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Lucy (Breve saggio sull’origine del tempo)

di Angelo Giubileo | 28 Dicembre 2014

E’ la concezione dello Spazio che condiziona la nostra vita. Uno spazio, che tuttavia è indefinito, e che per questo non piaceva a Platone, ma con cui ogni essere umano, e non solo, avrebbe dovuto per sempre fare i conti.

In questo breve saggio, attraverso il linguaggio che sempre esclude ciò che viceversa non dice o meglio non esprime, ci proponiamo di percorrere un viaggio a ritroso nel tempo, fino a giungere alle origini supposte del tempo stesso. Ci occuperemo in particolare del linguaggio degli antichi, che per Aristotele erano i primitivi (Aristot. phys. A 8. 191 a 24; Aristot. metaph. A 3. 984 a 27). E già questa affermazione genera numerosi dubbi interpretativi legati alle coordinate immediatamente temporali di riferimento. Quanto antichi? Risalenti a quanti anni, secoli, millenni o addirittura ere indietro nel tempo? Ma, siamo appena all’inizio. Infatti, la questione interpretativa si complica e si aggroviglia e si aggroviglierà sempre più. Come in un labirinto che non sembra avere via d’uscita.

E’ bene precisarlo subito, non è una questione di linguaggio, perché – se così fosse – avremmo già fatto troppi passi avanti in cerca di una teorica, e quindi sempre possibile, soluzione.

Nel brano precedentemente annotato della Fisica, Aristotele dice che “i primi che si diedero alla filosofia ricercando la verità e la natura degli enti deviarono, per così dire, per un’altra strada spinti dall’imperizia. Dissero che nulla dell’essere né nasce né perisce …”(trad. DK; il corsivo è mio); e, analizzando il pensiero di Parmenide, nel brano finora annotato viceversa della Metafisica: “Ora, coloro che primissimi si diedero a questa indagine e dissero che il sostrato è uno, non si preoccuparono minimamente del problema; ma, alcuni dei sostenitori dell’unità, sopraffatti per così dire da questa ricerca, dicono che l’uno e la natura tutta è immobile, non solo quanto al nascere e perire (questa infatti è una concezione antica e che tutti i primitivi condividono), ma anche riguardo ad ogni altra trasformazione: e questo è loro proprio. Tra coloro dunque che sostengono che il tutto è uno a nessuno venne fatto di scorgere una causa di tal genere, eccezion fatta di Parmenide, e a costui in tanto in quanto non solo pone l’unità, ma insieme in certo modo due cause” (trad. DK; il corsivo è mio).

Ventiseimila anni fa. Anzi, 26000 anni fa è una forma di rappresentazione che esprime in termini di linguaggio o piuttosto di numero una relazione tra colui che è l’artefice di tale forma rappresentativa (caratteri alfabetici o numerici sequenziali: v-e-n-t-i-s-e-i-m-i-l-a/ 2-6-0-0-0) che assume valenza, un suo specifico peso e misura solo mediante la dimensione, che al contrario definirei solo ipotetica, indicata comunemente come tempo (a-n-n-i; f-a). Rappresentazione, in questo caso alquanto generica, di una cosa (quale?) che siamo abituati a indicare (dire) con il termine del nostro linguaggio che sta appunto per “tempo”. In effetti, né più né meno ad esempio del termine anno, proprio del linguaggio alfabetico, che assume una valenza ed un peso numerico, cioè misurabile, secondo il calendario gregoriano, in 12 mesi. La cui durata, però, varia da mese a mese. In 365 giorni, salvo che ogni anno bisestile ne conti invece 366. Un anno, quindi, può essere suscettibile di una diversa misura.

Ma, cosa succede se invece provassimo ad adottare un calendario in cui il tempo rappresentasse una misura, divisibile all’infinito, sempre uguale a se stessa? Vi avevo avvisati che la questione da affrontare si sarebbe dimostrata sempre più intricata e aggrovigliata. Sarà forse che intendiamo discutere di cosa sia accaduto circa 26000 anni fa?

Sì e no.

A proposito di numeri, dice o scrive Giorgio de Santillana in Le origini del pensiero scientifico, in un paragrafo intitolato La crisi dell’irrazionale: “L’antica aritmogeometria dei numeri figurati fu un mirabile espediente rappresentativo. Essa portò ad un certo tipo di algebra, che trattava i numeri interi e i rapporti fra di essi … Poi avvenne una cosa stupefacente. Qualcuno studiò il rapporto tra il lato e la diagonale del quadrato, e saltò fuori che un rapporto del genere, esprimibile in numeri, non esisteva”. L’intero mondo ripensato da Pitagora in termini di numero era evidentemente al collasso.

E tuttavia, il progetto di Pitagora sarà ripreso molte altre volte ancora, in particolare oltre due millenni dopo da David Hilbert (1862-1943); tramontato dopo la dimostrazione dei due Teoremi di incompletezza di Kurt Godel (1906-1978), non si può tuttavia escludere la possibilità che sia ripreso e completato, in base ad una Teoria del tutto come quella ad esempio prefigurata dall’astrofisico contemporaneo Stephen Hawking.

Nel V sec. a.C. fu comunque in qualche modo assunto il teorema – azzarderei dicendo: nuovamente – in base al quale il numero doveva rappresentare una semplice astrazione.

Eppure, cosa sarebbe accaduto 26000 anni fa? E perché proprio 26000 anni fa? E’ chiaro che ora necessita una minima spiegazione, almeno in parte chiarificatrice. Il dato è senz’altro simbolico e serve numericamente a rappresentare e quindi richiamare un’antica teoria che è quella propriamente astronomica cosiddetta della Precessione degli equinozi.

L’asse terrestre è inclinato rispetto alla perpendicolare al piano dell’eclittica: questa inclinazione, combinata con la rivoluzione della Terra intorno al Sole, è causa delle stagioni. L’entità dell’inclinazione varia ciclicamente tra 22,5° e 24,5° circa per un periodo di 41000 anni. Attualmente, l’inclinazione è di 23,27° e in diminuzione. Inoltre, l’asse terrestre ruota lentamente intorno alla perpendicolare dell’eclittica, descrivendo un doppio cono e compiendo un giro completo ogni 26000 anni circa (52” all’anno). Questo moto è chiamato Precessione degli equinozi ed è dovuto alla forza esercitata dalla Luna e dal Sole. Per quanto riguarda l’inclinazione dell’asse terrestre, non è stato sempre così, secondo peso e misura. Infatti, soprattutto nel corso del primo miliardo di anni di vita della Terra, il moto orbitale della Terra intorno al proprio asse è stato soggetto a variazioni caotiche, anche di 90°. I colpevoli di quanto accaduto e accade sono il Sole e la Luna, per la loro forza di attrazione che grava in orbita alla Terra.

L’oscillazione odierna dell’asse terrestre è dovuta essenzialmente alla presenza della Luna, che è il satellite grande a noi più vicino. Se la Luna non esistesse, l’asse terrestre sarebbe ancora soggetto a variazioni caotiche e presumibilmente, sul nostro pianeta, la vita non sarebbe esistita e quindi ancora non continuerebbe ad esistere.

Queste relazioni di movimento tra Terra, Luna, Sole, Pianeti e altre stelle, nonostante la relazione di moto sia stata anche invertita (sistema tolemaico), furono intuiti dagli antichi osservatori, i quali pensarono così di costruire una mappa mundi che potesse dare conto e quindi rappresentare l’intero sistema dell’Essere. Una rappresentazione fatta prima di immagini e poi anche di parole.

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La mappa era così in parte definita. Il sistema si basava su alcuni elementi che potremmo anche dire di un linguaggio primordiale, quali Terra Sole Luna Stelle e Pianeti, tutti ricompresi in uno spazio e, mediante il movimento di ciascun elemento, in un tempo necessario al proprio compimento. Al compimento del relativo movimento, s’intende.

Scrive de Santillana: “Nella loro (degli antichi) mente presero forma le simmetrie della macchina; ed era davvero la macchina del tempo come la intende Platone: immagine mobile dell’eternità”. Ma, sia detto al momento solo per inciso, è proprio qui che nasce il problema. Che, anche Platone è costretto a risolvere e, suo malgrado, non vi riuscirà. Ma, per ora, ritorniamo agli antichi. I quali avevano provveduto a redigere una mappa. Forse la prima. Con la quale occorreva misurare il tempo, a partire da quando avesse avuto inizio il movimento dei primi Elementi costitutivi del sistema.

Tradizionalmente, si fa risalire l’origine della Filosofia al detto di Anassimandro. E’ indubbio che la filosofia adotta un tipo di linguaggio diverso da quello del mito, che l’ha preceduto, ma ora si scopre nuovamente che è altrettanto indubbio che i temi, gli argomenti e le riflessioni del Mito furono ad ogni proposito del tutto esaustivi.

In proposito, scrive Heidegger che “la traduzione più letterale del detto dice: Ma da ciò da cui per le cose è la generazione, sorge anche la dissoluzione verso di esso, secondo il necessario; esse si rendono infatti reciprocamente giustizia e ammenda per l’ingiustizia, secondo l’ordine del tempo. […] L’insistenza ostinata con cui cerchiamo di pensare grecamente il pensiero dei Greci non ha affatto lo scopo di presentare un quadro storiografico più esatto della Grecità, intesa come una forma di umanità passata. Noi andiamo alla ricerca di ciò che fu greco non per amore dei Greci, né in vista d’un progresso della scienza, e neppure allo scopo di rendere il dialogo più rigoroso; ma lo facciamo esclusivamente in vista di ciò che in questo dialogo potrebbe giungere a farsi parola, nel caso che vi giunga in base a se stesso. Si tratta di quel Medesimo che, in maniere diverse, investe, in conformità della sua struttura [geschicklich], i Greci e noi. Si tratta di ciò che porta il mattino del pensiero nel destino [Geschick] della terra della sera. Solo in virtù di questo destino i Greci divengono Greci in senso storico. “Greco” non significa, nel nostro linguaggio, un carattere etnico nazionale, culturale o antropologico. “Greco” significa il mattino, l’inizio del destino secondo cui l’essere stesso si illumina nell’ente e pretende un’essenza dell’uomo che, in quanto conforme a questo destino [geschicklich], trova il suo corso storico [Geschichtsgang] nel modo in cui essa è custodita nell’essere o da esso dimessa, senza tuttavia esserne mai separata. [Geschichtsgang] nel modo in cui essa è custodita nell’essere o da esso dimessa, senza tuttavia esserne mai separata”.

E dunque è il Tempo che nel corso della narrazione, in estrema sintesi, appare l’unità di misura, l’entità che determinerebbe il peso delle cose, che cioè ne darebbe le misure. Tutto sembra procedere secondo l’ordine del Tempo. Ma, vedremo presto, che in fondo per gli antichi non era proprio così. Anassimandro dice di una damnatio temporis, ma cosa eventualmente non dice?

Tutti noi sappiamo che, da oltre 5000 anni, il nostro tempo è misurato da un calendario. I calendari conservano l’antica suddivisione dell’anno in 12 mesi orientati originariamente dai cicli lunari e poi da quelli solari. Il numero 12 assumerà conseguentemente un altissimo valore simbolico, ma originariamente la sua importanza deriva dal fatto che esso configura e quindi rappresenta il movimento della terra in relazione al sole e alla luna. La mappa mundi consterà dunque di 12 partizioni nell’ambito di una circonferenza lungo la quale si muove la freccia del tempo. Le 12 partizioni saranno rappresentate dagli elementi, simbolici dello zodiaco, che popolano la terra suddivisi in base alle 4 categorie di (elementi aventi la natura di) terra, acqua, aria e fuoco.

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Sappiamo che, lo ripeto ancora una volta, muovendosi attorno al sole, la terra incontra lungo la circonferenza zodiacale 4 punti essenziali che corrispondono ai due solstizi d’estate e d’inverno e ai due equinozi di primavera e autunno. In particolare, i due punti equinoziali intersecano il piano dell’equatore con quello dell’eclittica, dividendo esattamente il giorno dalla notte e viceversa. Le notti in cui a fugare ogni incertezza interviene la provvida luna.

Eppure, non era tutto. Gli antichi ripetutamente avevano pensato ad un Tempo, cosiddetto poi Zero (0) dell’inizio, quando la Grande Ruota si era messa in moto. Ma poteva esistere un tempo in cui il tempo stesso non esisteva?

Scrive ancora de Santillana: “Quale arco di tempo abbracciava il mondo arcaico all’interno della nostra struttura? Ne abbiamo posto l’inizio in epoca neolitica, senza determinare un termine post quem: che siano gli studiosi di preistoria a decidere. Il sistema astronomico sembra considerare l’Età dell’Oro, l’Era di Saturno, già mitica nel senso proprio del termine. Possiamo dunque affermare che esso si formò intorno al 4.000 a.C., e che durò fino alla protostoria e oltre (Nota nel testo: Ma non ne siamo sicuri. Questa gente sapeva calcolare nel passato oltre che nel futuro)”.

E dunque il Tempo poteva e doveva essere considerata l’unità di misura, non lo Spazio, “che, se preso da solo, introduceva l’indefinitezza e l’incoerenza. Fino a giungere alla filosofia di Platone, ove lo spazio venne identificato con la natura del Non-essere. Platone lo chiamava il ricettacolo” (ibidem). Salvo che poi, almeno in parte, avrebbe dovuto pentirsi quando commise l’atto di parricidio nei confronti del venerando Parmenide accusandolo di aver negato il molteplice. Giudizio questo che, come abbiamo letto in apertura, Aristotele non condivide.

Al tempo zero dell’Età dell’Oro, il piano dell’asse dell’eclittica coincideva perfettamente con il piano dell’asse equatoriale. E tuttavia, già erano presenti il sole e la luna, e quindi il giorno e la notte in egual misura. L’asse terrestre, già di per sé obliquo, solo in parte poteva risultare coincidente con il piano dell’eclittica. Simbolicamente: “la straordinaria virtù dell’Età dell’Oro consisteva proprio nella coincidenza del punto d’incrocio tra eclittica ed equatore con quello tra eclittica e Galassia, il che avveniva nelle costellazioni dei Gemelli e del Sagittario, che stavano salde a due dei quattro angoli della terra quadrangolare”.

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Durante l’Età dell’Oro, il perfetto incrocio (mai sottovalutare la potenza di un’immagine come quella della croce, cristiana, nazista e quant’altro a dire!) tra i quattro elementi costitutivi della terra quadrangolare indicavano rappresentativamente: acqua (Pesci) – aria (Gemelli) – fuoco (Sagittario) – terra (Vergine). Laddove l’indicazione progressiva degli elementi segue qui un ordine meramente alfabetico e quindi in base alle lettere iniziali delle parole ac – ar – f – t. Ma, vedremo subito, che chiaramente c’è del molto altro ancora.

L’archè (in greco ἀρχή, che significa “principio”, “origine”), rappresentava per gli antichi greci la forza primigenia che domina il mondo, da cui, secondo il detto di Anassimandro, tutto proviene e a cui tutto tornerà. E dunque i primi filosofi cominciarono ad interrogarsi quale fosse l’elemento composto dal quale tutto avesse avuto inizio: acqua, aria, fuoco o terra.

Prestando fede alla rappresentazione mitica dell’Età dell’Oro, dovremmo presumibilmente indagare sul significato simbolico delle immagini che rappresentano gli elementi stessi, e quindi sulle immagini simboliche e rappresentative, avvalendoci tuttavia di un’ulteriore prova indiziaria data dalla rappresentazione che il Grande Giroscopio, nell’Età dell’Oro, mediante l’asse terrestre connette la Vergine (terra) ai Pesci (acqua) e Sagittario (aria) ai Gemelli (fuoco).

Ed è indubbio che mentre alla figura della Vergine è possibile attribuire una natura, per così dire, monocorporea o uni-taria (cioè, il peso e la misura è esattamente uno); solo in parte ciò è possibile per il Sagittario, simboleggiato anche da arco e freccia, il cui corpo unitario è per metà parte, quella superiore, di natura umana maschile e per metà parte, quella inferiore, di natura animale. Gli altri due simboli sono entrambi bi-corporei e quindi entrambi come per il Sagittario, rappresentano la dualità. Pertanto, raccogliendo ancora la testimonianza di de Santillana: “Quanto alla Vergine, che aveva lasciato la terra alla fine dell’Età dell’Oro, la sua sede nell’Età dell’Argento potrebbe definirsi una collocazione a mezz’aria, un topos al quale sono stati esiliati molti personaggi iniqui, alcuni scagliati in basso, altri mandati verso l’alto; vi dimorò per qualche tempo Lilit e così anche re Davide, Adone, la stessa Torre di Babele e, prima di ogni altro, il Cacciatore Feroce”.

Non può esserci più alcun dubbio che: i) il periodo dell’Età dell’Oro fosse durato piuttosto un’intera epoca e cioè quella in cui l’asse terrestre in movimento fosse uscito dagli spazi archetipi degli archi dei Gemelli e del Sagittario. In media, ogni segno occupa nello zodiaco uno spazio di circa 2200 anni. ii) e quindi, necessariamente, il tempo della durata di ogni Età, compresa quella dell’Oro, non avrebbe potuto essere stato mai pari a 0 (zero). E per ipotesi, cosa era potuto viceversa accadere 26000 anni fa? Metaforicamente, lo si è accennato più volte, all’origine di tutto. Allorquando cioè una mappa mundi non avrebbe potuto assolutamente prevedere un arco e una freccia, a tacere di quant’altro.

Di certo, invece, avrebbe potuto prevedere una vergine, una sorta di Lucy delle origini. Infatti, la vergine presiede all’inizio e governa il concepimento, è la luna, è la vacca celeste primigenia, è la dea Hathor dalla testa di mucca, che nutre il mondo con il suo latte, è Iside e tante altre figure innumerevoli. E ancora, anche i paleontologi hanno dimostrato già da tempo che il culto della Dea madre ha preceduto per gran lungo tempo quelli viceversa maschili delle religioni ora tradizionali.

Eppure, 26000 anni fa (?) non esisteva, perché non poteva esistere in principio, una teoria del tempo. Ma se una teoria non esisteva, non è escluso però che il tempo non esistesse.

Ma, così non la pensa Esiodo che, nella sua Teogonia, dice che all’inizio, e per primo, “venne ad essere” (v. 116) Chaos (Χάος, “Spazio beante”, “Spazio aperto”, “Voragine”). Una figura che, nel linguaggio moderno, potrebbe essere accostata attraverso il Big Bang a quella originaria ed espansiva dell’universo e attraverso l’immagine viceversa di un Buco Nero che, assorbendo e trattenendo ogni cosa, impedisce ogni esistenza. Soltanto dopo Chaos, Crono: il Tempo, che sempre per Esiodo, ma nelle Opere e i giorni, liberato dal Tartaro, diventa re dell’Isola dei beati dove sono destinati da Zeus gli Eroi, lì felici e liberi dagli affanni. Ma, ormai, siamo al racconto del tempo assai recente, recentissimo, della nascita della Filosofia.

In definitiva, è dunque la concezione dello Spazio che condiziona la nostra vita. Uno spazio, che tuttavia è indefinito, e che per questo non piaceva a Platone, ma con cui ogni essere umano, e non solo, avrebbe dovuto per sempre fare i conti. Immerso peraltro in un tempo, che poi sopraggiunge. Come anche dimostrato dalla prima legge della costruzione di George Spencer: “Opera una distinzione. Chiamala prima distinzione. Chiama lo spazio in cui si opera tale distinzione lo spazio che mediante tale distinzione viene separato o diviso”.

E allora, per finire, e se non ci fosse più bisogno di separare lo spazio perché contemporaneamente qualcuno o qualcosa sarebbe in grado di occuparlo tutto per intero?

Allora, basterebbe a convincerci l’odierno, ma antico, racconto del regista Luc Besson nella scena finale del film Lucy, a cui peraltro abbiamo già accennato. La protagonista, dopo un enorme viaggio astrale attraverso il tempo, avrà modo di uscire dall’unità di misura che rende reali le cose, ossia il tempo, lasciando tutto nelle mani del professore in una chiavetta futuristica creata dalla sua ultima parte materiale divenendo quindi una forma onnipresente e divina. A quel punto, il poliziotto, chiedendo dove sia finita, riceve all’istante un messaggio sullo schermo del suo cellulare che spiega tutto “io sono ovunque”.

Pubblicato in : Cultura ed eventi, Metamorfosi

Info Angelo Giubileo

Angelo Giubileo (Torchiara, Salerno, Italy 1 aprile 1965), filosofo, giornalista e scrittore.
Già cultore della materia presso le cattedre di “Filosofia del diritto”, “Teoria dell’interpretazione” e “Logica giuridica” all’Università degli Studi di Salerno (aa.aa. 2000-2003).
Autore di numerosi saggi e articoli, pubblicati in Italia e all’estero.
In qualità di redattore:
– dal 2007 collabora con “Pensalibero” (Vicedirettore dal 2016 al 2023);
– dal 2016 collabora con “Il Quotidiano di Salerno”;
– dal 2018 al 2022 ha collaborato con “Antiche Curiosità” e la rivista “Destrutturalismo”;
– dal 2018 al 2023 ha collaborato con “Asino Rosso”;
– dal 2019 collabora con il “Nuovo Giornale Nazionale”;
– dal 2024 collabora con “PaeseRoma”;
– dal 2025 collabora con il movimento poetico-artistico d’avanguardia “DinAnimismo”.
Tra i saggi, si segnalano: “Scritti politico-liberali” (2016), “Pensioni: modello cileno per l’Italia?” (AA.VV. 2018), “L’essere e il nulla nell’era della tecnica” (2018), “La Macchina del tempo” in “TDay” (AA.VV. 2019), “L’alba del Mondo Nuovo” (2020), “Da Parmenide a Heidegger e ritorno” (2023), “Tutto è eterno” (2024); tutti disponibili in qualsiasi store.
Nel 2022 è stato cofirmatario dell’appello “Per una nuova bandiera euro-nazionale” pubblicato su Le Journal du Dimanche. In quanto autore dell’articolo “L’essere oltre la profezia”, pubblicato in “Dell’anno 2100” (AA.VV. 2023), è stato citato da Günter Berghaus nel suo periodico catalogo “A bibliography of Publications on Futurism” (2023). Nel 2025, è stato autore della prefazione “Il volo” alla versione italiana del saggio “Meccanica irrazionale” del fisico transumanista Giulio Prisco.

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Angelo Giubileo

    2 Gennaio 2015 alle 16:00

    Aristotele sostiene che la relazione ontologica tra “potenza” e “atto” è da principio (inizio) nello spazio. A causa del movimento o cambio di posizione, la relazione è contrassegnata dal tempo e conosciuta dall’uomo. Solo nel tempo è possibile scindere l'”essere” dall'”essere conosciuto”, quale condizione di appartenenza all’uomo, aspetti che invece appartengono ad una realtà inscindibile, che Aristotele definisce “già da sempre essente”. Sempre Aristotele definisce la potenza “dunamis” e l’atto “energia”. Oggi non sappiamo cosa sia l’energia, ma sappiamo invece che la relazione tra energia e massa trova conferma sia nell’ambito della teoria generale di Einstein che nella teoria dei quanti. Nel mondo subatomico quando una particella di materia si scontra con un’antiparticella si ha un fenomeno di annichilamento della materia che si converte in energia pura. In natura può accadere anche il fenomeno inverso quando l’energia per l’appunto si converte e si trasforma quindi interamente in materia. L’energia è in ogni cosa e fenomeno ed esiste una legge, detta della “conservazione dell’energia”, la quale rappresenta che, in natura, c’è una grandezza o misura numerica che non cambia mai, diremmo comunemente ‘in eterno’. Questa legge è meglio nota in base al principio: “in natura nulla si crea nulla si distrugge ma tutto si trasforma”. L’energia, che ripeto non sappiamo cosa sia, è quindi un termine astratto, un numero che tuttavia serve all’uomo per spiegare la realtà che lo circonda. Questa “invenzione”, che serve a rappresentare semplicemente una proprietà dell’essere così come lo sperimentiamo e lo conosciamo, è pertanto, sin dall’inizio e a prescindere dallo spazio aperto originario che i greci chiamavano Caos e prima ancora del tempo, causa ed effetto, potenza e atto, dunamis e appunto ENERGIA.

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