Dopo le dimissioni del Papa: nessuna sorpresa, solo felicità: mi si proponeva al cuore ciò che avevo già intuito e metabolizzato nel tempo, la grandezza di questo Pontefice.

Si è già detto e scritto molto dopo un solo giorno dall’annuncio delle dimissioni. E molto di più si dirà e si scriverà da qui al prossimo 28 febbraio e dipoi.
Mi limiterò, in proposito, a fissare alcuni sentimenti e riflessioni, personalissimi.
La prima istintiva reazione quando ieri, intorno alle una ho ascoltato la notizia, è stata di felicità e di compiacimento; nessuna sorpresa, solo felicità: mi si proponeva al cuore ciò che avevo già intuito e metabolizzato nel tempo, la grandezza di questo Pontefice. Che ha scritto – sta scrivendo, oggi vieppiù – una pagina inedita nella storia della Chiesa con la naturalezza del viandante, del pellegrino ispirato da un profondo spirito di servizio e da un non comune senso di responsabilità. Che, al momento giusto, sa decidere anche di farsi da parte, con parole dette a bassa voce, senza enfasi alcuna ed in lingua latina, come ad ammantare una decisione altrimenti sconcertante della tranquillità di una logica ferrea e, per così dire, essenziale; come a rassicurare preventivamente gli animi.
Che bella e quanto folgorante questa non-novità!
Le dimissioni certamente sono (e non potevano, dato l’uomo, che essere) frutto di una scelta lungamente meditata, sofferta – come ci conferma il fratello Georg –, il prodotto naturale di quella razionalità, di quella misura, di quel logos, che costituiscono l’essenza del messaggio e della fede di questo servo di Cristo. Non un papa vibrante e passionale, come il predecessore, bensì un raffinato studioso, un teologo di immensa dottrina, mai però distaccato o avulso, sempre partecipe della umana sofferenza e per questo, altresì, dolce e umile – come mi appuntavo quasi due anni fa.
Massimo Cacciari, filosofo di elevato lignaggio e acuto commentatore (in Italia uno dei pochi, mi pare, che possa esibire una specchiata onestà intellettuale) ha non casualmente proposto, per l’occasione, il concetto di esempio. E’ banale riferirlo agli screditati componenti della nostra classe dirigente, opportuno e meno scontato misurarlo, ciascuno, sulla propria esistenza: riconoscendosi ad ogni passo – anche il più audace e vincente – come soggetti estremamente fragili, sempre sul ciglio del burrone e pertanto con il dovere della consapevolezza e della vigilanza.
Non nascondo che dopo la “felicità” della citata conferma mi è sopraggiunta, come in un contrappasso, una infinita malinconia. Il pensiero che con il pontificato di Benedetto XVI è come se si chiudesse una stagione della mia/nostra esistenza (un papato può ben prestarsi a ‘scandire’ una fase della vita o no?) e che il futuro è tanto di più oggi un’incognita – non solo per la Chiesa ma anche per ciascuno di noi. Da affrontare auspicabilmente con fiducia ma senza nascondersi le difficoltà, i pericoli, le sfide.
Il lascito più importante di Joseph Ratzinger sarà forse, per me, quella sua ineffabile congiunzione di sapienza e di semplicità. L’attitudine a fare di ogni giorno un percorso inedito lungo sentieri tanto ardui quanto esaltanti: quelli dello spirito. L’insegnamento che tale percorso è desiderabile, accessibile ad ognuno di noi.
Mi piace, citando i versi struggenti di Vincenzo Cardarelli, salutare Papa Ratzinger come “un vecchio sole ottobrino che splende sulle vigne saccheggiate”. Luce potente ma discreta sul senso del nostro viaggio esistenziale.

Parole bellissime….
Mi associo, Lopez. E non trovo affatto sorprendente che tale tipo di apprezzamento, piuttosto che tra i cattolici, sia più comune tra i laici, liberali come voi o socialisti come me.