Ho letto, con qualche pausa di inapparente commozione, il libro dal titolo “Mario Luzi un segno indelebile – Presenze e incontri in terra di Siena” (Polistampa, pp. 168), a cura di Roberto Nencini e Luigi Oliveto, con appendice di testi di Luzi stesso e di Alceste Angelini, Franco Fortini e Alessandro Parronchi, con carteggi e un corredo biografico e di immagini.
Come scrive nella bella introduzione Roberto Barzanti, il volume nasce da una mostra (da cui prende il titolo) organizzata dalla Biblioteca Comunale degli Intronati allo scopo di procurare “(…) un contributo specifico e di timbro senese” al programma di omaggi per il centenario (2014) della nascita del poeta.
Il giovane Mario, nativo di Castello in quel di Firenze, fu a Siena negli anni scolastici 1927-28 e 1928-29 ed è in quel tempo della sua adolescenza – come scrive Oliveto – che “andarono a definirsi con sorprendente precocità” i suoi propositi. Da lì, egli avrebbe inteso dedicare la propria vita “a perseguire arte e bellezza, perché il contesto in cui si era ritrovato a vivere dimostrava che arte e bellezza erano possibili, praticabili”. Questo fa ritenere al detto curatore, nel capitolo “Terra matria” (termine coniato dal poeta stesso), “che Luzi sia stato l’ultimo scrittore del Novecento a sostenere un racconto di Siena in chiave mitica”: Siena che aggiunge alla ineguagliabile identità/conformazione urbana una virtù mito-poietica, capace cioè di generare un’idea mitica di sé.
A tal punto era stata impressiva, costitutiva, l’esperienza di Luzi nel biennio senese, che egli ebbe a ‘confessare’, nel 1999, in veste di Presidente della Giuria del Premio nazionale di Poesia “Alessandro Tanzi”, promosso dalla Contrada della Tartuca, queste sorprendenti parole: “(…) c’era un tempo in cui, per me, tornare a Siena significava, ogni volta, vivere un’emozione insostenibile: una folla di ricordi, un riaffiorare di presenze, una percezione di assenze che stringevano; Siena era la mia giovinezza.” Perché definire sorprendenti quelle parole? Semplicemente: per la mirabile precisione con cui descrivono uno stato d’animo, una nettezza tale da consentire l’immediata ‘appropriazione’ delle stesse da parte del lettore. Né posso, giunto a tal punto, lesinare ciò che di seguito Luzi vi aggiunse: “Ma in questi ultimi anni, i molteplici rapporti con la città e soprattutto il calore amichevole di tante persone mi hanno esortato a superare questo trauma dello spirito che trovava difficile rientrare nel prodigio della giovinezza”. Tornare a Siena aveva significato e significava, dunque, “risentire in piena coscienza e con la pienezza del desiderio di allora possibilmente, l’ambizione, l’aspirazione totale dell’anima” (dal suo “Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini”).
In qualche modo la frase mi riporta (mutatis mutandis) alla scene e alle suggestioni di “C’era una volta in America” di Sergio Leone, quando il vecchio Noodles (Roberto De Niro) torna a New York, donde prorompono naturalmente i ricordi della sua giovinezza. Essa fa riflettere sulla necessità, ben riconoscibile, di metabolizzare alcune ‘speciali’ esperienze della propria esistenza, in quanto ancorate a determinati luoghi o contesti – ancorché trasfigurati nella memoria -, per poterli riaffrontare senza farsi schiacciare dal peso della sofferenza – quella che per l’appunto origina dal senso di una perdita irrimediabile.
Ormai affermato e più che maturo, Luzi a partire dal’ 71 aveva iniziato a trascorrere le estati in Val d’Orcia, idealmente sostituendo al profilo svettante e familiare (ancorché di una familiarità correlata ad un tempo lontano) della città – alta e un po’ superba sui suoi tre colli -, quella “terra senza dolcezza d’alberi, la terra arida / che rompe sotto Siena il suo mareggiare morto / e incresta in lontananza”. Osservando i profondi cretti di argilla delle Crete – diceva – noi ritorniamo non già colmi quanto, piuttosto, prosciugati; quasi che – aggiungiamo – quel paesaggio avesse una forza silenziosa e catartica, atta a restituire all’anima una apertura al tutto.
Il capitolo scritto da Alfiero Nino Petreni è dedicato proprio a “Luzi e Pienza”, la città che – come scrive più oltre Stefano Carrai (in “Mario Specchio e la memoria di Siena”) – “era diventata un surrogato felice, di una gioia non venata da nostalgie”.
Per tutti coloro che hanno (acquisito) una passione per la poesia di Mario Luzi e/o per Siena, e a maggior ragione per coloro che ne fossero del tutto a digiuno, varrà la pena di posare gli occhi, e il cuore, senza troppa fretta, su queste pagine.
Paolo Marini

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