Per fare la politica europea ci vogliono politici europei, degni eredi di quei politici che più di mezzo secolo fa inseguirono il sogno europeo provenendo dai massacri delle guerre e dei totalitarismi.
L’ultima vicenda greca ci insegna due o tre cose che vale la pena di riassumere. Al netto del successo a lungo termine e dei prestiti che si rincorrono.La prima è che non bisogna mai demordere, usare tenacia e a volte anche la faccia tosta. I due greci del momento Alexis Tsipras e Yanis Varoufakis hanno tutte queste caratteristiche insieme. Risultato: per quattro mesi la Grecia avrà soldi nuovi e ci sarà un quadrimestre in più per far capire a tutti gli altri membri del club europeo che di tecnicismi e regolismi fintamente austeri si può morire. Mica poco come scopo primario.
Seconda cosa importante: il piano greco per rimanere al tavolo europeo può dare una mano anche ad altri paesi non solo del mediterraneo, come l’Italia. Nei giorni scorsi da noi dicevano “prestiamo il Milleproroghe alla Grecia” in realtà vai a vedere saranno i greci a prestare a noi qualche idea per combattere l’evasione fiscale e tutelare i redditi più deboli. Guarda com’è carina la storia: fino all’altro giorno vedevamo i greci come assistiti e adesso, giravolta, possono essere esempio di cambiamento e quindi di potenziale progresso.
Terza cosetta che la vicenda Tsipresca ci insegna è che aveva ragione padre Balducci quando ancora trent’anni fa ci diceva: se l’Europa vive solo di mercati, morirà di mercati. Insegnamento e monito più che mai validi ed attuali: meno mercanti e più politici, se ci sono.
Che la politica dell’Unione sia in realtà un contesto in cui le regole dei mercati e degli scambi sono la vera, e purtroppo a volte unica, faccia della politica lo si capisce anche dal tenore dei Trattati.
Ma è proprio per questo che i singoli Paesi attraverso l’orgoglio, non tanto della sovranità di bilancio ma delle modalità di compilazione dello stesso, debbono e possono seriamente impostare un comportamento e un atteggiamento e quindi una riforma di modalità, prima ancora che di principi, per rendere preminente, decisiva, determinante la politica vera: quella che si fa carico di regole che non sono solo economiche, finanziarie o monetarie, ma anche di regole lontane dalla matematica finanziaria come la valutazione dello stato d’animo e del sentimento di futuro.
Beh, questa politica deve prima o poi tornare altrimenti tutto si essiccherà tra summit e carte teoriche difficilmente applicabili alle situazioni reali. Che sono fatte di gente che fa la fila tutti i giorni al mercato per comprare il necessario e non di elitarie sessioni in alberghi lussuosi sui confini dello spread.
Ma qui viene il bello: per fare la politica europea ci vogliono politici europei, degni eredi di quei politici che più di mezzo secolo fa inseguirono il sogno europeo provenendo dai massacri delle guerre e dei totalitarismi. Anzi molti commentatori ammettono che proprio perché si veniva dalla guerra e dai morti si aveva voglia genuina di vera Europa. Certo, quella politica si incarnò anche in accordi economici e patti di mercato.
Tutti sappiamo che i primi vagiti dell’Unione europea erano la Comunità del carbone e dell’acciaio, e poi per anni l’Europa unita si chiamava, non a caso, Mec Mercato comune europeo, poi è diventata per anni Cee, comunità economica europea, dove appunto, l’economia, anche della taglia del pesce siluro e della lunghezza del cetriolo, faceva parte della volontà di accordarsi e rendersi unione. La parte del leone. Ma ora non basta più: se l’economia e la finanza diventano fattori divisivi deve intervenire la politica a integrare e ricucire.
Con principi saldi e visioni accorte. Solo così i mercati non mangeranno la politica. Come appunto diceva padre Balducci, vedendo lontano.

Lascia un commento