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Medio Oriente: oltre un mese di guerra

È trascorso un mese dall’inizio della guerra in Medio Oriente, cominciata il 28 febbraio con l’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Quella che, nelle intenzioni dichiarate da Donald Trump, avrebbe dovuto configurarsi come un’operazione rapida e circoscritta ha invece assunto i contorni di un conflitto più ampio, con ricadute difficilmente prevedibili sotto il profilo militare, politico ed economico. Mentre aumentano i segnali di una possibile escalation sul terreno, sul piano diplomatico emergono crepe evidenti: a Islamabad sono iniziati colloqui tra Egitto, Turchia, Arabia Saudita e Pakistan con l’obiettivo di ridurre le tensioni, ma l’assenza di Stati Uniti e Iran mette in dubbio la reale efficacia dell’iniziativa e contraddice la narrativa americana di progressi negoziali.

di Alessia De Luca | 31 Marzo 2026

È trascorso un mese dall’inizio della guerra in Medio Oriente, cominciata il 28 febbraio con l’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Quella che, nelle intenzioni dichiarate da Donald Trump, avrebbe dovuto configurarsi come un’operazione rapida e circoscritta ha invece assunto i contorni di un conflitto più ampio, con ricadute difficilmente prevedibili sotto il profilo militare, politico ed economico. Mentre aumentano i segnali di una possibile escalation sul terreno, sul piano diplomatico emergono crepe evidenti: a Islamabad sono iniziati colloqui tra Egitto, Turchia, Arabia Saudita e Pakistan con l’obiettivo di ridurre le tensioni, ma l’assenza di Stati Uniti e Iran mette in dubbio la reale efficacia dell’iniziativa e contraddice la narrativa americana di progressi negoziali. Parallelamente, secondo diverse fonti, il Pentagono si starebbe preparando a settimane di possibili operazioni di terra, con l’invio in Medio Oriente di migliaia di soldati e marines. Uno scenario a cui l’Iran ha risposto con prevedibile retorica bellicista: “I nostri uomini sono in attesa” delle truppe americane, ha detto il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, aggiungendo che i missili di Teheran sono pronti “per incendiare le loro anime e punire per sempre i loro alleati regionali”. Oggi, in un post sui social, Trump ha dichiarato che se non si raggiungerà presto un accordo con l’Iran e se lo Stretto di Hormuz non verrà riaperto “immediatamente”, gli Stati Uniti “distruggeranno completamente” le infrastrutture energetiche e idriche dell’Iran.

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Anche gli Houthi entrano in guerra?

Domenica, per la prima volta dall’inizio della guerra, anche i ribelli Houthi dello Yemen hanno lanciato un missile balistico contro Israele in quello che potrebbe segnalare l’ingresso del gruppo armato nel conflitto. Yahya Saree, portavoce militare degli Houthi, ha affermato che l’attacco era un gesto di sostegno all’Iran e a Hezbollah, il movimento militante libanese che, dall’inizio della guerra, ha lanciato centinaia di droni, razzi e missili contro Israele. La decisione delle milizie yemenite di prendere di mira Israele rappresenta l’ultima escalation di un conflitto che di fatto già si estende a tutta la regione del Golfo. Inoltre, se i ribelli yemeniti intensificassero il loro coinvolgimento nella guerra, questo potrebbe intralciare ulteriormente il traffico marittimo nella regione, destabilizzando lo stretto di Bab El-Mandeb, che gestisce l’accesso al Mar Rosso e finirebbe con l’alimentare la corsa dei prezzi del petrolio e del gas. Al momento, evidenzia Eleonora Ardemagni in un commento per ISPI, l’iniziativa sembra rientrare nell’ottica di una “escalation controllata”. Gli Houthi puntano su attacchi limitati contro Israele, con l’obiettivo di sostenere l’Iran, scoraggiare l’intervento statunitense su Hormuz e fare pressione sull’Arabia Saudita, evitando al contempo di violare gli accordi di tregua ancora in vigore.

No Kings: cresce il dissenso negli USA?

Mentre il conflitto si estende all’esterno, cresce la tensione anche all’interno degli Stati Uniti. L’ultima ondata di manifestazioni del movimento “No Kings” si inserisce in un contesto di crescente impopolarità della guerra voluta da Trump. Nella giornata di sabato, centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza in diverse città, in quella che gli organizzatori hanno definito “la più grande giornata di protesta nella storia degli Stati Uniti”, con una partecipazione diffusa anche in stati tradizionalmente repubblicani e in aree rurali. La critica non riguarda solo la scelta di entrare in guerra, ma un modello di governo percepito come sempre più accentrato e opaco, in cui – secondo gli organizzatori – guerra, potere economico e interessi politici risultano intrecciati. Le proteste si innestano in un contesto politico già segnato da recenti successi elettorali democratici e da un calo negli indici di gradimento per il presidente. Secondo diversi analisti, la combinazione tra guerra, aumento dei prezzi della benzina e volatilità dei mercati finanziari potrebbe tradursi in un costo politico significativo per il Partito Repubblicano in vista delle elezioni di medio termine, in programma per novembre.

Fronti collaterali?

Non da ultimo, il conflitto continua a produrre frizioni in altri teatri sensibili del Medio Oriente. A Beirut migliaia di persone hanno partecipato ai funerali di tre giornalisti uccisi in un attacco israeliano, episodio che il governo libanese ha definito un “crimine flagrante” e che il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha qualificato come “assassinio mirato” in violazione del diritto internazionale. Parallelamente, rischia di trasformarsi in un incidente diplomatico la decisione israeliana di impedire al cardinale Pierbattista Pizzaballa di raggiungere la basilica del Santo Sepolcro per la tradizionale messa della Domenica delle Palme. Secondo il Patriarcato latino di Gerusalemme e i Custodi della Terra Santa, si tratterebbe della “prima volta da secoli” che una simile restrizione viene imposta. La crisi, successivamente, è rientrata. “Il Patriarcato Latino di Gerusalemme e la Custodia della Terra Santa confermano” che “le questioni riguardanti le celebrazioni della Settimana Santa e della Pasqua nella Chiesa del Santo Sepolcro sono state affrontate e risolte in coordinamento con le autorità competenti”, spiega una nota successiva, prima della quale il premier israeliano Benjamin Netanyahu aveva annunciato misure immediate perché al cardinale “sia concesso pieno e immediato accesso alla Chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme”.

Alessia De Luca

 
Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Alessia De Luca

Journalist, Advisor for Online Publications, Responsabile ISPI Daily Focus
Relazioni Translatantiche. Alessia de Luca is a professional Journalist and an expert of US politics, in charge of the daily newsletter ISPI Daily Focus and of the Focus USA2024. She has served as Middle East and Northern Africa correspondent from 2005 to 2009. Previously at Skytg24, she also contributed for RAI and Radio Vaticana. Her works were published among others by La Stampa, Lifegate, Nigrizia, Avvenire and EastWest.

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