Non ce l’aveva voluta portare Giacomo Puccini la sua Le Willis a Lucca nel timore che l’orchestra del teatro non fosse in grado di rappresentare degnamente questo suo primo importante salto nel melodramma. L’hanno accolta, in questo giugno del 2022, tantissimi lucchesi che hanno gremito il Giglio per assistere ad una “prima” strepitosa ed entusiasmante.
Del resto, nella presentazione dell’opera fatta poche ore prima dalla professoressa Gabriella Biagi Ravenni (presidente del Centro studi Giacomo Puccini) e dal Maestro Jonathan Brandani (direttore artistico del Giglio), era stato anticipato il valore di questa rappresentazione: un valore artistico che propone un giovane Puccini compositore d’opera con una inaspettata maturità considerato che si trattava di un’opera prima, ed uno emozionale perché nella sua originalità, nel coraggio di proporsi al di fuori delle regole dell’epoca, di sperimentare linguaggi nuovi, risulta essere un piccolo gioiello che si stacca da quella che sarà la produzione successiva di Puccini mostrandoci un lato non secondario della sua grandezza artistica.
Le Willis nasce per partecipare al concorso che l’editore Sonzogno aveva lanciato per un’opera prima: Puccini aveva bisogno non solo di trovare un editore ma di misurarsi con un’opera dopo aver masticato a lungo, e con successo, la musica sinfonica. Ė grazie all’interessamento di Amicare Ponchielli, suo docente al Conservatorio di Milano dove si era da poco diplomato, che Ferdinando Fontana gli propone un libretto tratto dal racconto di Alphonse Karr Les Willis.
Fontana era molto vicino agli scapigliati milanesi, il gruppo di letterati che sperimentavano strutture narrative inedite e nuove combinazioni di varie arti. Proprio nel 1884, lo stesso anno de Le Willis, Fontana pubblica un pamphlet polemico, In teatro, in cui proponeva un nuovo genere teatrale denominato “sinfonico scenico”. Al posto dei libretti, al pubblico avrebbero dovuto essere consegnati “un vero poema” descrittivo, da intendersi come “guida attraverso l’azione”. Fontana prevedeva l’inclusione di un intermezzo sinfonico, consistente in una sinfonia a programma, eseguita a sipario abbassato e accompagnata da stralci di versi lirici che descrivevano il programma stesso.
L’incontro Fontana – Puccini, in quel particolare momento, soddisfa entrambi: l’uno alla ricerca di un compositore che si sapesse muovere nella direzione indicata nel suo pamphlet, l’altro reduce dal successo del Capriccio Sinfonico e delle produzioni sinfoniche precedenti, quindi rassicurato, almeno in parte, per questa nuova avventura operistica.
Il libretto fu consegnato a Puccini nel mese di settembre del 1883, la data ultima per presentare al concorso il lavoro completo era il 31 dicembre dello stesso anno: anche volendo il compositore lucchese non avrebbe avuto modo di metterci le mani come invece avrebbe fatto nelle opere successive; non restava dunque che trovare le musiche giuste per dare un’anima a quella storia che ha un inizio allegro ed una conclusione tragica sul palcoscenico, quasi in una paradossale ciclicità karmica, mentre il resto del dramma è affidato unicamente alla musica. Ciò che ne esce in questa prima versione che non solo non vincerà il concorso ma non sarà nemmeno segnalata, è davvero un piccolo capolavoro: in poco meno di un’ora Le Willis affascina, come era accaduto nella messa in scena al teatro Dal Verme di Milano il 31 maggio 1884, commuove e conquista il pubblico.
Il più noto critico musicale dell’epoca, Filippo Filippi, descrisse così l’esito della serata sulla Perseveranza: «Le Willis entusiasmano. Applausi di tutto, tuttissimo il pubblico, dal principio alla fine. Si volle udire tre volte il brano sinfonico che chiude la prima parte e si è domandato tre volte il bis, non ottenuto, del duetto fra tenore e soprano, e della leggenda.»
«Un piccolo e prezioso capolavoro da cima a fondo» definì l’opera Marco Sala dalle colonne dell’ Italia mentre sul Corriere della Sera Antonio Gramola rilevò affinità con i maggiori operisti francesi: «Nella musica del giovane maestro lucchese c’è la franchezza della fantasia, ci sono frasi che toccano il cuore perché dal cuore devono essere uscite, e c’è una fattura delle più eleganti, delle più finite, a un punto tale che a quando a quando non pare di aver davanti a noi un giovane allievo, ma un Bizet, un Massenet.»
Ma è nel commento di Giuseppe Verdi che troviamo la conferma della novità che quest’opera proponeva: «Ho sentito a dir molto bene del musicista Puccini. – scrive nella lettera ad Opprandino Arrivabene del 10 giugno 1884 – Ho visto una lettera che ne dice tutto il bene. Segue le tendenze moderne, ed è naturale, ma si mantiene attaccato alla melodia che non è moderna né antica. Pare però che predomini in lui l’elemento sinfonico! Niente di male. Soltanto bisogna andar cauti in questo. L’opera è l’opera: la sinfonia è la sinfonia, e non credo che in un’opera sia bello fare uno squarcio sinfonico, pel sol piacere di far ballare l’orchestra.» Ovviamente Verdi non poteva certo condividere il “manifesto” di Fontana né la feroce critica che la scapigliatura rivolgeva al melodramma tradizionale; ma in questa tenue e prudente critica, riceverà lo spartito solo nel febbraio 1885, questa predominante sinfonica chiamata a narrare i momenti drammatici della vicenda darà la cifra significativa e qualificante all’opera e al debutto del Maestro lucchese.
Tenuta lontana dai palcoscenici a vantaggio della revisione successiva, Le Willis diventa, su suggerimento di Ricordi interessato a “rimpolpare” la scarsa durata che avrebbe potuto sdubbiare il pubblico, Le Villi; il 24 gennaio 1885, debutta al Teatro alla Scala, registrando ben 14 repliche: se la nuova versione fu salutata come un netto progresso rispetto all’opera rappresentata al Dal Verme, Filippo Filippi, dalle colonne della “Perseveranza”, nella sua recensione mette in luce, involontariamente, quello che sarà, in qualche modo, un “tradimento” dello spirito originario dell’opera dicendo che il lavoro era stato ricondotto entro i confini del teatro musicale più ortodosso: «Le Villi, come furono date la prima volta al Dal Verme, erano in un atto solo, e più d’un’opera, come da taluni s’intende, avevano le forme, le proporzioni, i caratteri d’una specie di cantata sinfonica, adatta alla rappresentazione e coll’elemento fantastico dominante».
Per fortuna, grazie alla sinergia tra il teatro del Giglio di Lucca e il Festival Toscanini, che l’ha presentata in anteprima a Parma in occasione dell’inaugurazione del Festival, Le Willis è tornata in teatro portando con sé tutte le emozioni che aveva suscitato al dal Verme.
Ė stata una serata magica quella lucchese: si percepiva quella curiosità, quell’attesa che nessuna produzione precedente aveva mai suscitato. Lucca, per la prima volta, vedeva e ascoltava l’opera prima del suo illustre compositore. Principalmente ascoltava perché la forma semiscenica scelta per questo allestimento sembrava quasi fatto per non distrarre il pubblico. Pochissimi riferimenti sul palco a cura di Guido Buganza, discrete apparizioni con elementi simbolici che il regista, Filippo Ferraresi, ha voluto per sottolineare alcuni momenti topici insieme a SilviaLayla con la sua danza dei giri Dervish, e poi il resto affidato all’Orchestra Filarmonica Arturo Toscanini diretta da un eccellente Omer Meir Wellber che ha affrontato la partitura con grande determinazione, al Coro Camerata musicale di Parma diretto da Martino Faggiani e dalle voci soliste, il soprano Selene Zanetti, Anna, il tenore Kang Wang, Roberto, e il baritono Vladimir Stoyanov, Guglielmo Gulf.
Solo applausi, tanti, caldissimi, durante e al termine della rappresentazione: una risposta eccezionale poche volte riscontrata, che ha dato il senso di questa operazione “eccellente”. Perché il Giglio deve essere questo, in memoria del suo concittadino: un luogo di eccellenze pucciniane, un teatro dove far convergere il meglio delle produzioni e crearne di nuove, un vivaio di voci pucciniane e un punto di incontro delle maggiori voci internazionali. Non può essere di meno, non sarebbe giusto per la tradizione musicale che posta con sé, per i grandi artisti che hanno avuto i natali in questa città, per un “destino” che l’ha fatta madre di uno dei più grandi compositori della storia del melodramma mondiale.
E al termine, dopo il saluto del cast, una unanime richiesta di un bis subito accordata: la “preghiera” è tornata a levarsi nel teatro ricreando quella magia che aveva accompagnato l’esecuzione precedente e nuovi applausi si sono aggiunti a quelli ancora non spenti.
Ė bello vivere questi momenti, è bello sentire ancora vivo un teatro e provare il brivido di un evento che non è la stanca ripetizione di cose già fatte o l’operazione scoop di un regista in vena di stranezze.
Ci auguriamo davvero che Lucca sappia ritrovare il proprio ruolo e che offra al suo teatro la possibilità di svolgere al meglio il proprio ruolo.














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