
In questo fantasioso articolo domenicale, ispirato all’opera di Piero Manzoni, che nel 1961 creò Merda d’artista – dove il titolo in francese assume già nella pronuncia un tono decisamente più raffinato, e ogni riferimento è, naturalmente, del tutto casuale – mi sono posto una domanda piuttosto semplice: che cosa ci sarà davvero nelle confezioni dei prodotti alimentari? La risposta, in teoria, è altrettanto semplice: tutto è scritto sull’etichetta. Per legge. Verissimo. Peccato che per trovare certe informazioni servano ormai competenze da archeologo industriale. La data di scadenza, per esempio, può essere nascosta sotto il codice a barre, dietro una linguetta oppure stampata in un punto della confezione raggiungibile soltanto dopo aver superato una prova di enigmistica avanzata. Ma non importa. L’importante è che sulla confezione ci sia la storia giusta. E la storia, quasi sempre, comincia dalla nonna. C’è ancora lei. Grembiule, mattarello, verdure appena tagliate e quello sguardo sereno di chi sembra aver passato tutta la vita ai fornelli, possibilmente davanti a una cucina di campagna che nessuno di noi ha mai visto davvero. La nonna, però, ormai non è più in cucina. È sulla confezione. I produttori hanno capito una cosa fondamentale: un alimento non deve limitarsi a dirti che cosa stai comprando. Deve raccontarti chi sei. O, almeno, chi vorresti essere. Deve evocare la tradizione, il benessere, la genuinità, la campagna, la famiglia. Deve suggerire che dietro quel prodotto ci siano un contadino sorridente, una gallina felice e, possibilmente, una nonna che ha appena sfornato qualcosa. Il contenuto, naturalmente, è un dettaglio. L’importante è l’atmosfera.Anche la ristorazione ha fatto la sua parte. Ogni piatto è ormai un’opera d’arte contemporanea: porzioni lillipuziane, geometrie da disegno tecnico, pennellate di salsa e ingredienti disposti con la precisione di un chirurgo. A volte guardi il piatto e ti chiedi se devi mangiarlo o fotografarlo. Se poi, preso da un’improvvisa nostalgia per la civiltà contadina, chiedi un po’ d’olio a parte, rischi di compromettere l’equilibrio cromatico dell’opera. Potrebbero accompagnarti alla porta. Naturalmente, dopo aver pagato il conto. Nel frattempo, ogni prodotto deve avere qualcosa che lo renda diverso dagli altri. “Con farina integrale.” “Con cinque cereali.” “Con semi di chia.” “Con ricetta della tradizione.” Tradizione di chi, non è dato sapere. Ma basta la parola.“Tradizione” rassicura. È una specie di assoluzione preventiva. Noi, del resto, abbiamo perso quasi tutto quello che un tempo rendeva comprensibile quella parola. Non abbiamo più la gallina in giardino. E, spesso, neppure il giardino. Abbiamo però l’uovo. Sulla confezione, naturalmente, troviamo scritto “Allevato a terra”. Mi sono sempre chiesto dove, esattamente, cova una gallina che non cova nell’aia. Forse è meglio non approfondire. Ci sono verità che è preferibile lasciare fuori dalla colazione. E allora torniamo all’arte. Perché qualcuno, nel Novecento, aveva forse intuito prima di noi dove saremmo andati a finire. Nel 1917 Marcel Duchamp prese un orinatoio, lo firmò e lo trasformò in Fountain. Nel 1961 Piero Manzoni mise novanta barattoli di Merda d’artista in vendita a un prezzo equivalente a quello dell’oro. Il gesto era provocatorio: l’arte non doveva più necessariamente rappresentare qualcosa. Bastava dichiararla arte. L’industria alimentare, a quanto pare, ha raccolto quella lezione. Anzi. L’ha perfezionata. Ha trasformato il prodotto in racconto, il racconto in immagine e l’immagine in valore. E, soprattutto, ha trovato il modo di farci pagare tutto. Noi non mangiamo più la volgare coda alla vaccinara. Troppo pesante. Troppo popolare. Troppo poco fotogenica. E soprattutto priva di una confezione capace di raccontarci quanto siamo sofisticati. No. Noi mangiamo arte. Arte dietetica. Arte integrale. Arte multicereale. Arte con semi di chia. Arte senza zuccheri aggiunti. Arte con ricetta della tradizione. Arte, possibilmente, con meno di cento calorie per porzione. Il tutto accompagnato da immagini di campi assolati, tovaglie di lino e ingredienti disposti con apparente casualità su un tavolo di legno. Poi apri la confezione. E scopri che il campo assolato era una fotografia. La tovaglia era una scenografia. La nonna non c’era. E il prodotto, quello vero, aveva un rapporto piuttosto elastico con la tradizione. Ma anche qui, niente paura. La ristorazione contemporanea ci viene incontro. Il congelatore è diventato il nuovo forno. Il microonde, il nuovo chef. Il piatto pronto, la nuova cucina casalinga. E il menù, il catalogo della mostra. Gli ingredienti arrivano da chissà dove, vengono assemblati, riscaldati, impiattati e infine descritti con un linguaggio così sofisticato che, dopo aver letto il nome del piatto, hai quasi paura di mangiarlo. Perché l’arte, si sa, va rispettata. Anche quando arriva in vaschetta. E la nonna? La nonna c’è. Certo che c’è. Solo che ha cambiato mestiere. Non sta più in cucina. Sta sulla confezione. Sorride, impugna il mattarello e ci garantisce che quello che stiamo comprando è buono, genuino e fatto come una volta. Noi le crediamo. Paghiamo. Portiamo a casa l’opera. La apriamo. La scaldiamo. La mangiamo. E poi guardiamo la confezione. Magari cercando ancora una volta la data di scadenza. Non la troviamo. Ma troviamo la nonna. Sempre lì. Sempre sorridente. A quel punto, davanti a questa straordinaria forma di arte contemporanea, non resta che una domanda. Non filosofica. Non gastronomica. Non commerciale. Una domanda molto più semplice. Ma cosa cazzo ho comprato?
Angelo Santoro

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