C’è uno scandalo tra i tanti che ha vissuto e vive l’Italia, di queste ultime generazioni, che passa attraverso il rapporto tra l’età e il lavoro. Che investe stato sociale, pensioni, costi della previdenza e costume quotidiano. Dopo gli anni della sbornia delle pensionate e pensionati baby, e vedevi quarantenni aitanti che andavano in pensione per fare nella seconda vita un altro lavoro, si deve passare agli anni del lavoro possibile fino a 68 – 70 anni. Esclusi i cosiddetti usuranti e i lavori gravosi è chiaro che una delle emergenze economiche e sociali di questo Paese si incunea nel rapporto forza lavoro forza in quiescenza, tra lavoratori attivi e pensionati. Tre punti di partenza, senza scomodare particolari ricerche sociologiche o analisi deritiane: 1) se continua a divaricarsi al forbice tra fora che produce e forza pensionata a favore della seconda, con l’ingresso dei giovani sempre più ritardato è probabile che nel 2020 le pensioni saranno miracoli; 2) cresce grazie a Dio e alla medicina la durata della vita media con individui attivi e in forma; 3) non si è mai troppo vecchi se il lavoro piace. Ovvio ci sono casi eclatanti per cui certo si puo’ dire che lavora molto anche la professoressa Rita Levi Montalcini, perché il lavoro le piace, ma senza arrivare questi casi estremi, e forse unici, ci possono essere casi di attività e applicazioni che possono essere adatte ai sessantenni di oggi che non erano possibili per i sessantenni del 1980. Se così è, e lo si riscontra quotidianamente, una riforma soffice del mercato del lavoro che possa offrire anche agli ultra 55enni una seconda terza vita lavorativa, non diventa solo un obiettivo psicologico e emotivo per far sentire ancora utili questi colleghi, ma diventa un obbligo macroeconomico e di sistema. Anche nella mia più recente esperienza di direttore delegato anche alle risorse umane negli ultimi anni mi sono capitati casi di esodi incentivati e scivoli agevolati che ho cercato di affrontare e amministrare ovviamente nell’ottica dell’interesse aziendale ma anche valutando opportunità e criticità la persona interessata. Insomma andare in pensione a 53 anni non è mai un fatto normale. Anche nelle fasce alte della managerialità stanno riscoprendo il valore degli over 50 – 55 e grandi aziende stanno realizzando forum e sessioni di aggiornamento mettendo insieme giovani leve 26 – 30 con i senior 50 – 55 che possono creare vantaggio incrociato al benessere generale dell’azienda stessa. E’ vero c’è il petrolio che va su e giù, il nucleare che s’affaccia e che ci mostra a ancora i lati più preoccupanti degli incidenti, c’è il caro prezzi e l’emergenza stipendi bassi, per non parlare del clima stra ballerino, ma credetemi questa della forza lavoro fratto forza pensionata, se non s’affronta presto, diventerà l’emergenza più pesante per gli indubbi riflessi economico sociali che propone. Bisogna entrare in un’ottica di lavoro che puo’ cambiare anche a 55 anni, che a 60 anni si possono attivare forme di collaborazione e produzione che siano adeguate alle risorse disponibili. E più che cambiare le leggi, magari occorre anche questo, bisogna cominciare dalla mentalità e dall’approccio. Inserire vivaddio qualcosa di nuovo nelle trattative per i contratti, soluzioni flessibili a vantaggio dei tre contraenti: lavoratori, imprenditori, Stato. E considerarci forza attiva, fino a prova del contrario.
Fabrizio Binacchi
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Tutto quello che e’ buono o bene in Italia non si deve fare, il motivo pero ‘ e’ semplice, come si farebbe a favorire solo gli amici o i parenti creando privilegi e che privilegi.
Riguardo alle pensioni sarebbe molto interessante utilizzare il sistema dell’incentivo o del disincentivo, con la possibilita’ di scegliere, se continuare o abbandonare il lavoro, con buona pace del sindacato e dei lavoratori.