Al cimitero monumentale di Napoli è il “quadrato”. Il luogo dove pervengono carri per scaricare i feretri. Adeguarli alle cure ed alla benedizione di un pia donna, adagiandoli su un marmo. Poi, consegnandoli alle corde, per la tumulazione. Quando ci sono i fossi. Riconoscendo, alla pietà ed al servizio, la mercede che richiedono. Mentre, dintorno alla “fioriera”, si ammassano, furtivi e non, i predatori delle rose, delle orchidee. Alla fine, dei profumi offerti all’estinto a sedare le proprie colpe, i propri rancori. Per un nuova vendita a nuove spoglie, a nuovi pianti, a nuove maledizioni.
Nel quadrato è allocata la tomba di Francesco De Sanctis. Baffi fluenti e sguardo austero e lontano. Verso il futuro dell’Italia risorgimentale. Nazione tanto più possibile per le sue pagine che per le rive del Garda del Manzoni.
Non lontano, accedendo alla zona degli “uomini illustri”, al termine della scala, Bovio è nella sua piena fierezza di aver richiesto alla moglie “5 lire”, per pagare il conto dell’albergo romano.
Di fronte, insieme ad altre come tante, la tomba di mio zio, Mario Cosentino, è ormai scarna. Priva della lapide. Lesionata. Divelta.
Tutto è in abbandono. Nella dimenticanza. Affidato, soltanto, alla rapacità dei devastatori e dei predatori. Dei busti, dei marmi; finanche, dei più sconci, brevi, vasi di vetro, venduti a pochi soldi al mercato delle pulci.
Si dice che il cimitero “nuovo” sia infrequentabile e impercorribile. Assillato da rapinatori e spacciatori. E si dice, anche, delle attese e delle sollecitazioni –antiche, almeno- per pervenire alla concessione dei loculi.
Da quasi dieci anni attendo che l’Amministrazione Comunale dia seguito all’impegno -che mi trasmise adornato di bolli e firme- di restauro della zona degli “uomini illustri”. Con promessa di invito a sopralluogo nell’avanzamento dei lavori. Mai più ricevuto.
La gestione della pietà sulla morte è ormai gestione della dimenticanza. E’ gestione della necessità, dei vivi, a disfarsi dell’estinto. E’ gestione “politica” del consenso.
Vero. Siamo tutti al rifiuto del ricordo. Se non di quello prossimo che accompagna e sostiene la sopraggiunta solitudine.
Del ricordo come emulazione. Come ripensamento. Come esortazione. Come appartenenza.
A qualcuno, forse, torneranno utili De Sanctis e Bovio. Per una tesi di laurea, per una pubblicazione. Per affermare uno stato sociale, comunque per produrre economia per sè. Qualche casa editrice introiterà i diritti di autore, per la musica di mio zio.
Questo scritto è amaro e, forse, tetro –il tema disturba anche l’estensore- ma non ci si può sottrarre dal riflettere che tanto più in una città come Napoli, dove la morte sembra recitata e impregni di fantasie allucinate -di ricordi di vendetta e di altra morte, vera- gli occhi degli adolescenti, l’Amministrazione della Città abbia da perseguire l’affermazione del principio di sacralità.
Con una proposta: al pretenzioso maggio dei monumenti, al cattolico 1 novembre, all’orgiastica notte bianca, può affiancarsi l’aprile dell’appartenenza?
Portare i fanciulli –attraverso le scuole- al contatto religioso –dico, religioso- con la propria appartenenza. Facendo “adottare” –parola in uso con riferimento a tutto, anche alle piante- un tumulo e con esso il ricordo di una vita. Continuando una presenza. Consentendo la facoltà di apprendimento della continuità della natura, della estensione del nostro eterno, della poesia della vita?
Ascolteremo, per questo proporre, le lagnanze di genitori e di improvvisati sciamani –i manipolatori della ignota psiche-? I primi già trapassati, nella loro evanescenza edonistica; i secondi già trapassati, nell’opportunismo della vanità.
E, l’Amministrazione?
(f)

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