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Ma “crescita” di cosa?

di Fabrizio Binacchi | 17 Dicembre 2012

L’aria fritta di queste settimane si chiama “crescita”: tutti la invocano, nessuno sa da dove farla scattare.

Il nipotino di Monti all’asilo lo chiamano “spread”. Spiegategli per tempo significati e contesti per evitare turbe postume. L’aria fritta di queste settimane si chiama “crescita”: tutti la invocano, nessuno sa da dove farla scattare. Seminari, conferenze, focus e panel, assemblee e comizi ma alla fine ha ragione quel netturbino (oh pardon, operatore ecologico) che l’altra mattina al bar di via Matteotti a Bologna ha sbottato così: “Ma crescita di cosa se nessuno produce più niente come prima?!?”. Anni di Bocconi scaraventati da una pala e da una scopa. Chili di documenti e interminabili catene di power point annullati e annichiliti da una battuta soave e sincera insieme: se non si produce di più dove vuoi crescere? Già. La crescita e la sua invocazione sembrano diventate una giaculatoria laica. Al rigore deve unirsi la crescita. E invece al rigore si sta unendo la povertà. Progressiva. Fatevi dire dagli operatori Caritas quanta e quale gente arriva tutti i giorni a chiedere un pacco o di essere ammessi alla mensa. Mica i barboni delle nostre stantie rappresentazioni giornalistiche. No no impiegati ed ex appartenenti al ceto medio, padri separati e madri abbandonate, ma anche coppie che hanno perso lui il lavoro e lei non ha più il contratto a tempo determinato. Ovvio che quando sentono parare di crescita loro pensano alla crescita della fame e del bisogno non alla crescita della produzione o della produttività. Come sempre questa magica Italia racchiude due meravigliosi Paesi: quello rappresentato ma non rappresentabile più in giro dei pezzi di borghesia e burocrazia che fanno il bello e il cattivo tempo, molto virtuale e molto slegato, e quello reale quello del bisogno, quello della famiglia che con due mila euro al mese in 4 quando va bene devono tirare la fine del mese pagando tariffe di servizi sempre più cari, lì istruzione, i trasporti, la rata del mutuo e una pizza ogni tanto per sentire che siamo vivi. Perché, come ampiamente documentato, molte famiglie rinunciano alla carne, alle vacanze ormai da un pezzo, e ad uscire come prima pizza cinema e pub sembra una  chimera. Eh quel netturbino operatore ecologico anche delle nostre coscienze ci ha frustato l’anima gemente: crescita de che? Crescita del populismo, crescita della ipocrisia sociale, crescita del divario, crescita delle tasse, crescita della selezione per censo e per successione, crescita del disagio, crescita della marginalità. Quella è la crescita che purtroppo si vede. L’altra è solo un sogno o un esercizio di attrattività convegnistica ormai nemmen più originale. E così ci balocchiamo tra una scappatoia e l’altra disegnando un paese e una popolazione che ha passato l’anno della tre terribili “r” come ci ha ricordato il Censis: “risparmio, rinuncio, rinvio”. Magari si potesse davvero risparmiare, purtroppo è una rinuncia continua a quello a cui pensavamo di avere diritto per sopraggiunto benessere sociale diffuso, e rinvio a tempi migliori. Ma quando arriveranno: 2013 nessun ci crede, 2014 pochi scommettono, dal 2015 qualcuno spera. Ma nessun mette la mano sul fuoco delle previsioni. Troppi soggetti diversi, troppe variabili, troppe condizioni esterne ad una tradizionale filiera di governo. Così passiamo sulla  difensiva, imbronciati secchi quando non arrabbiati neri. E rischiando di non sorridere più come dovremmo, come vorremmo. Per salvarci almeno dentro.

Pubblicato in : CornerBlog

Info Fabrizio Binacchi

Fabrizio Binacchi, giornalista economico @Tg1, poi in giro per l’Italia a dirigere redazioni e sedi regionali. Ha realizzato e curato varie trasmissioni su @RaiUno e @RaiTre. Ha condotto Linea Verde finendo in acqua e su Striscia, Paperissima, Blob, facendo passare quel poco di popolarità dai palazzi della politica ai supermercati. Insegna in vari master, ha scritto tre libri e ha vissuto in sette città ma solo in due si trova a casa: Bologna e Firenze.

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