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L’Ue e la svalutazione dello yuan: quali gli effetti

L’Europa chiede un accordo valutario per frenare gli effetti sull’export dello yuan svalutato. Ma per competere con la Cina occorre un’industria più forte. Secondo l’Europa, la svalutazione dello yuan (o renminbi, che dir si voglia) mette in difficoltà le aziende continentali, alle prese con un surplus commerciale cinese sempre più marcato. La soluzione che si cerca è un accordo sul tipo di quello del 1985, dove però si volevano contrastare gli effetti del super dollaro.

di Salvatore Rondello | 1 Luglio 2026

L’Europa chiede un accordo valutario per frenare gli effetti sull’export dello yuan svalutato. Ma per competere con la Cina occorre un’industria più forte.
Secondo l’Europa, la svalutazione dello yuan (o renminbi, che dir si voglia) mette in difficoltà le aziende continentali, alle prese con un surplus commerciale cinese sempre più marcato. La soluzione che si cerca è un accordo sul tipo di quello del 1985, dove però si volevano contrastare gli effetti del super dollaro.

Mentre l’Unione europea cerca di ridurre il disavanzo record di un miliardo di euro al giorno nei confronti della Cina, i leader del blocco richiamano sempre più spesso il problema della manipolazione della valuta. Secondo loro Pechino utilizza questo strumento per rendere i suoi prodotti ancora più economici sul mercato dell’UE, già inondato dalle importazioni cinesi.

Il cancelliere tedesco Friedrich Merz dopo il vertice del Consiglio europeo del 19 giugno, ha dichiarato: “Una moneta artificialmente svalutata è un vantaggio per chi vuole rafforzare la propria posizione nella competizione economica”.
La questione della moneta cinese e della sua gestione è stata anche uno dei temi centrali del vertice del G7 tenutosi la settimana scorsa in Francia.

Tutto lascia pensare che si tratti di un nuovo fronte nella battaglia commerciale dell’Europa contro Pechino. Per capire perché la svalutazione dello yuan (o renminbi) è importante, ecco tre elementi da tenere presenti.
Secondo un rapporto dell’Haut Commissariat à la Stratégie au Plan, un organismo consultivo del governo francese, la svalutazione dello yuan è stimata intorno al 20-25%. Nel rapporto si legge: “Benché non esista un metodo universalmente riconosciuto per stabilire in modo inequivocabile se una moneta sia significativamente sopravvalutata o sottovalutata, la valutazione secondo cui il renminbi (RMB) è fortemente sottovalutato è ormai ampiamente condivisa, anche tra le istituzioni internazionali”.

In teoria, i surplus commerciali della Cina dovrebbero creare naturalmente domanda di yuan e portare a un apprezzamento della moneta. Ma questo non accade.
Tuttavia, la svalutazione dello yuan potrebbe non essere il risultato diretto di un intervento della banca centrale. Alicia Garcia-Herrero, esperta del think tank Bruegel con sede a Bruxelles, ha spiegato a Euronews: “La Cina impedisce alla sua moneta di apprezzarsi più rapidamente non rimpatriando tutti i ricavi delle esportazioni che rimangono a Hong Kong e non vengono convertiti in RMB”.
Il disavanzo dell’UE nei confronti della Cina ha raggiunto il livello record di 359,9 miliardi di euro nel 2025. Lo stesso anno, per la prima volta tutti gli Stati membri dell’UE hanno registrato un deficit commerciale con Pechino, compresa la Germania, la più grande economia del blocco.

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, ha dichiarato: “Semplicemente non è sostenibile”. Ma come uscirne fuori?
Secondo il rapporto dell’Haut Commissariat au Plan, la sottovalutazione dello yuan contribuisce in modo significativo a mantenere competitivi i prodotti cinesi. Attualmente l’industria europea valuta che siano circa il 30-40% più economici degli equivalenti prodotti in Europa.
Garcia-Herrero sottolinea però che anche il differenziale di inflazione tra le due economie gioca un ruolo importante ed ha affermato: “La mia stima è che il differenziale di inflazione e la sua accumulazione in Europa dall’invasione dell’Ucraina spieghino circa tre quarti della perdita di competitività esterna”.

Nel suo intervento, Merz ha suggerito che l’UE avvii un dialogo con la Cina sulla questione valutaria. Però ha anche detto: “Dobbiamo parlare di questo tema tra di noi. È nell’interesse di entrambe le parti”.
Il cancelliere tedesco ha citato l’Accordo del Plaza del 1985, con cui Stati Uniti, Giappone, Germania Ovest, Regno Unito e Francia decisero di deprezzare il dollaro statunitense rispetto allo yen giapponese e al marco tedesco. L’obiettivo era evitare una svolta protezionista da parte di Washington, mentre il suo deficit commerciale si aggravava.
Merz ha fatto riferimento anche al Sistema monetario europeo che, prima dell’adozione dell’euro, si basava su bande di oscillazione dei cambi per limitare le fluttuazioni tra le monete, ricordando: “Era un sistema in cui i Paesi potevano coordinarsi attraverso corridoi di cambio”. Però, bisogna ricordare a Merz che la situazione geopolitica di quaranta anni fa era ben diversa da quella attuale.
Infatti, Garcia-Herrero, al contrario, fa notare che gli Stati Uniti non hanno spinto per alcuna negoziazione di questo tipo quando gli squilibri economici sono stati discussi durante il G7 della scorsa settimana. A suo avviso, l’Europa dovrebbe monitorare i prezzi all’esportazione della Cina per individuare deviazioni significative tra i grandi settori, poiché si tratta di un importante segnale di sovrapproduzione: la crescita negativa dei prezzi si registra quando le merci non riescono a essere vendute.

Il problema, stavolta, è che la Cina respinge al mittente la richiesta e continua con la sua politica che favorisce le esportazioni del Dragone. In realtà, osserva Giuliano Noci, prorettore del Polo territoriale cinese del Politecnico di Milano, l’Europa dovrebbe pensare non a un accordo valutario, ma soprattutto a investire e a rafforzare la sua manifattura, che ha in quella cinese una concorrente forte, visto che ormai gli Stati Uniti, in questo campo, non sono più così protagonisti. Il prof. Noce, ha dichiarato al “Sussidiario”: “Mi sembra che l’Europa stia diventando una pentola a pressione. Il vero tema è che l’Europa fa sempre più fatica ad accettare lo squilibrio commerciale con la Cina. Emergono segnali di sempre maggiore insofferenza, anche se poi, alla fine, l’accordo non si trova. Nei giorni scorsi a Bruxelles si è discusso proprio di questo, ma è abbastanza evidente che non si riesce a trovare una posizione unitaria”.
In Europa, d’altra parte, ci sono in ballo le elezioni in Francia e in Italia, mentre la Germania è in bilico: ci sono tutti gli elementi perché si entri in fibrillazione rispetto a un surplus cinese ormai difficilmente digeribile, perché abbiamo a che fare con un Paese che realizza un terzo dell’output manifatturiero del mondo.

L’Europa è rimasta ancorata alla manifattura. Da un lato è un mercato privilegiato per la Cina, dall’altro è anche il suo principale concorrente, penalizzato dalla crescita del suo export. Questo è un pò il contesto in cui si inserisce la proposta di un accordo tipo quello del Plaza del 1985. Allora lo squilibrio commerciale interessava prevalentemente gli Stati Uniti e, sostanzialmente, si decise di trovare una soluzione concertata multilateralmente, anche se poi fu una concertazione in cui il Giappone era l’anello debole. Fu un’intesa che in parte funzionò ed è per questo che oggi verrebbe riproposta, ma la storia non si ripete.
Secondo il Prof. Noci: “L’Europa è maestra nel trovare soluzioni che le evitano di fare i compiti a casa: la Cina è diventata la causa di tutti i problemi europei, mentre invece dovremmo fare gli investimenti necessari per rafforzarci, senza trovare soluzioni esterne come questa, perché poi dipendono da soggetti che non sono necessariamente disponibili. Allora si punta sull’accordo monetario, che però è impossibile, perché gli Stati Uniti sono molto più deboli, mentre la Cina dispone di interruttori economici importanti. Richiamare il Plaza Accord è positivo perché si ricorrerebbe a una soluzione multilaterale, ma tutto il resto è campato per aria. La Cina non ha intenzione di assecondare questa richiesta, anche se adduce motivazioni sbagliate. Sostiene che non è vero che svaluta il renminbi e che comunque lo gestisce lei. Se fossimo in regime di libera circolazione della moneta, l’andamento del renminbi dipenderebbe dalla domanda e dall’offerta delle parti che effettuano le transazioni. Ma così non è, perché il renminbi ha bande di oscillazione definite dalla banca centrale cinese. Il valore del renminbi è uno degli elementi che stimolano la competitività nell’export e rendono più difficile l’import. Simmetricamente favorisce l’export e penalizza l’import. Tirando le somme, comunque, la Cina, adducendo una considerazione sbagliata e non veritiera, dimostra di non essere assolutamente disponibile a seguire la strada dell’accordo. Si sente forte economicamente e tecnologicamente, anche se in realtà è molto debole internamente. Quello della domanda interna, infatti, è un problema grosso e non secondario. Gli Stati Uniti hanno grossi problemi, dell’Europa non parliamone. Il Plaza Accord è una chimera; gli europei fanno bene a evidenziare l’aspetto valutario del problema, ma, al di là di questo, raccolgono poco. Vedrei molto più rilevante un’Europa che investisse sul proprio rafforzamento”.
Invece l’Unione Europea che fa? Sembra di assistere alla commedia teatrale di Luigi Pirandello “I giganti della montagna”. L’Europa è assediata su diversi fronti ed in diversi modi e deve trovare in se stessa le forze necessarie per reagire senza soccombere.

Salvatore Rondello

L’Ue e la svalutazione dello yuan: quali gli effetti
Pubblicato in : Economia, Editoriale

Info Salvatore Rondello

Salvatore Rondello è nato a Trapani il 11 luglio 1954. Dal 1982 vive e lavora a Roma.
Dopo aver conseguito la maturità con il massimo dei voti, ha proseguito gli studi in economia e commercio presso l’Università degli Studi di Venezia “Ca’ Foscari”.
Studioso di problematiche sociali, economiche e politiche con particolare attenzione alle tematiche del credito, del welfare e del mercato del lavoro, ha organizzato diversi convegni ai quali sono intervenuti importanti personalità del mondo accademico, politico e sindacale.
Opinionista, consulente artistico e poeta, ha coordinato diversi dibattiti culturali tra i quali sono annoverati diverse presentazioni di nuove pubblicazioni librarie.
Alcuni suoi scritti sono stati pubblicati in diverse riviste e quotidiani. Da settembre 2016 collabora con la Redazione del quotidiano “Avanti on line”.
Nel febbraio 2015 pubblica per Aletti Editore la raccolta di poesie “Vagazioni” classificata finalista nella II edizione del Premio Internazionale “Salvatore Quasimodo”.
Si è sempre battuto socialmente per la tutela del patrimonio artistico e naturale, per la diffusione della cultura, per la difesa Resistenza dei diritti umani e dei valori della Costituzione della Repubblica Italiana nata dalla Resistenza.

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