Ma chi l’ha detto che il vero problema della macchina amministrativa italiana sono le Province? Certo quelle piccole piccolissime, quelle inventate per uno strano stranissimo accordo politico che prevedeva tre province in Sardegna o due in più in Calabria per compensare quella di Monza Brianza, sono state uno sgorbio politico prima ancora che amministrativo. Ma abolire 4 innocue province invece di abolirne 20 o quasi tutte sarebbe stato uno sgorbio maggiore. Quindi bene ha fatto il governo a ritirare il provvedimento che avrebbe colpito, ad esempio, la povera Vercelli senza colpe e non avrebbe risolto il problema. Lo dice il buon senso prima della norma. Ma siamo davvero sicuri che il problema siano le province? E’ giusto dare addosso ad un ente che forse non ha tutte le colpe di questo mondo se nella storia l’hanno ridotto a presidio di caccia, pesca strade ed edifici scolastici? Forse va meglio inquadrato il profilo delle Regioni per capire che in fondo la storia del Paese è fatta sulle province a dimensione di rapporto territoriale e che la vera invenzione politica recente è la Regione, che in questi quarantanni è diventata quasi uno Stato nello Stato con poteri e discrezionalità non sempre concordanti ea volte imbarazzanti. Tra delege sub deleghe e autonomie differenti. Non c’è dubbio che quando si fanno i conti delle moltiplicazioni dei pani e dei pesci viene da rabbrividire. Ma come? In anni di tagli e bilanci ristretti si va a moltiplicare enti e istituzioni? Ditelo a Fermo on lotta con Ascoli Piceno. Ditelo a Monza da decenni in lotta di liberazione con Milano. Ditelo a Verbania da anni in lotta di autonomia con Novara. Insomma ogni territorio puo’ vantare valori e specificità che potrebbero teoricamente giustificare un provincia ogni dieci comuni, ma se andiamo così al minuto rischiamo di finire nel tritacarne della macelleria amministrativa. Le Province coriandolo non servono a nessuno, ma sono diventate quasi inservibili anche le Regioni-Mostro. E mi spiego. Se un normale cittadino non riesce a raggiungere un ufficio della Regione in cui risiede per una normale pratica da chi deve andare? In Comune, in Circoscrizione, in Provincia? Si capisce bene che il problema non è solo quello di far vivere degli enti ma di servire un territorio con risposte efficaci rispetto ai bisogni della gente. Siamo sempre lì. E più che ai bisogni della gente in questi anni si è risposto ai bisogni della politica. Facciamo enti e consorzi in cui collochiamo parlamentari e consiglieri più o meno trombati da altri consigli e assemblee. Troviamo in nuove province vecchie facce della politica che non riuscivano più a entrare in altri consessi. E così va il mondo, ma così il mondo va male. Numeri, soglie, tetti, 200 mila, 225 mila, territori di confine e di montagna, province di mare, possiamo inventarci tutte le condizioni di questo mondo ma se non utilizziamo di base il buon senso ogni parametro rischia il ridicolo. Resta Sondrio e parte Vercelli? Perché? Via Isernia e resta Mola? Perché guerra alle province e salviamo le consulenze, i viaggi con missioni discutibili in Lapponia, o le rappresentanze bizzarre delle Regioni? Siamo sicuri che tutto quello che fanno le Regioni in materia di rappresentanza e corporate sia davvero giustificato dalla funzione territoriale? Una vera sforbiciata a certi bilanci tra rappresentanze all’estero e consulenze agli amici potrebbero forse dare più risultati utili di una sforbiciata provinciale.
Fabrizio Binacchi
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