Non bastano tre bidoni di rifiuti differenziati per fare un borgo verde e rispettoso dell’ambiente ma è sicuramente un buon inizio. Solo pochi decenni fa quasi tutti noi buttavamo nei rifiuti di tutto e tutto insieme: plastica e pane, lattine e resti organici, vetro e rami secchi, scheletri di biciclette, materassi e lavatrici. Adesso possiamo dire che quasi tutti ci chiediamo dove e come buttare, dove e come risparmiare, dove e come evitare rifiuti inutili. Un bel progresso, ma non basta.
Produciamo ancora tanto rifiuto, sprechiamo ancora tanto cibo, ci informiamo su metodi e strumenti di risparmio di energia e di materiali a non riusciamo -non solo per colpa nostra ma di una filiera sistema non sempre pronta- ad applicare tutte le regole che vorremmo. Insomma, sensibili sì ma consumiamo ancora troppo, più di quello che possiamo.
Ci sono attività e pratiche meritevoli in giro per l’Italia e per il mondo, ci sono ancora tante sacche di resistenza o di ignoranza del problema in giro per il mondo, in giro per l’Europa in giro per l’Italia e anche attorno a noi.
Da moltissimi anni si è diffusa una sensibilità per la carta riciclata e infatti in questo campo si sono fatti passi da giganti. Da qualche anno è aumentata la sensibilità per la plastica con quelle immagini abbastanza terrorizzanti di isole di plastica in mezzo al mare. Sempre da qualche anno siamo diventati più attenti e sensibili nel rifiuto alimentare, nello scarto di cibo, ma anche qui si va a placche, a comportamenti che connotano l’eterna macchia di leopardo. Quello che invece da adesso, da ieri, dall’altro ieri occorre realizzare è, o dovrebbe essere, un comportamento globale e collettivo che deve riguardare cibo e carta, plastica e gasolio, mobilità e acqua, merendine e lattine, ciabatte e racchette, scatole e ricordini, pneumatici e detersivi, elettrodomestici e viaggi. Mica poco.
Siamo arrivati al punto in cui si deve o si dovrebbe combattere il rifiuto come concetto di rifiuto a cominciare dalle parole, dalla parola rifiuto. Sostengono ormai in molti, imprenditori e scienziati, ricercatori e divulgatori che si deve superare la parola rifiuto e parlare di “materia seconda”, un salto psicologico e sociale, al contempo, un salto che diventa anche economico ed ecologico.
Dovremmo diventare ecosostenibili anche nel linguaggio per aiutare la transizione ambientale. La lingua fa molto. Il linguaggio aiuta a superare gli schemi e ad affrontare più nitidamente le sfide. Anche una parola sbagliata può inquinare come uno sversamento di olio esausto o uno stagno di pesticidi.
La parola può aiutare il riscatto verde passando dall’idea di riciclo di un oggetto o di una sostanza che poteva finire nelle immondizie ad una idea di circolarità dove scompare perfino il concetto di ciclo ma tutto è utile. Un po’ come succedeva nelle nostre grandi case in campagna o nelle corti agricole in cui abitavano anche più famiglie e che erano dei piccoli paesi in cui si produceva nel grande orto e in campagna, in cui si allevava in stalla e nel pollaio e in cui non si buttava via niente e il letame diventava concime per nuove coltivazioni. Le cascine e i masi sono stati -e sono ancora per molti versi- un esempio di economia circolare, ricorda il professor Marco Frey del Sant’Anna di Pisa grande esperto di e divulgatore appassionato di economia sostenibile e innovazione possibile.
Nonna Clotilde di San Prospero amministratrice di un gruppo da 15 o 20 persone come rasdora di una casa di campagna non sapeva ovviamente di economia circolare e di sostenibilità, ma sapeva come fare per non buttare via quasi niente dall’orto alle uova, dal salame al riso, dalle calze ai pantaloni rammendati.
Un monumento vivente, la nonna, nella lotta allo spreco. Dove il rifiuto non era di casa.
Fabrizio Binacchi

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