La direzione di Sardelli, molto attenta alle sfumature, è apparsa piuttosto controllata, ma non per questo priva di un certo vitalismo.

La direzione di Sardelli, molto attenta alle sfumature, è apparsa piuttosto controllata, ma non per questo priva di un certo vitalismo; in tale contesto musicale il coro del Maggio, ben preparato da Lorenzo Fratini, ha offerto un’ottima prova di coesione e di espressività sonora, mentre il terzetto dei cantanti, con Anna Bonitatibus nella parte di Orfeo, Hélène Guilmette in quella di Euridice e Silvia Frigato in quella di Amore, non sono sembrate vocalmente di grande spessore, ma hanno tuttavia denotato garbo e delicatezza, oltre che un’attenta recitazione.
Per quanto riguarda la cura dello spettacolo, affidata integralmente – regia, scene, costumi e luci – a Denis Krief, non sono mancate delle buone idee, sebbene non sia emersa un’impronta molto profonda. Una scena prospettica, dotata di pannelli mobili, ha contribuito ad esprimere l’angoscia di un Orfeo ‘novecentesco’ (tale anche nei costumi, come gli altri personaggi), mentre alcuni video proiettati su un velario, ora con la scena del funerale di Euridice in un cimitero, ora con le immagini di un infinito tunnel stradale e quindi di una folla esaltata in discoteca, evocanti la discesa agli inferi del protagonista, rappresentavano delle efficaci soluzioni scenografiche. Per il resto ha prevalso un’atmosfera abbastanza asettica ed astratta, in cui i protagonisti esprimevano il loro tormento interiore, bruscamente interrotto nella sezione conclusiva, prima con il ballo, ben curato nella coreografia di Cristina Rizzo, e quindi con il coro inneggiante al trionfo di Amore nei tradizionali abiti settecenteschi.

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