
Stamattina voglio provare a fare un’analisi un po’ controcorrente rispetto agli sproloqui quotidiani a cui il presidente degli Stati Uniti ci sta ormai abituando.
Trump lo puoi raccontare in due modi. Il primo è quello che fa più rumore: l’uomo che comanda tutto, che rompe gli equilibri, che trascina gli Stati Uniti e mezzo mondo dove vuole lui. È la versione che vive di allarmi, di paure, di profezie nere.
Il secondo modo è meno spettacolare, ma più vicino alla realtà. Trump non sta diventando sempre più potente. Sta diventando sempre più isolato. E non perché qualcuno sia diventato improvvisamente saggio o coraggioso, ma perché quando un sistema sente odore di danno serio reagisce. Si difende. Non con grandi discorsi morali, ma con una cosa molto più concreta: contenendo il rischio.
Fuori dagli Stati Uniti, Trump ha sempre giocato la stessa carta: dividere. Mettere i partner uno contro l’altro, trattare con i singoli, far pesare la minaccia o la promessa, aspettando che qualcuno si stacchi dal gruppo. Per anni ha puntato sul fatto che l’Occidente fosse stanco e che l’Europa fosse lenta, frammentata, facilmente ricattabile.
Ma la sua aggressività ha prodotto un effetto contrario. A forza di spingere, ha costretto gli altri a compattarsi. Non per entusiasmo, ma per necessità. Quando uno diventa imprevedibile, chi gli sta accanto smette di seguirlo e inizia a gestirlo. Riduce i margini, chiude le fessure, evita di dargli appigli. Così lui resta con la scena, ma perde progressivamente le leve.
Dentro gli Stati Uniti succede qualcosa di simile, solo ancora più evidente. C’è un equivoco diffuso secondo cui l’America cambierebbe direzione con un ordine urlato o con un gesto teatrale. In realtà la democrazia americana, con tutti i suoi difetti, è piena di freni e di attriti. È un meccanismo rigido, fatto di controlli incrociati, procedure, tribunali, stati federali, apparati, burocrazia e interessi economici che non si piegano ai capricci del giorno.
Trump ragiona come un proprietario. Ma gli Stati Uniti, quando funzionano, non sono una proprietà. E quando un presidente prova a comportarsi come se lo fossero, il sistema reagisce con la pratica: rallenta, filtra, vincola, limita. E a volte spara. Gli concede la ribalta, ma rende più difficile trasformare quella ribalta in comando vero.
Ed è qui che si vede il passaggio più interessante: il potere non sempre sparisce di colpo, spesso si consuma per logorio. Trump non sta crollando per un singolo evento. Sta perdendo spazio per attrito. Ogni volta che trasforma una scelta politica in una rissa personale, costringe gli altri ad attivare difese. Ogni volta che alza i toni, diventa meno affidabile. Ogni volta che promette l’impossibile, aumenta la distanza tra lui e chi deve far funzionare davvero la macchina.
C’è anche un aspetto ancora più reale, ma molto concreto: la progressiva infantilizzazione. Non come insulto, ma come dinamica politica. Quando un leader viene percepito come imprevedibile, lo si gestisce come un rischio. Gli si lascia il microfono, lo si lascia sfogare, gli si concede la scena, ma si cerca di evitare che abbia in mano strumenti capaci di provocare danni irreversibili. È come se gli venisse lasciato il megafono, mentre le chiavi vere restano altrove.
Il paradosso è tutto qui: la sua stessa ossessione per il colpo di teatro lo sta rendendo meno potente. Funziona finché gli altri sono disordinati e impauriti. Ma quando gli altri si organizzano e smettono di reagire di pancia, l’eccesso diventa un limite. Le parole restano tali.
Questo non significa che Trump non sia pericoloso, mettiamolo in chiaro e non creiamo fraintendimenti. Lo è, perché anche una sola leva reale, se usata male, può fare danni enormi. Ma significa che oggi il suo potere è meno totale di quanto sembri. Più urla, più costringe gli altri a compattarsi. Più minaccia, più accelera la costruzione di anticorpi politici e istituzionali. Più si presenta come inevitabile, più spinge chi gli sta intorno a trovare alternative.
Alla fine resta una scena abbastanza chiara. Trump continua a parlare come se avesse il mondo in tasca, ma intorno a lui il mondo sta iniziando a chiudere le tasche. Continuerà a fare rumore, perché quello è il suo mestiere. Ma il rumore non è potere. Il potere è quando le parole diventano atti. E sempre più spesso, quelle parole finiscono contro un muro.
Non ci resta che aspettare e vedere, a dita incrociate.
Piero Terracina

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