
di Emilio Cozzi e Francesco Rosazza Boneitin*
Dopo l’annuncio da parte del Presidente francese in occasione del Salone internazionale dell’aeronautica e dello spazio di Le Bourget 2025 – e con qualche mese di ritardo rispetto alle previsioni iniziali – il 9 e 10 settembre si terrà a Parigi il primo International Space Summit. Promosso con forza da Emmanuel Macron, con la Francia – e l’Europa – al centro dell’iniziativa, l’evento ambisce a radunare quasi 120 delegazioni straniere per stabilire un dialogo tra i principali attori internazionali.
Eppure, non pochi interrogativi orbitano intorno al summit. Per questo, e vista la sua forte connotazione europea, alcune riflessioni sull’avanzamento del programma spaziale del Vecchio Continente e la sua competitività, oggi sono necessarie. Nondimeno perché, durante il mese di agosto, diversi annunci hanno riguardato le iniziative nel settore dei lanciatori, la costellazione IRIS² e la sicurezza dell’Unione.
La sfida della competitività
Da tempo in Europa ci si interroga – e si prova a intervenire – per rafforzare la competitività dell’ecosistema spaziale. La centralità del settore è stata riconosciuta anche dal Rapporto Draghi che ne ha ribadito urbi et orbi la crescente valenza strategica, ormai non solo limitata al progresso tecnologico e industriale, ma via via più rilevante per la sicurezza e la difesa.
La ministeriale dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA) del novembre 2025, con il suo budget da record storico e gli accresciuti impegni dei Paesi membri, ha rappresentato un segnale inequivocabile. Sarebbe tuttavia imprudente ignorare come le complessità del mercato internazionale continuino a ostacolare le aziende spaziali europee che, seppure dotate di comprovate capacità tecnologiche, si trovano in difficoltà nello scalare le proprie produzioni rispetto ai concorrenti statunitensi e cinesi.
A evidenziarlo è la stessa agenzia europea nel suo più recente report annuale sulla space economy (riferito al 2025). Secondo l’analisi, più dell’80% del mercato manifatturiero e dei lanciatori resta inaccessibile alle aziende europee – in particolare quello statunitense e cinese – a causa della domanda vincolata, proveniente dai programmi istituzionali, e per l’integrazione verticale delle costellazioni. L’Europa, di contro, non adotta simili principi di preferenza nell’attribuzione dei contratti, nemmeno riguardo ai lanciatori.
È significativo che il tema della “preferenza europea” sia allora diventato centrale a Bruxelles, in particolare per gli ambiti strategici. In questo senso, le negoziazioni del prossimo Quadro Finanziario Pluriennale 2028-2034 saranno di particolare interesse e non è da escludere che la Commissione inserisca una qualche forma di primazia del “made in Europe” nel regolamento per il Fondo europeo per la competitività. In molti, Francia in primis, auspicano una priorità europea nelle iniziative che interessano la sicurezza e l’autonomia continentale. Sebbene queste istanze possano rivelarsi fondamentali nell’attuale contesto globale, è un fatto che in alcuni segmenti l’Europa debba fare i conti con scelte strategiche sbagliate e diversi ritardi nei programmi di sviluppo.
Il nodo dell’accesso allo spazio
Il settore dei lanciatori ne è una delle riprove più eloquenti. Per comprendere bene il contesto in cui si trova a operare l’industria europea, conviene partire da qualche dato: sui 208 lanci orbitali effettuati nei primi 8 mesi del 2026, 126 sono degli Stati Uniti1 – di cui 105 della sola SpaceX –, 60 della Cina – con un numero crescente di lanci fatti da compagnie commerciali, come nel caso di LandSpace che per la prima volta è riuscita a svolgere con successo l’atterraggio verticale del primo stadio del razzo Zhuque-3 –, 12 della Russia e solo 5 dell’Europa, di cui 3 nell’ambito dell’accordo per la messa in orbita della costellazione Amazon Leo (statunitense).

Per quanto il dato statunitense sia perlopiù dovuto all’attività di SpaceX per il dispiegamento di Starlink – 78 lanci da gennaio –, i numeri palesano l’enorme divario che separa l’Europa da Cina e Stati Uniti, complicando le possibilità delle aziende europee di aggiudicarsi contratti di lancio sui mercati internazionali e la capacità operativa dei diversi attori continentali.
Negli anni recenti l’ESA si è mossa per rafforzare la propria capacità di lancio e ha puntato sulla diversificazione dei vettori disponibili attraverso iniziative come la European Launcher Challenge (ELC). L’obiettivo dichiarato è garantire una domanda futura per i nuovi lanciatori, contribuendo così a sostenerne gli ingenti costi di sviluppo iniziale. Il 27 agosto l’ESA ha annunciato la conclusione dei primi contratti con tre delle quattro aziende selezionate nell’ambito dell’iniziativa. Nello specifico, la spagnola PLD Space si è aggiudicata un contratto da 158,9 milioni di euro per il Miura 5, finanziati principalmente dalla Spagna con un contributo della Germania; la tedesca Rocket Factory Augsburg (RFA) ha sottoscritto un contratto da 186,9 milioni di euro per il suo RFA One, forniti principalmente da Berlino con un contributo del Regno Unito; infine, la tedesca Isar Aerospace riceverà 197,8 milioni per il suo Spectrum, sovvenzionati in larga parte dalla Germania con il contributo di Norvegia e Austria. Andrebbe aggiunta all’elenco anche la francese MaiaSpace – controllata da ArianeGroup – il cui processo di conclusione dei contratti è però ancora in corso. Da notare che l’azienda sta attraversando un periodo complesso dal punto di vista finanziario, come attesta la decisione da parte di ArianeGroup di salvarla nonostante i 37,5 milioni di euro di perdite registrate nel 2025.
Sebbene la notizia dell’attribuzione dei contratti sia positiva, rimangono dubbi sulle tempistiche relative alla piena operatività dei sistemi. Per citare un esempio, Isar Aerospace ha effettuato il primo lancio dello Spectrum nel marzo 2025, conclusosi con un fallimento dopo circa trenta secondi di volo; nel 2026 il secondo tentativo è stato più volte rinviato, incluso un conto alla rovescia interrotto il 15 giugno ad Andøya.
L’Europa si trova dunque in una situazione in cui gli unici sistemi su cui contare – almeno nel breve periodo – sono il lanciatore pesante Ariane 6 e quello medio Vega-C, due vettori non riutilizzabili e capaci di garantire una frequenza di lancio limitata rispetto ai concorrenti extra-europei. È evidente come tale limitazione costituisca una criticità nell’autonomia europea di accesso allo spazio ed è per questo che sia l’ESA che l’Unione stiano correndo ai ripari. Anche in questo caso, il Fondo europeo per la competitività viene considerato uno strumento utile per il futuro, dato che una sua componente sarà dedicata all’accesso allo spazio. Resta tuttora da capire se queste iniziative siano sufficienti a colmare il gap di capacità e di ritmo rispetto ai principali concorrenti internazionali. Nondimeno, e nonostante i proclami, occorrerà verificare se più lanciatori disponibili un domani costituiscano uno stimolo al mercato e un elemento di forza, oppure un’ulteriore fonte di attrito fra le diverse strategie nazionali.
IRIS² e la corsa alle costellazioni
Non che la connettività e le comunicazioni satellitari preoccupino meno i policymakers europei. L’iniziativa IRIS2, che doterà progressivamente l’Europa di una costellazione satellitare multiorbitale – con i primi lanci a partire dal 2029 –, è di recente stata oggetto di una revisione importante e dall’impatto notevole dal punto di vista finanziario. Dopo il completamento della fase progettuale, infatti, il 7 agosto la Commissione Europea ha firmato con il consorzio SpaceRISE un accordo di attuazione. Prevede l’aggiunta di 66 satelliti in orbita bassa superiore e porta il totale degli apparati a 330 in orbita bassa e 18 in orbita media. Giustificato da finalità di difesa, sicurezza e di risposta alle emergenze, l’intervento aumenta del 60% la capacità delle comunicazioni governative all’interno dell’UE e del 54% a livello globale. Oggi, a fronte della revisione, il costo del programma ammonta a 15,6 miliardi di euro, con un aumento di quasi il 50% rispetto ai 10,6 miliardi annunciati inizialmente.
È un altro sviluppo positivo, per quanto le tempistiche per il dispiegamento della costellazione rimangono dilatate, con i primi servizi operativi promessi in via progressiva dal 2029 e la piena capacità attesa solo negli anni successivi. Non è un elemento secondario: in questo momento storico, le costellazioni per la connettività satellitare ricoprono un ruolo sempre più rilevante sia sul piano civile sia su quello militare – come testimoniato dall’utilizzo di Starlink da parte delle forze armate ucraine. Oltre a Starlink, che ha ormai superato gli 11mila satelliti attivi in orbita, e ad Amazon Leo di Amazon, la Cina procede con il dispiegamento delle sue costellazioni Guowang e Qianfan. In più, nel corso dei mesi recenti, anche la Russia ha inaugurato la messa in orbita di una sua costellazione per la connettività, Rassvet, con 32 satelliti della serie operativa già lanciati (di cui uno già perduto).
La corsa è sempre più serrata e l’Europa – che al momento può contare sulla commerciale OneWeb, operata da Eutelsat, e sulla “teorica” IRIS², ancora in fase di sviluppo – rischia di dover operare in un’orbita bassa sempre più affollata e con attori emergenti in rapida crescita, come nel caso di Giappone e India.
Parigi alla prova della leadership europea
Alla luce di questi elementi, il summit di Parigi può rappresentare un’occasione importante per lo spazio europeo, anche se un velo di incertezza continua ad aleggiare sull’incontro. In occasione della presentazione della Strategia Spaziale Nazionale francese 2025-2040, infatti, Macron aveva ribadito la volontà di ospitare a Parigi un summit spaziale internazionale, in stretta collaborazione con la Germania. L’idea del presidente francese era di organizzare un evento che ricalcasse l’AI Action Summit del 2025, utilizzando ancora una volta un settore tecnologico di frontiera – e dal crescente valore strategico – per rinvigorire la centralità del suo Paese in Europa e non solo.
Le aspettative rischiano di non essere del tutto soddisfatte: il summit avrà di certo una forte valenza per l’Europa dello spazio e, come anticipato da POLITICO, un atteso discorso di Ursula von der Leyen potrebbe tracciare la rotta del settore per gli anni a venire. Diversi aspetti rimangono però incerti, a partire da quale ruolo avrà la Germania, i cui screzi con l’Eliseo nei mesi recenti hanno anche contribuito a far naufragare il programma per il caccia di sesta generazione FCAS.
D’altro canto, anche lo stesso programma del summit suggerisce di puntare a una forte visibilità internazionale per le aziende europee e sembra concentrarsi sulla capacità di attrarre gli investimenti. Focus che, almeno in parte, spostano il baricentro dell’evento dalla cooperazione internazionale alla dimensione economica, in una dinamica simile a quella del vertice Choose France lanciato da Macron nel 2018, che quest’anno è stato segnato dall’accordo con Vast per due missioni degli astronauti francesi Thomas Pesquet e Arnaud Prost.
La cosa certa è che alcuni dei colossi statunitensi del settore, come SpaceX e Blue Origin, non ci saranno, anche a seguito delle pressioni esercitate dalla Casa Bianca negli ultimi giorni. L’amministrazione Trump si era schierata in modo netto contro l’EU Space Act, denunciando l’impatto del regolamento sulle aziende statunitensi. Al contempo, queste ultime non possono permettersi di avvicinarsi troppo a Bruxelles, data la loro forte dipendenza dalle commesse governative. La loro assenza dal summit rappresenta così un ulteriore sintomo di come la crescente distanza tra Washington e Bruxelles inizi a gravare anche sul settore spaziale.
Un test di credibilità
Il vertice del Grand Palais, perciò dovrà essere letto meno per ciò che verrà annunciato e più per quanto dimostrerà. Sulla carta, l’Europa dello spazio si presenta a Parigi nelle condizioni migliori degli ultimi anni: un bilancio ESA da record, i primi contratti della Launcher Challenge firmati, IRIS² in fase attuativa. Programmi e risorse non mancano.
A difettare è quel che i numeri (dei lanci, ma non solo) denunciano senza pietà: la capacità di trasformare gli stanziamenti in cadenza industriale, cioè in razzi che volano, satelliti in orbita e contratti vinti sui mercati internazionali.
È il divario tra l’Europa deliberata e quella “eseguita”.
In questo senso, il summit sarà anche un test politico. Il precedente del FCAS dimostra quanto rapidamente le divergenze possano disfare programmi considerati irrinunciabili; e un vertice “internazionale” percepito come vetrina francese rischierebbe di replicare in orbita le dinamiche che a terra hanno affossato il caccia di sesta generazione.
La vera posta in gioco, semmai, è l’agenda che Bruxelles porterà in dote: se il discorso di von der Leyen e il negoziato sul Quadro Finanziario Pluriennale 2028-2034 tradurranno gli auspici in norma – magari “preferenza europea” compresa – Parigi potrà rivendicare un risultato che trascende la sua regia. Perché lo spazio, come ricorda la corsa alle costellazioni, non celebra chi convoca i vertici: premia chi lancia. E l’Europa, la sera del 10 settembre, avrà due giorni di dichiarazioni in più, ma gli stessi, identici ritardi da colmare.
Emilio Cozzi e Francesco Rosazza Boneitin
*Istituto Ispi
1 Il calcolo include gli 11 lanci effettuati da Rocket Lab, azienda statunitense di origine neozelandese, che effettua i suoi lanci dal suo spazioporto nella Penisola di Mahia, Nuova Zelanda.

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