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Lotta alla criminalità: la strada non può essere quella indicata da Gratteri

Non le manda a dire Nicola Gratteri, Procuratore della Repubblica di Napoli.
In una recente intervista punta il dito verso la politica in generale e, in particolare, contro l’attuale Governo. Gratteri non gradisce l’indirizzo impresso dal Ministro Nordio, ritenendo ininfluente l’azione del Governo Meloni sul fronte della durata dei processi, dell’efficacia e dell’efficienza della Giustizia in generale. Ma è stato altresì impietoso il giudizio di Gratteri sulla riforma Cartabia, del precedente Governo Draghi, ritenuta addirittura capace di rallentare l’azione della Magistratura nella lotta alla criminalità organizzata. Gratteri è lo stesso Magistrato che ha anche criticato la riforma dell’ex Ministro pentastellato Bonafede e del suo predecessore Andrea Orlando

di Livio Valvano | 14 Luglio 2025

Non le manda a dire Nicola Gratteri, Procuratore della Repubblica di Napoli.
In una recente intervista punta il dito verso la politica in generale e, in particolare, contro l’attuale Governo. Gratteri non gradisce l’indirizzo impresso dal Ministro Nordio, ritenendo ininfluente l’azione del Governo Meloni sul fronte della durata dei processi, dell’efficacia e dell’efficienza della Giustizia in generale.

Ma è stato altresì impietoso il giudizio di Gratteri sulla riforma Cartabia, del precedente Governo Draghi, ritenuta addirittura capace di rallentare l’azione della Magistratura nella lotta alla criminalità organizzata. Gratteri è lo stesso Magistrato che ha anche criticato la riforma dell’ex Ministro pentastellato Bonafede e del suo predecessore Andrea Orlando.
Insomma, non c’è Governo, colore politico o Ministro in grado di passare il vaglio del giudizio del PM più noto all’opinione pubblica italiana.
Bisogna dare atto a Nicola Gratteri di aver sposato la battaglia della legalità, di contrasto al crimine in generale e alle mafie in particolare. Lo fa con coraggiosa determinazione, esponendo la propria persona a pericoli concreti.
La criminalità è l’equivalente di un cancro per una società civile, ma coesione sociale, democrazia e libertà non possono essere il frutto del solo agire del pugno di ferro della Giustizia.
E’ l’insieme degli ingredienti che fa della società nel suo complesso uno spazio, un luogo, una patria in cui riconoscersi.
Il continuo puntare il dito contro la politica, da parte di Gratteri, la diffusione dell’idea che la politica tende a favorire la criminalità organizzata, che le istituzioni che amministrano il Paese ai vari livelli sono corrotte e infiltrate dalle mafie a tutte le latitudini, non aiuta la collettività, la danneggia.
Le istituzioni, per loro natura, sono imperfette e l’attacco proveniente da pezzi delle istituzioni, in questo caso il PM Gratteri, non può passare inosservato perché fa l’effetto di un martello demolitore.
Eppure Gratteri avrebbe i luoghi, gli strumenti e i canali per comunicare con Governo e Parlamento, osservando la delicatezza, il garbo istituzionale e la riservatezza che impone il suo ruolo e la materia che tratta.
Con questo non si intende auspicare il bavaglio per Gratteri, solo perché critica lo Stato che, a suo dire, non si impegna nel fare leggi giuste per il contrasto del crimine. Assolutamente no.
Ma ci si può interrogare liberamente sul perché un Procuratore della Repubblica fa ricorso all’opinione pubblica, denunciando l’incapacità del legislatore di fare il suo dovere?
Come può essere che tutti i Governi che si sono succeduti nell’ultimo decennio non siano stati all’altezza delle sue aspettative?
Che ci siano dei deficit che la politica non ha mai voluto affrontare è opinione condivisibile.
Ne citiamo alcuni che appaiono abnormi rispetto ai principi costituzionali e ai sistemi degli altri Paesi.
La regolamentazione dei provvedimenti cautelari, argomento che il PM Gratteri conosce bene ma che probabilmente non condivide.
E’ nota la polemica sollevata qualche mese fa dall’Unione Italiana delle Camere Penali che ha aspramente criticato “il metodo Gratteri”, reo di aver “..determinato un abuso senza precedenti delle misure cautelari emesse nelle maxi inchieste, producendo un’enorme quantità di errori giudiziari e mietendo numerose vittime tra i civili”. Una critica delle Camere Penali sostenuta anche dai dati statistici, oggettivi, che vedono le assoluzioni in rapporto alle persone arrestate nelle inchieste di Gratteri in misura eccessiva pari a 4 volte la media nazionale.
Una percentuale di innocenti arrestati francamente inaccettabile che sollecita un intervento del legislatore.
Gratteri e la polizia giudiziaria devono fare inchieste senza guardare in faccia a nessuno, utilizzando tutti gli strumenti possibili, ma prima di privare della libertà una persona è necessario consumare un processo per accertare la verità dei fatti.
C’è poi il tema dell’eccezionalità del sistema di lotta alla criminalità organizzata, che non ha eguali in alcun altro Paese “nel mondo”. Nelle altre democrazie non ci sono norme così penetranti con le quali si procede a confische di patrimoni e aziende, interdittive dall’esercizio di attività imprenditoriali, scioglimenti di Amministrazioni Comunali e Enti pubblici, sulla base di un principio, che fa a pugni con la Costituzione, quello cosiddetto “del più probabile che non”. Insomma si somministra la pena prima del processo.
Un sistema sempre più potente quello dell’apparato antimafia, accarezzato dalla politica che va al Governo, di qualunque colore politico che, come è ovvio, è sempre interessata ad avere strumenti di contrasto e di controllo delle opposizioni, di governo degli interessi economici e finanziari, di influenza dei processi politici a tutti i livelli.
Un sistema che ci avvicina ai Paesi autoritari, dove il livello di discrezionalità dell’apparato giudiziario è alto (Russia e Turchia, solo per fare alcuni esempi recenti).
E’ come se fossimo nel pieno di una guerra, una guerra infinita tra lo Stato e la criminalità organizzata, una guerra che esiste solo in Italia (e non è così) che da sola giustificherebbe l’ipertrofia dell’apparato investigativo e la discrezionalità nell’assunzione dei provvedimenti.
Ma l’eccezionalità deve avere una fine e non può continuare a trovare giustificazione nel coinvolgimento della politica. E’ una argomentazione distruttiva, infondata, pericolosa, che certamente penetra con facilità nelle valutazioni di superficie alla portata dell’opinione pubblica.
Che la criminalità muova verso il potere è ovvio. Accade in tutto il mondo ed è accaduto sempre nella storia dell’umanità organizzata. L’Italia di quest’epoca non è un’eccezione.
Ma attenzione a non far ricadere il Paese nella spirale della totale delegittimazione della politica.
Sarebbe la fine della democrazia liberale che conosciamo.
Lo sanno bene le vittime dell’ingiustizia, le persone raggiunte arrestate e poi assolte, gli amministratori dei Comuni annichiliti da presunte infiltrazioni mafiose rivelatesi inesistenti, imprenditori raggiunti da interdittive antimafia o con le aziende confiscate e poi falliti, ma dichiarati innocenti.
Fenomeni che “conosciamo per sentito dire”, cui non diamo peso fino a quando, imprevedibilmente e, soprattutto, ingiustamente non attraversano la Tua vita.
Percorsi di vita devastati, famiglie segnate, comunità azzoppate, imprese fallite, come le vittime civili di una guerra che non fanno alcuna impressione “agli addetti ai lavori”.
Storie che dovrebbero risvegliare l’interesse della politica su una battaglia che non può dirsi mai vinta: quella di assicurare e rafforzare “lo Stato di Diritto”, messo in discussione da fermenti populisti e autoritari che trovano terreno fertile nella crescita delle povertà, delle disuguaglianze, delle fragilità in generale, come sa bene chi ha avuto la sventura di provare da vicini i regimi autoritari come quello del fascismo del secolo scorso.
Storie che ci dicono che la strada non è quella indicata da Gratteri.

Livio Valvano

(direttore responsabile “Avanti Online”)

Pubblicato in : Editoriale

Info Livio Valvano

Livio Valvano è un giornalista, direttore responsabile di “Avanti Online” ed editorialista de “Il Riformista”

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