto e corpo a Dominic Matei, alter ego di Eliade (ma in un certo senso anche del regista). L’opera filmica è metafisica e al contempo metatestuale, ha un andamento circolare, quasi come un nastro di Möbius, ed è rivelatoria sia del pensiero del filosofo rumeno sia della difficoltà di contenerne il pensiero in un racconto cinematografico classico, che si fa per questo onirico, sghembo, spesso indecifrabile.
Eliade stesso fu anche autore di numerose opere teatrali. La prima Ifigenia è la riscrittura con lievi varianti della tragedia di Euripide. Le successive sono Uomini e Pietre, Avventura Spirituale, La colonna infinita e 1241. Quest’ultima, basandosi sulle invasioni tartare in Romania, allude all’invasione sovietica del 1944. Tutte le opere teatrali hanno in comune la convinzione della costante presenza del trascendente nella realtà storica. La raccolta integrale del suo teatro, a cura di Horia Corneliau Cicontas, fu pubblicata in Italia da Bietti nel 2016. Una sua biografia a cura di Alessandro Mariotti (ed. Castelvecchi) ci informa della sua amicizia con Ortega y Gasset, Dumèzil e Carl Schmitt. In Italia fu stimato e pubblicato presso Einaudi da Cesare Pavese.
Saggista insigne e attento studioso dello sciamanesimo, fu anche narratore e autore di alcune opere letterarie. Fra queste merita particolare attenzione il romanzo breve Il vecchio e il funzionario, che è l’opera più libera e completa che l’autore stesso ritenga di avere mai scritto, meravigliandosi anzi della incredibile limpidezza della lingua rumena utilizzata, non annebbiata ma quasi purificata dai lunghi anni di esilio già trascorsi. Si tratta di un’opera di fantasia ma ispirata ai processi politici in cui oltre cortina i regimi autocratici monopartitici venivano eliminando i leader marxisti non del tutto allineati al volere di Mosca con le vaghe quanto pretestuose accuse di “titoismo, trotzskismo o sionismo”. Gli accusati venivano costretti alle confessioni estorte per mezzo di torture sempre più dure. Di queste la testimonianza più autorevole e credibile resta ancora oggi il volume autobiografico La confessione di Arthur London, già coimputato in Cecoslovacchia nel processo Slansky. Tale volume fu in seguito portato sul grande schermo da Costa-Gavras nella interpretazione di Yves Montand e Simone Signoret.
Il vecchio e il funzionario si svolge in Romania, nel secondo dopoguerra sotto un regime autoritario, dove un vecchio direttore di scuola in pensione dal non casuale nome di Farama (in rumeno briciola o frammento), colto da improvvisa nostalgia, desidera rivedere un suo allievo di trent’anni prima. L’impalpabile ragnatela dei sospetti lo avvolge per un equivoco e la polizia politica lo arresta per interrogarlo. Con tranquilla serenità il vecchio dapprima racconta e poi scrive i ricordi, che si presentano disorganici e frammentari, ma anzi si accavallano gli uni sugli altri, come le onde di un mare in tempesta. Il racconto procede favoloso e labirintico parallelamente all’inchiesta di polizia rigidamente inquisitrice, provocando vere e proprie piccole rivoluzioni di palazzo. Si tratta, in sintesi, della parabola del singolo cittadino fragile e indifeso ma forte della sua innocenza che sopravvive in qualche modo, fra le opache mura e il severo protocollo del carcere, mentre i potenti cadono invece pesantemente dalle posizioni di rilievo raggiunte dopo essersi impantanati in una palude di compromessi capaci di annullare ogni dignità. Gli inquisitori, espressione di un’autorità enigmatica e dispotica, vedono la realtà attraverso uno specchio deformante e la interpretano per mezzo della “neo-lingua” ipotizzata da Orwell nel suo volume 1984, in cui i valori sono capovolti, nel naufragio totale della civiltà. Si realizza così concretamente la veridicità del concetto latino per cui “ubi iudicat qui accusat, vis non lex valet” (dove l’accusatore è anche giudice vige l’arbitrio, non la legge).
Dichiara Eliade di aver voluto contrapporre la mitologia del folklore, viva e spontanea nel vecchio, e la mitologia della tecnocrazia moderna, plumbea e dogmatica nell’apparato poliziesco. Si intrecciano in modo surreale varie parabole: la polizia dello stato totalitario ne vorrebbe decifrare un qualche significato razionale segreto ma ne appare del tutto incapace perché pervicacemente protesa a cercare un nesso logico ma ottusamente non in grado di immaginare una realtà che trascenda il visibile. La politica è intesa dalle autorità solamente come banale gestione del potere, nell’abituale condizionamento delle coscienze dei cittadini-sudditi. C’è la cantina allagata nella quale scompare Iori, il figlio del Rabbino che ci conduce nei misteri profondi dello “chassidismo”; si prosciuga la cantina ma non se ne trova più traccia. Ci si immerge così nell’universo del mistero con l’ipotesi del passaggio da una vita all’altra, che ha sempre affascinato i poeti, le mitologie e anche Guido Piovene nel suo Le stelle fredde. Ci troviamo avvolti in enigmatici incantesimi.
Il vecchio Farama dice «io sono l’infanzia» e, secondo l’autore, rappresenta la stessa figurazione del tempo o meglio della memoria. La sua ingenuità e trasparenza di cuore stridono al contrasto con l’atmosfera plumbea in cui i preconcetti non riescono a nascondere la volontà di mascherare un passato banalmente borghese delle nuove autorità sedicenti proletarie.
C’è, infine, la leggenda dei Mansueti che ripropone fra le righe, con disarmante naturalezza, l’ipotesi di realtà diverse, di altre forme di vita…. Scrive Eliade: «I contadini romeni gettano a Pasqua i gusci delle uova nei ruscelli e dicono che le acque li porteranno nella terra dei Mansueti, creature incantate che vivono da qualche parte sottoterra e che i gusci annunciano ai Mansueti che è arrivata la Pasqua… Questi Mansueti sono degli esseri benigni e pietosi che là, sottoterra, si cibano degli avanzi degli uomini e pregano in continuazione… Si sapeva che i Mansueti vissero un tempo sulla faccia della terra e che, solo dopo un certo fatto, si ritirarono nel sottosuolo…». Questa credenza forse nascondeva un misterioso cataclisma, o un terremoto reale, e chi ne avesse capito il senso avrebbe forse saputo da dove si può scendere nel mondo dei Mansueti.
È quindi labile e nebuloso il passaggio fra il regno dei morti e quello dei vivi, in un mondo che d’altronde vede già incerti e aleatori i confini fra il passato e il presente nei gorghi del tempo. Le storie di Eliade sgorgano limpide come sorgenti carsiche dal sottosuolo della mitologia per scomparire in foibe atemporali forse per irrorare i prati dei Mansueti e riemergere come fresca rugiada del mattino. La narrazione si dipana sempre misteriosa uniformando in modo inscindibile realtà e fantasia, passato e presente, dubbi e certezze metafisiche. Il vento della violenza e dell’ipocrisia scompagina i fogli del libro dei giorni a confondere le tracce di una realtà passata che appare sempre più effimera e vaga, quasi avvolta da una nebbia impalpabile. Persistono frammenti enigmatici difficilmente catalogabili con la semplice razionalità dello storico ma capaci di suscitare l’emozione di quanti si avvicinano loro liberi da preconcetti.
Eliade sembra inoltre volerci suggerire che la forza serena dell’ingenuità può incrinare le certezze e gli assiomi dell’autoritarismo, vero gigante dai piedi d’argilla, destinato ad annegare non rimpianto nei flutti vorticosi della storia.
L’Eterno Ritorno rappresenta in definitiva il continuo riavvolgersi della pellicola delle esperienze umane in una meditazione comune alle illuminazioni delle religioni orientali e alle intuizioni dei filosofi dell’antica Grecia. Il Vecchio e il Funzionario appare infine occasione di meditazione su come la quotidianità sia solo piccola parte del mondo che ci circonda, nella continua lotta immateriale fra il bene e il male. È opera che davvero sfugge ad ogni tentativo di catalogazione perché, come ha acutamente scritto Claude-Henri Rocquet, si vede: «nel romanzo un’allegoria dello storico delle religioni che rende la memoria agli uomini dimentichi e che, attraverso questa memoria, li salva. Ogni memoria sarà, così, memoria dell’origine, luce e salvezza. Poiché niente è perduto; poiché grazie al tempo, inestricabilmente creatore e distruttore, l’origine ha preso significato. Si vedrebbe bene, allora, perché la storia si compie in ermeneutica, e l’ermeneutica in creazione, in poesia. Mi sembra che Farama sia il gemello mitico e il doppio fraterno di Mircea Eliade…».
Le plurimillenarie intuizioni dei poeti, di cui Mircea Eliade si fa moderno rabdomante, trovano costantemente nuove conferme nelle scienze contemporanee. Così il PANTA REI di Eraclito da sintesi analitica di un pensiero filosofico individuale può invece interpretarsi come vera e propria visione profetico-storica di una cosmogonia rinnovata. Mentre la polvere di stelle della notte di San Lorenzo può vedersi come il lontano domani di un universo divenuto il Peter Pan dell’“isola che non c’è”. Un anticipo limitato e poetico dell’evento, in un sogno di futuro intravisto fra le nuvole col telescopio della ragione, una semplice prolusione della sinfonia futurista definita “apocatastasi” dagli stoici.
Mario Barnabé

Lascia un commento