
Tra i paradossi del lavoro, che colpiscono l’Italia, non solo le crisi aziendali con i rischi per il futuro di decine di dipendenti, ma anche la difficoltà, per molte imprese, nel reperire manodopera per le proprie attività. Secondo uno studio della CGIA di Mestre, su dati del 2025, nel Veneto circa un colloquio di lavoro su tre va deserto. In particolare a non presentarsi sono soprattutto i giovani.
Per l’associazione sono diverse le ragioni, non solo riconducibili alle motivazioni personali circa l’esigenza di meglio conciliare tempi di vita e tempi di lavoro. Innanzitutto va ricordato che il numero dei giovani sta progressivamente diminuendo da un punto di vista demografico. Inoltre è da considerare che le piccole imprese possono avere un’attrattiva inferiore a quella delle grandi, in termini di retribuzioni e percorsi di carriera.
Per invertire la tendenza, è necessario trovare modalità diverse. Un’esigenza sempre più importante, quella di riempire i vuoti d’organico, per non rischiare il lento declino del tessuto produttivo, che si ripercuoterebbe negativamente su tutta la società.
Dunque, c’è un’Italia che cerca lavoratori e non li trova. Non perché manchi il lavoro, ma perché sempre più spesso mancano le persone disposte ad accettarlo. Il paradosso emerge dai nuovi dati elaborati dalla Cgia di Mestre su base Unioncamere-Excelsior.
Un fenomeno che negli ultimi anni ha assunto proporzioni enormi. Nel 2017 i colloqui andati deserti o conclusi senza trovare personale erano meno di 400mila, pari a circa il 10% del totale delle assunzioni previste. Oggi il numero è esploso: le posizioni rimaste scoperte hanno raggiunto quota 1 milione e 750mila, cioè il 30% del fabbisogno complessivo delle imprese.
Dietro questi numeri si nasconde una trasformazione profonda del mercato del lavoro italiano. Un cambiamento che coinvolge soprattutto il Nord e che colpisce in modo particolare il Piemonte, dove la difficoltà di reperire personale supera addirittura la media nazionale, attestandosi attorno al 32%.
Le province più in sofferenza sono Cuneo e Alessandria, territori storicamente legati alla manifattura, all’agroalimentare e alla logistica, settori che oggi faticano enormemente a trovare manodopera specializzata ma anche personale generico.
Il problema non riguarda più soltanto professioni altamente tecniche o ruoli specializzati. Sempre più aziende lamentano difficoltà anche nel reperire camerieri, operai, autisti, magazzinieri, saldatori, elettricisti, tecnici informatici e personale per il turismo. In alcuni casi i colloqui vengono fissati e i candidati non si presentano nemmeno. In altri, dopo pochi giorni di prova, i lavoratori lasciano.
Secondo gli analisti della Cgia, il fenomeno nasce da una combinazione di fattori economici, sociali e demografici. Il primo nodo resta quello degli stipendi bassi. Molte offerte prevedono salari considerati insufficienti rispetto al costo della vita, soprattutto nelle grandi città o nelle aree dove affitti, trasporti e bollette sono aumentati drasticamente negli ultimi anni.
A pesare sono anche gli orari giudicati troppo pesanti e la scarsa prospettiva di crescita professionale. Sempre più giovani rifiutano lavori percepiti come precari, usuranti o senza futuro. Un atteggiamento che segna una rottura culturale rispetto alle generazioni precedenti, cresciute con l’idea che qualsiasi occupazione fosse meglio di niente.
Oggi molti ragazzi preferiscono aspettare un’occasione migliore piuttosto che accettare contratti brevi, turni spezzati o impieghi mal retribuiti. Una scelta che le imprese spesso interpretano come mancanza di voglia di lavorare, ma che secondo sociologi ed economisti racconta soprattutto un cambiamento nelle aspettative e nella qualità della vita richiesta dalle nuove generazioni.
C’è poi la questione demografica, forse la più difficile da risolvere. L’Italia sta invecchiando rapidamente e il numero di giovani disponibili sul mercato del lavoro diminuisce anno dopo anno. In molte aree produttive del Paese le aziende si contendono ormai una platea sempre più ridotta di candidati.
Il fenomeno è evidente soprattutto nei territori industriali del Nord, dove per decenni il ricambio generazionale era stato garantito da un bacino ampio di manodopera locale. Oggi quel modello non regge più. In alcuni comparti si assiste addirittura a una competizione tra imprese per strappare lavoratori qualificati ai concorrenti con offerte economiche più alte.
Ma il problema riguarda anche la scuola e la formazione professionale. Tante aziende cercano figure tecniche che semplicemente non esistono in numero sufficiente. Il sistema scolastico fatica a stare al passo con l’evoluzione del mercato e con le competenze richieste dalle imprese moderne.
Industria meccanica, automazione, digitale e nuove tecnologie chiedono profili sempre più specifici, mentre molti istituti professionali registrano un calo di iscrizioni. Il risultato è un cortocircuito: migliaia di posti disponibili da una parte e migliaia di persone che non riescono a trovare un’occupazione stabile dall’altra.
Nel frattempo, diverse aziende stanno iniziando a modificare le proprie strategie. Alcune aumentano gli stipendi, altre introducono benefit, flessibilità oraria o premi produttività per attrarre personale. Crescono anche gli investimenti in corsi interni di formazione, nel tentativo di creare direttamente le competenze necessarie.
Resta però una domanda di fondo che attraversa tutto il sistema economico italiano: il lavoro offerto oggi è davvero in grado di garantire stabilità, prospettive e dignità economica? Perché dietro i numeri dei colloqui andati deserti non c’è soltanto un problema di candidati mancanti, ma il segnale di un rapporto tra imprese e lavoratori che negli ultimi anni è profondamente cambiato.
Sono anni che propongo una seria riforma scolastica delle scuole medie inferiori e superiori per collegare la scolarizzazione alla vocazione produttiva del territorio. Ci sono grandi responsabilità in chi finora è rimasto sordo a questi problemi.
Salvatore Rondello

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