
In Italia la politica raramente decide: più spesso fa acrobazia. Non per eleganza, ma per necessità. Mancano partiti guida, quelli che tengono una rotta e la pagano anche quando soffia vento contrario. Al loro posto ci sono coalizioni tenute insieme con lo spago, con idee diverse che convivono come coinquilini che si sopportano solo perché l’affitto è caro. Risultato: il Paese va avanti, sì, ma come un’auto con il piantone in mano e senza volante. Ti muovi, ma la direzione la scopri dopo.
Sul dossier ucraino questo meccanismo è diventato lampante. Meloni prova a stare in due stanze allo stesso tempo: quella dell’Occidente compatto e quella del consenso interno, dove ogni frase è un campo minato. E per non dire apertamente che la maggioranza è spaccata, ecco la parola magica: decisioni “multidimensionali”. Sembra un termine da astronauti, in realtà è un modo elegante per dire che il governo deve fare una cosa e, contemporaneamente, recitare di farne un’altra.
Perché dentro la maggioranza convivono due spinte che si prendono a gomitate. Da una parte un sentimento pro Ucraina, che è la linea ufficiale e l’unica che ti tiene agganciato ai partner europei. Dall’altra un sentimento filo Putin che non è un sottotesto: è un pezzo di identità politica, e Salvini ci si muove dentro con la naturalezza di chi ha trovato il suo habitat. In pratica, mentre una mano alza la bandiera della solidarietà a Kyiv, l’altra si premura di non disturbare Mosca. E quando governi così, la “multidimensionalità” non è strategia: è sopravvivenza.
Il problema vero è l’effetto finale, che fuori dai nostri confini non viene letto come finezza. Viene letto come instabilità. Un passo avanti nei toni, mezzo passo indietro nelle scelte, poi una precisazione, poi un distinguo. Alla fine non mandi un messaggio complesso: mandi un messaggio confuso. E nei tavoli dove si decide davvero, la confusione non guida: viene messa in un angolo, con una pacca sulla spalla e un sorriso di circostanza.
Nel frattempo l’opposizione non fa da contrappeso, fa da specchio rotto. Convivono posizioni incompatibili, e il risultato è una rissa permanente che non costruisce alternativa, costruisce solo rumore. E quando l’opposizione è così, il governo non viene costretto a scegliere meglio. Viene tentato di scegliere meno, di galleggiare, di tirare a campare.
Così l’Italia resta intrappolata nel suo paradosso preferito: in nome del pluralismo, che sarebbe una ricchezza, normalizziamo l’ingovernabilità. La mancanza di numeri solidi, le contrapposizioni croniche e il bisogno di tenere insieme tutto e il contrario di tutto ci portano sempre allo stesso punto: nessuna direzione netta, nessuna credibilità lunga, nessuna capacità di pesare davvero.
E un Paese senza direzione finisce ai margini anche quando avrebbe il fisico per stare al centro. Economia, geografia, industria, interessi strategici: potremmo orientare. Invece spesso ci presentiamo come quelli che annuiscono, poi tornano a casa a spiegare che è tutto complicato. Che è un modo educato per dire che non abbiamo scelto.
La via d’uscita non è il pensiero unico e nemmeno l’uomo solo al comando. È una cosa più seria e più vecchia del marketing politico: una maggioranza che condivida una rotta e abbia il coraggio di seguirla senza cambiare faccia ogni volta che un alleato si mette di traverso. Perché il mondo non aspetta i nostri equilibrismi. E chi prova a guidare senza volante, prima o poi finisce fuori strada.
Piero Terracina

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