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Ma quali regole scoverai se il lavoro non ce l’hai?!

di Fabrizio Binacchi | 19 Gennaio 2014

Si deve passare dal copia-e-incolla (purtroppo molto di moda e alquanto nefasto nell’era digitale e non solo per le tesi e gli studi) al penso-e-faccio.

lavoro1E’ tutta una corsa a chiamare il “piano lavoro” con i nomi più diversi, meglio se inglesi, inglesizzati, americani, americanizzati. Job a volontà. Atti e progetti,  idee e confronti, ma intanto il lavoro, quello vero, non c’è. E non si vede, quello vero, all’orizzonte. Sì, piccoli segnali, qualche accenno di ripresa nei settori food (oh, scusate mi è scappato) alimentare e moda, ma anche qui lumicini non significativi. Lo dicono bene anche se sottovoce gli osservatori: se non riparte l’edilizia, la meccanica e la manifatturiera integrata, magari anche la chimica, sarà difficile avere segnali di riscossa del lavoro. Ecco quindi il problema: si dibatte di regole sul lavoro ma il problema vero è “produrlo il lavoro”, si discute di misure di ingresso di uscita di triennio e di tutele, ma i problema a monte è il lavoro in quanto attività produttiva che va innescato, promosso, trovato, prima ancora che gestito e tutelato. Ma quali regole scoverai  se il lavoro non ce  l’hai?! Appunto. Un patto per le riforme dunque ma in parallelo, un parallelo molto stretto, un patto per il lavoro. Il lavoro è quella cosa che se c’è, se è reale, rilevante,  la gestisci e la regoli, se non c’è o è fittizio, apparente, latente, superficiale, la sua regolazione rischia di essere un inutile penoso gioco dell’oca. Il lavoro si fa con le risorse e con i bisogni, poi orienti gli investimenti in quei settori che a te governo sembrano utili e strategici. Ma non metti l’armatura a uno scheletro, non metti l’elmetto o il casco su un capo che non sa se va in cantiere o in laboratorio. Questo è il problema. Che abbiamo quasi smarrito a forza di regolarlo e regolarlo il concetto di lavoro. Si fa un lavoro per un prodotto e si fa un lavoro per un servizio, ma dev’esserci produzione di valore. In altri termini: devo passare dal copia-e-incolla (purtroppo molto di moda e alquanto nefasto nell’era digitale e non solo per le tesi e gli studi) al penso-e-faccio. Penso a un progetto, ci metto tutte le mie forze e risorse possibili, e ci impiego gente e cervelli. Quindi, invece di stare qui soltanto a vaticinare più manifattura, meno servizi, più alimentare meno turismo, più beni meno servizi, perché non cogliere una emergenza vera come quella delle scuole in Italia e fare una vera campagna di ricostruzione e rinnovamento di centinaia, migliaia di edifici scolastici che al momento sono perlomeno nona n orma quando non pericolosi o inabitabili. Cosa c’è di più lungimirante di un piano scuole sicure e abitabili?! Cosa c’è di più simbolico per l’investimento nella educazione, cultura formazione, di un progetto forte e solido su mille scuole come nuove entro tre anni?! Pensate a quante ripercussioni economiche: muratori e geometri, architetti e falegnami, disegnatori e trasporti per un settore edilizio fortemente innervato nel servizio pubblico di una nazione.  Certo ci vogliono soldi, ma se non cominci non inneschi. Si calcola che con una ventina di milioni di euro si può già cominciare a fare progetti per scuole e istituti che hanno davvero bisogno di una mano, che hanno bisogno anche di poco ma come di un recinto o una protezione per evitare che uno studente finisca su una lastra cedevole non segnalata e muoia per recuperare una giacca che per scherzo era stata buttata al di là. E’ solo un esempio ma è un esempio mortale O piani per rinnovare e razionalizzare istituti a indirizzo integrato, con laboratori e spazi multimediali per dare una svolta al nostro modo di fare didattica e scuola, una volta tanto all’avanguardia in Europa e nel mondo?  In fondo che ci vuole? Beh, ci vuole una idea e un coraggio di scegliere. Non è che fa più comodo dibattere delle regole per non scegliere? Ma se è così, non venite più a parlare di impegno economico, quello è solo noioso e vuoto  teatrino politico.

Pubblicato in : CornerBlog

Info Fabrizio Binacchi

Fabrizio Binacchi, giornalista economico @Tg1, poi in giro per l’Italia a dirigere redazioni e sedi regionali. Ha realizzato e curato varie trasmissioni su @RaiUno e @RaiTre. Ha condotto Linea Verde finendo in acqua e su Striscia, Paperissima, Blob, facendo passare quel poco di popolarità dai palazzi della politica ai supermercati. Insegna in vari master, ha scritto tre libri e ha vissuto in sette città ma solo in due si trova a casa: Bologna e Firenze.

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