
Senza più petrolio né elettricità, la vita quotidiana nell’isola si ferma. Cresce la tensione nelle piazze dell’Avana.
L’Avana è una cartolina sbiadita dal sole e sconsacrata dall’attesa. Sotto un cielo di cobalto che non regala ombre, la capitale cubana si è trasformata in un immenso parcheggio a cielo aperto, dove il tempo non scorre più: oscilla, lento, al ritmo delle code.
La crisi energetica che stringe l’isola in una morsa senza precedenti ha superato la soglia dell’emergenza economica per farsi dramma esistenziale. Manca tutto, ma soprattutto manca il movimento. Il carburante è diventato un miraggio liquido, una reliquia da inseguire per giorni interi sotto i portici screpolati del Vedado o lungo i viali deserti di Miramar. Le stazioni di servizio non distribuiscono benzina; distribuiscono pazienza, sfinimento e calcoli matematici sulla sopravvivenza quotidiana.

Per le strade, le vecchie berline americane degli anni Cinquanta, i almendrones che per decenni hanno sfidato la storia e l’usura, sono ora monumenti immobili alla penuria. Chi ha la fortuna di veder riempito il serbatoio viaggia con il contagocce, riducendo le corse all’essenziale, mentre il grosso della popolazione si riversa su carretti trainati da cavalli, biciclette fatiscenti o, più semplicemente, si affida alla fatica dei propri passi.
Il collasso logistico si riverbera immediatamente sulla spina dorsale del Paese. Senza gasolio i generatori delle centrali termoelettriche, già obsolete e logorate da una manutenzione impossibile, si spengono uno dopo l’altro. Il risultato è una geografia del buio: blackout programmati che durano dodici, quattordici ore al giorno, specialmente nelle province interne, dove la notte non è più un momento di riposo ma una cappa di caldo soffocante e frigoriferi spenti, con il cibo che marcisce prima ancora di essere cucinato.
Il governo attribuisce il disastro al solito, soffocante bloqueo americano e al mancato arrivo delle navi cisterna dai paesi alleati, anch’essi stretti da difficoltà interne. Ma la geopolitica, tra le crepe dell’Avana, non sfama nessuno. La scarsità di carburante blocca i camion che dovrebbero trasportare la farina ai panifici storici e le verdure dalle campagne ai mercati urbani. Nei negozi statali gli scaffali sono specchi vuoti; i prezzi del mercato nero, unico vero motore rimasto acceso, viaggiano a cifre accessibili solo a chi riceve le rimesse dall’estero.
Eppure, camminando tra le pozzanghere di Centro Habana, non si avverte il rumore della rivolta, ma il sibilo sordo della rassegnazione. I cubani hanno inventato una parola per questo: resolver, l’arte di trovare una soluzione dove la logica dice che non esiste. Ma oggi anche l’arte dell’arrangiarsi sembra aver esaurito la sua benzina morale. C’è una stanchezza nuova, profonda, negli occhi di chi aspetta un autobus che forse non passerà mai. È la consapevolezza che il “Periodo Speciale” degli anni Novanta, ferita mai rimarginata nella memoria collettiva, non era un brutto ricordo del passato, ma il trailer del presente. Cuba è ferma, spenta, in attesa di un domani che non ha più carburante per arrivare.
Giuseppe Basilico

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