Costruire è difficile e mentre lo fai c’è spesso un’onda dal mare che ti fa franare il castello che hai compiuto e devi ricominciare da capo. Così è per l’Ucraina che il destino, o la volontà altrui, ed anche la propria, l’ha colmata di ogni tragedia umana. Dalla faticosa unità nazionale, attraverso le rivolte contadine della Gajdamaca nei ricordi del XVlll secolo nel nome di Gonta, al Risveglio ucraino del secolo successivo, fino alla prima repubblica del 1917, alla tragedia dell’unione sovietica, per passare appunto all”Holodomor, alla seconda indipendenza che, finalmente, rinnovate le generazioni, hanno trovato in Zelenskij, eletto presidente nel 2019, l’espressione di una volontà di emancipazione che Mosca non poteva e non voleva permettere.
È il frutto, Zelenskij, della rivolta in Maidan che ha sacrificato per la libertà e l’indipendenza molti uomini e donne che vedevano nell’Europa la loro libera scelta di sviluppo. D’altra parte, il confronto non reggeva: Parigi, Berlino, Praga, Varsavia, offrivano spunti e occasioni, opportunità se vogliamo, che i giovani non vedevano in Mosca, abituata a vessare da sempre l’Ucraina. Questo è uno dei tre veri motivi della guerra che è nata nel luglio del 2014 con la tragedia di Ilovaisk. Gli altri sono la pulizia etnica e il desiderio dell’impero.
Costruire, si diceva, è difficile. È, o appare come un castello di sabbia che le onde del mare aggrediscono e distruggono come i barbari stanno facendo oggi senza pudore assieme a coloro che hanno il coraggio di giustificarli.
Eppure, l’Ucraina già dai primi rudimentali giorni della sua democrazia, dove ricopiava il suo antico spirito libertario, fu colpita da una grave tragedia finanziaria causata appunto dalla banca centrale russa che bloccò tutti i conti correnti e i risparmi del popolo ucraino. Nel gennaio del ‘ 92 la repubblicana Ucraina si ritrovò con lo stipendio medio sufficiente solo per comprare tre litri di kefir e due chili di pane al mese.
Per raggiungere la sua indipendenza dai barbari cominciò allora, un lento viaggio di crescita economica e finanziaria turbata da interessi più o meno legittimi e degli oligarchi fino ad oggi che ne hanno gestito le risorse.
Per l’ennesima volta, questo popolo laborioso, superò la crisi, ma non fu l’ultima per arrivare alla libertà e alla democrazia. E se Yushenko fu il primo grande vagito di quella volontà libertaria di una grande e antichissima cultura, si dovette aspettare, come un fiume carsico, espressione cara a Spadolini, la vittoria elettorale di Zelenskij nel confronto elettorale pretto e diretto, allo stadio nazionale di Kyiv con il presidente uscente Poroshenko.
Il passaggio di consegna, soprattutto del passaggio generazionale di un modo di pensare, ha trasformato l’Ucraina in un paese in piena evoluzione e integrazione europea. Nonostante la guerra, l’emigrazione di ben due milioni e mezzo di popolazione fuggita dal 2014 dai territori di guerra del Donbass e dalla Crimea verso il nord ovest del paese, l’Ucraina ha fatto passi da gigante incrementando il lavoro, lo sviluppo tecnologico e la ridistribuzione della ricchezza nella popolazione.
Oggi la guerra ha segnato un solco netto tra Ucraina e Mosca; se i confini fisici possono apparire labili quelli morali e politici sono ora enormi e ben netti.
Enrico Martelloni

Lascia un commento