C’è qualcosa di pesantemente e volutamente artefatto nel clima che si e’ creato attorno al ballottaggio di Milano, come se dal responso delle urne dovesse dipendere tutto il nostro futuro, come se davvero fossimo tutti qui ad attendere una svolta epocale in grado di portare fuori l’intero paese dalla vischiosa palude in cui e’ intrappolato da troppo tempo.
Tutto concorre a questa attesa: le dichiarazioni consapevolmente esagerate dei leaders politici, la grancassa mediatica, le opposte tifoserie che si sfidano a colpi di Bella Ciao e di slogan alla Braveheart – chi guardasse oggi alla politica italiana da fuori, sulle sola base di queste testimonianze, potrebbe davvero credere che una nuova Resistenza stia portando il colpo finale ad un regime in disfacimento, per aprire la via ad una invocata stagione di rinascita sociale e civile.
Ma noi che in questo paese ci viviamo, e che abbiamo attraversato buona parte delle sue fasi di transizione, dobbiamo pur dirci, con estrema onesta’ intellettuale, che le cose non stanno affatto così e che l’esito del ballottaggio milanese, qualunque esso sia, non cambierà di una virgola lo stato attuale della nostra politica. Siamo onesti: che il garbato esponente della borghesia illuminata meneghina diventi sindaco a capo di una coalizione che forzatamente – e solo in virtù delle primarie – tiene insieme il centrosinistra e la sinistra estrema, non incide più di tanto sulla situazione nazionale; escludiamo a priori che Pisapia possa sperimentare rivoluzionarie soluzioni di governo cittadino, dovendo per forza fare i conti con quello che ha davanti e l’incombere dell’Expo che certo non vorrà cancellare, ma quand’anche si rivelasse un grande innovatore sarebbe e resterebbe un sindaco, sia pure della capitale economica italiana. E d’altro canto, la sconfitta personale di Berlusconi e i malumori della Lega – che non nascono certo ora – se letti in chiave di coalizione di governo assumono tutt’altra prospettiva, perché la flessione accusata dal partito di Bossi e’ tale da sconsigliare caldamente fughe in avanti, e tantomeno in solitaria, e non si vede come potrebbe il Senatur giustificare un’improvvisa alleanza con la sinistra per far cadere un governo che comunque gli garantisce un ruolo da protagonista. Tantopiu’ che la parabola di Fini, generale senza truppe di un partito di carta, e del presunto Terzo Polo, illusione puramente semantica, rappresentano un evidente ammonimento per chi pensa di poter creare presunte alternative sul nulla, perché un unico dato ci ha davvero confortati in questa tornata elettorale, ovvero la evidente verità che gli elettori sono di gran lunga migliori di chi li governa, e sanno ancora punire – laddove sia loro permesso dalla legge elettorale – gli estremisti di ogni colore, ed i velleitari dispensatori di parole in genere. E va aggiunto che sembrano infischiarsene bellamente dello strapotere mediatico accreditato a Berlusconi, visto che votano seguendo esclusivamente la loro testa.
Dunque, dovremmo scaldarci un po’ meno per questo imminente ballottaggio, e chiederci invece cosa realmente abbiamo davanti; un lungo crepuscolo, quello di un sistema politico in disfacimento, che pero’ non lascia intravedere nulla di nuovo all’orizzonte. Questo ci preoccupa davvero: il tramonto di partiti obsoleti, incancreniti nella conservazione del potere, tutti, nessuno escluso, correi di una deriva partitocratica che ha segnato il più grave distacco fra politica e cittadini mai registrato nella nostra storia repubblicana. Il tramonto di leaders vecchi, non solo anagraficamente ma nella loro concezione della gestione della politica, che ostinatamente e colpevolmente hanno impedito ogni rinnovamento dei loro stessi partiti, della classe dirigente, creando un vuoto popolato di servi sciocchi e di utili idioti che oggi, ma tantomeno domani, non costituiscono alcuna risorsa umana su cui investire per riaprire il futuro del nostro paese.
Siamo già rassegnati a sorbirci la dose diabetica di commenti trionfali che accompagnerà la vittoria di Pisapia – sempre che vinca – e lo spaccio di spericolate iperboli, di cui già abbiamo avuto un pesante assaggio in questi giorni, che farà da corollario a questa vittoria, ma abbiamo sufficienti anticorpi per non farcene contagiare e per vedere invece tutta la sfinita epopea dell’impotenza politica che ne deriverà. Che cada o meno il governo Berlusconi, che si faccia o meno un ribaltone parlamentare, che si vada o non si vada a nuove elezioni, nessuna novità ci attende. Perché nessuno ha lavorato per crearla e nessuno lo farà nel prossimo futuro.
Il resto – tutto il resto – e’ e sara’ solo chiacchiericcio, buono per i titoli dei giornali, ma di nessuna utilità per il nostro paese.
ChiBo

Cara Chiara, la svolta invece c’é stata eccome!
Piuttosto che scegliere un candidato di Berlusconi, a Napoli, si é preferito puntare sull’estrema sinistra, anche contro il PD.
Milano poi, la vittoria di Pisapia é netta e senza appello.
La svolta in Italia non sarà mai possibile se non si partirà da una laicità umiliata e offesa che adesso l’elettorato sembra voler riscattare.
Già i cattolici si “uniscono” per far barriera, già i finti perbenisti si lacerano le vesti.
Basta con la connessione tra religione e stato, nell’interesse di tutti.
Hai ragione per tanti versi, torto per altri.
La svolta forse non ci sarà, ma il primo passo per scalzare questa classe politica al governo sta probabilmente, e speriamo, per verificarsi!
Questi retrogradi, razzisti, ignoranti figuri della Lega Nord e di tanta parte del PDL vanno mandati via, devono ritiornare nelle fogne dalle quali provengono!
Sarà una boccata d’ossigeno, dammi retta!
La gente comincia a capirlo, lentamente come dei bradipi, ma qualcosa si muove.