La Corte Costituzionale in carenza di una iniziativa legislativa del Parlamento ha emesso i criteri in forza dei quali una futura e necessaria legge sul “fine vita” dovrà essere impostata. Sono criteri obiettivi e di buon senso che non dovrebbero trovare reazioni particolari dato che si ispirano a persone in gravi condizioni fisiche e psicologiche che appaiono irrimediabili. La CEI ha protestato senza tener conto che la futura legge, per altro ancora da comporre nei suoi dettagli, non ha un carattere obbligatorio e come per le altre riforme dei nostri codici potranno essere non applicati, senza alcuna censura, da persone credenti. Per gli altri, i non credenti, queste norme dettate dalla Corte Costituzionale risolveranno gravi e dolorosi problemi.
Il Parlamento non è riuscito in tutti questi anni a legiferare sulla materia perché diviso nell’interpretazione elettoralistica del problema senza per altro curarsi degli aspetti di coscienza individuale che sono gli unici che valgono in questo tipo di materie.
Peraltro un gradino nella scala di civiltà del nostro paese è stato compiuto anche se in una fase politica particolarmente confusa: la gestazione della legge sarà lunga e la Chiesa si appresta a chiedere l’obiezione di coscienza che, come succede per l’aborto, troverà consensi data la scarsa rimunerazione che si può prevedere per questo tipo di intervento sanitario. Tutte cose su cui occorrerà fare attenzione per non trovarci ad aver affermato i principi e poi averli negati nella realtà pratica.
Per ora complimenti a Marco Cappato che per portare avanti questa operazione politicocostituzionale ha rischiato molti anni di galera.
Giacomo Properzj

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